Le poesie di Pasqua più belle e intense
Le poesie di Pasqua più belle e intense

Le più belle poesie di Pasqua di autori famosi

Le poesie di Pasqua sono uno dei modi più belli per celebrare questa festa così importante per l’ebraismo e il cristianesimo.

16 intense poesie di Pasqua da leggere per riflettere

Gli occhi di poeti e poetesse, lo sappiamo bene, riescono a cogliere aspetti che noi comuni mortali spesso non riusciamo a vedere e per questo motivo compongono testi che riescono a parlare al cuore di ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento religioso.

La Pasqua di Guido Gozzano

Una poesia classica di Pasqua è quella di Guido Gozzano (1883-1916).

A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.

Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.

Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

La Pasqua innevata di Bertolt Brecht e quella di Enrico Testa

Bertolt Brecht (1898-1956), così ci descrive una domenica di Pasqua innevata (Pasqua 1938, traduzione di Annapaola Laldi) ed era il 17 aprile:

Oggi, domenica di Pasqua, presto
Un’improvvisa tempesta di neve
si è abbattuta sull’isola.
Tra i cespugli verdeggianti c’era neve. Il mio ragazzo
mi ha portato verso un piccolo albicocco attaccato alla casa
strappandomi a un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare
il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo un sacco
sopra all’albero tremante di freddo.

A proposito di neve, segnaliamo la raccolta Pasqua di neve di Enrico Testa (Einaudi) che inizia con una poesia dall’ambientazione bucolica di tipo pasquale, ma è pervasa da un sentimento di solitudine:

«Arcadia» diceva il cartello stradale.
Ma nessun pastore nei pressi.
Pecore sì, brade
e in divagante marcia
su verdi-brune colline levigate
dal rullante tornio dei secoli.
Miracoli in vista, zero. Per fortuna.
Già alta la luna nel cielo
– il cielo che la parola invoca
e che subito lascia
sola e vuota nell’indaco

È Pasqua di Cesare Zavattini

Tra le poesie di Pasqua c’è quella soleggiata di Cesare Zavattini (1902-1989).

Anche il sole stamane è arrivato per tempo,
anzi con un leggero anticipo.
Anche io mi sento buono,
più buono del solito.
Siamo tutti un po’ angeli oggi
mi pare quasi di volare
leggero come sono.
Esco di casa canticchiando,
voglio bene a tutti.

Dietrich Bonhoeffer e il Venerdì Santo

L’11 marzo 1928 Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) scrisse questi versi sul Venerdì santo e sulla Pasqua (per curiosità, quell’anno la Pasqua cadde l’8 aprile)

Siamo vicini al Venerdì santo e alla Pasqua,
ai giorni delle azioni strapotenti
compiute da Dio nella storia;
delle azioni nelle quali il giudizio di Dio e la grazia di Dio
divennero visibili a tutto il mondo:
giudizio in quelle ore,
in cui Gesù Cristo,
il Signore, pendette dalla croce.
Grazia in quell’ora,
in cui la morte fu inghiottita dalla vittoria.
Non gli uomini hanno fatto qui qualcosa,
no, soltanto Dio lo ha fatto.
Egli ha percorso la via verso gli uomini
con infinito amore. Ha giudicato
ciò che è umano.
E ha donato grazia
al di là del merito.

Due poesie di Pasqua di Mario Luzi

Forse la parola che meglio riassume il senso profondo della Pasqua è stupore. Anche l’apostolo Pietro provò stupore nell’entrare dentro il sepolcro vuoto, ci ricorda l’evangelista Luca.

Volenti o nolenti il mistero della morte è l’orizzonte di tutti noi, donne e uomini. Cosa c’è dopo? Si torna indietro dalla morte? E la reincarnazione? Domande. Senza risposta. E forse è un bene che non abbiano risposta perché così lo stupore può trovare il suo posto nella nostra vita. Alla fine di una vita, all’inizio di una vita non possiamo fare altro che stare in silenzio e stupirci.

Via Crucis

La vita, del resto, è uno scoppio di novità. E la morte non è da meno. Lo scrive anche Mario Luzi (1914-2005) nella poesia, che poi è una preghiera, a conclusione della Via Crucis che si tenne al Colosseo il venerdì santo del 1999. Furono momenti particolari quell’anno perché il pio esercizio della Via Crucis veniva commentato con delle parole splendide che scavavano dentro. E così si concludevano:

Dal sepolcro la vita è deflagrata.
La morte ha perduto il duro agone.
Comincia un’era nuova: l’uomo riconciliato nella nuova
alleanza sancita dal tuo sangue
ha dinanzi a sé la via.
Difficile tenersi in quel cammino.
La porta del tuo regno è stretta.
Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto,
ora sì che invochiamo il tuo soccorso,
tu, guida e presidio, non ce lo negare.
L’offesa del mondo è stata immane.
Infinitamente più grande è stato il tuo amore.
Noi con amore ti chiediamo amore.
Amen.

Pasqua, ora, nuovamente

Qualche anno prima nella raccolta Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (Garzanti, 1994) Mario Luzi aveva scritto della Pasqua “festosa pigolante”. A buon diritto una delle più belle poesie di Pasqua di autori famosi.

Pasqua, ora, nuovamente,
festosa pigolante
negli alberi del mondo,
fredda,
ruvido-erbata
qui, ma erompe
in chiarità,
tempra in azzurro
ed ametista
la lontananza delle sue colline.
Non è fuga quella
laggiù all’orizzonte
e neppure inseguimento. S’apre
a sé risorta
la terra dopo il gelo
e dopo il travaglio,
si corre incontro, da sé
a sé, si estende in un abbraccio
avido alla sua infinità
o corre in quelle linee
l’onda
leggera e travolgente
della resurrezione, si propaga,
trabocca la sua vinta angoscia,
e la riconsacrata sua potenza?

Due poesie di Pasqua di David Maria Turoldo

Tra le poesie di Pasqua non possono mancare i componimenti poetici di David Maria Turoldo (1916-1992).

A stento il Nulla

La poesia A stento il Nulla va dritta al cuore di chi legge. È facile credere a Pasqua, dice Turoldo, quando la vita risorge, quando i problemi sembrano svanire all’improvviso, quando non c’è più la paura. Più difficile credere il Venerdì santo, quando la Vita muore, quando si è sulla croce.

No, credere a Pasqua non è
giusta fede:
troppo bello sei a Pasqua!
Fede vera
è al venerdì santo
quando Tu non c’eri
lassù!
Quando non una eco
risponde
al suo alto grido
e a stento il Nulla
dà forma
alla tua assenza.

Per il mattino di Pasqua

La poesia Per il mattino di Pasqua è tratta da O sensi miei… (Poesie 1948-1988), Rizzoli 1990.

Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicano: è pazzo!
E mi fermerò soprattutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò per via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga
anche al ricco dirò:
siedi pure alla mia mensa,
(anche il ricco è un povero uomo).
E dirò a tutti:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Tutto è suo dono
eccetto il nostro peccato.
Ecco, gli darò un’icona
dove lui bambino guarda
agli occhi di sua madre:
così dimenticherà ogni cosa.
Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada
è già primavera
ancora primavera
una cosa insperata
non meritata
una cosa che non ha parole;
e poi gli dirò d’indovinare
se sia una lacrima
o una perla di sole
o una goccia di rugiada.
E dirò alla gente:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Non credo più nemmeno alle mie lacrime,
e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone
canterò una canzone
tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte
e abbraccerò gli alberi
e starò in ascolto dell’usignolo,
quell’usignolo che canta sempre solo
da mezzanotte all’alba.
E poi andrò a lavarmi nel fiume
e all’alba passerò sulle porte di tutti i miei fratelli
e dirò a ogni casa: «pace!»
e poi cospargerò la terra
d’acqua benedetta in direzione
dei quattro punti dell’universo,
poi non lascerò mai morire
la lampada dell’altare
e ogni domenica mi vestirò di bianco.
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso
poi non dirò più niente.

Primo Levi e la Pasqua

Primo Levi (1919-1987) nella poesia Pasqua traduce in versi una delle domande più classiche dell’Haggadah di Pesach, la celebrazione rituale della Pasqua ebraica.

Ditemi in cosa differisce
questa sera dalle altre sere?
In cosa, ditemi, differisce
questa pasqua dalle altre pasque?
Accendi il lume, spalanca la porta
che il pellegrino possa entrare,
gentile o ebreo:
sotto i cenci si cela forse il profeta.
Entri e sieda con noi,
ascolti, beva, canti e faccia pasqua.

Meditazioni di notte pasquale: poesia di Pasqua di Yehuda Amichai

In Meditazioni di notte pasquale (traduzione di Ariel Rathaus), Yehuda Amichai (1924-2000), considerato tra gli autori più innovatori e influenti della poesia ebraica moderna, parte dalla domanda rituale che il più piccolo fa durante la celebrazione della Pasqua: «Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?». A questa domanda si risponde, partendo dai più anziani, snocciolando la storia della salvezza, dell’uscita del popolo eletto dall’Egitto e dell’arrivo nella Terra promessa. Ma Yehuda Amichai va al di là della domanda e si sofferma sul significato della diversità, su cosa significhi essere diverso e su chi, in fin dei conti, sia realmente diverso.

Meditazioni di notte pasquale. In che è diversa, chiedemmo,
in che è diversa questa notte da ogni altra notte.
E per lo più siamo cresciuti, non faremo più la domanda ed alcuni
non smettono di domandare tutta la vita, così come chiedi
come stai o che ore sono e riti dritto per la tua via
senza sentire la risposta. In che è diversa ogni notte,
come una sveglia che placa e addormenta ticchettando
in che è diversa, tutto sarà diverso. Il diverso è Dio.
Meditazioni di notte pasquale. La Legge ha parlato
di quattro figli. Un saggio, un malvagio, un semplice ed uno
che non sa domandare. Ma nulla è mai stato detto
di un figlio buono o di uno amoroso.
E questa domanda non ha risposta e l’avesse un giorno
preferirei non saperla. Io che fui tutti e quattro i figli
negli intrecci più svariati, ho vissuto la mia vita, inutilmente
la luna mi illuminò, il sole se ne andò via, e pasque
passarono senza risposta. In che è diversa. Il diverso
è Dio, la morte è il suo profeta.

Occhi di Pasqua

Tra le poesie di Pasqua possiamo annoverare queste parole di Klaus Hemmerle (1929-1994), vescovo di Aquisgrana, in Germania.

Io auguro a noi occhi di Pasqua
capaci di guardare
nella morte fino alla vita
nella colpa fino al perdono,
nella divisione fino all’unità,
nella piaga fino allo splendore,
nell’uomo fino a Dio,
in Dio fino all’uomo,
nell’io fino al tu.
E insieme a questo, tutta la forza della Pasqua!

Due poesie di Alda Merini per Pasqua

In Cantico dei Vangeli la poetessa Alda Merini (1931-2009) affronta il tema della Pasqua in vari modi. La raccolta si che si apre proprio con dei versi pasquali. Scrive l’autrice in apertura di libro:

Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.

Lenta la morte: poesia pasquale di Alda Merini

Cantico dei Vangeli si conclude con un’altra poesia sulla risurrezione: Lenta la morte.

Alda Merini fa precedere la poesia Lenta la morte dal passo evangelico (Gv 20,15-18) in cui si racconta dell’incontro tra Gesù risorto e Maria di Màgdala:

Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Segue la poesia, tutta giocata sul significato della «pietra». La poesia si conclude con gli stessi versi con i quali il libro si apriva.

Lenta la morte
come un lago pieno di sogni.
Ma Dio vede al di là delle pietre,
vede al di là dei sepolcri.
Per anni creatura di Dio
sono stato chiuso nell’argilla del corpo,
per anni sono stato pietra,
ma con tante voci nel cuore.
E come non conosco le pietre dell’universo?
Allungo la mano e sollevo tutto il Calvario,
in uno spasimo di luce.
Chi mi ha perseguitato?
Dove sono i miei persecutori?
Dov’è il grembo materno?
E dov’è il fiat di mia madre?
Una pietra.
Il Figlio di Dio ha creato con la resurrezione
il cammino degli angeli.
Addio,
addio terra infingarda,
le radici di Dio sono nel mio volto:
lo scaveranno
e diventerà radioso.
Fuggirò da questo sepolcro
come un angelo calpestato a morte dal sogno,
ma io troverò la frontiera della mia parola.
Addio crocifissione,
in me non c’è mai stato niente:
sono soltanto un uomo risorto.

Poema di Pasqua

Bello è coinvolgente è il Poema di Pasqua di Alda Merini di cui riportiamo un paio di strofe e che consideriamo una delle più belle poesie di Pasqua da leggere.

Qui è oggi
Pasqua di Resurrezione
Nel senso che si presume
Che un cadavere qualsiasi,
forse quello di Dio,
ci voglia portare lontano
insieme ad altri morti.
Ma ci ameremo ugualmente
perché questo
È il Mistero della Resurrezione,
quando l’uomo non riconosce
il mistero degli altri
e lo lascia riposare
nella seta dell’egoismo.

Estate in aprile di Evgenij Rejn

Il poeta russo Evgenij Rejn in Estate in aprile ci parla della Pasqua e della sua speranza di poter abbandonare gli abiti invernali in vista dell’estate imminente. La poesia è tratta da “Balcone” e altre poesie (Diabasis, 2008) e la traduzione è di Alessandro Niero.

Aprile, precoce estate.
Su, ripieghiamo il paraorecchie nel cassetto.
Tiriamo fuori camicie, cotton wear e altre minuzie vestiarie.
Al rombo delle auto fragorose, apriamo le finestre.
Ventiquattro gradi Celsius. Dunque, che fare?
È sempre una sorpresa. Forse che, staccando dal gancetto
il pellicciotto, t’aspettavi questo volgere del sole?
Sapevi, forse, che saresti vissuto fino a questo
strepito e chiasso? E comunque si ha lo stesso voglia,
di mattina, di uscire vestiti leggeri e di azzurro,
e camminare fino al metrò: solo là c’è protezione.
Chi ha visto il cambio di stagione, dirà: “Sia pure.
Fuori è estate: Pasqua e Risurrezione”.

La poesia Passaggio di Erri De Luca

Concludiamo la nostra lista di poesie di Pasqua con un testo di Erri De Luca dal titolo Passaggio, pubblicata nella raccolta Opera sull’acqua e altre poesie (Einaudi).

Nel suo componimento, Erri De Luca si sofferma, con il suo stile che tutti noi conosciamo e apprezziamo, sulla Pasqua del popolo eletto (e prima ancora sul salvataggio di Mosé dalle acque del Nilo che poi ebbe un ruolo centrale nella Pasqua) e l’uscita dall’Egitto: il passaggio (Pasqua vuol dire proprio questo) da una vita di schiavitù a una vita libera. Ed è questo l’augurio più profondo che vogliamo farli: una vita da persone libere, sempre.

La corrente del Nilo fu piena di annegati,
bambini maschi di una stirpe schiava, soffocati nel fiume
da Faraone, maestro di numeri, affannato dal conto
delle ondate di piena del fiume e delle donne ebree,
brulicanti di figli e gravidanze. Troppe fecondità:
una soffochi l’altra.
E il Nilo ne salvò uno solo, maschio in una cesta incatramata,
uno solo, riassunto d’ira e amore
di una generazione di annegati.
Crebbe, uccise, fuggì, governò greggi, ritornò in Egitto
a batterlo con il bastone delle piaghe.
Ricordò il Nilo degli annegamenti
e lo colpì sul labbro di una riva
e dal fiume affiorò il sangue dei neonati
en rosso cupo, avvelenato, da soffocare i pesci.
Staccò seicentomila schiavi in una volta, li condusse
verso il delta, in faccia al mar dei Giunchi.
Un vento di sud-est irrigidì le acque, ci fu varco
e i figli di quel popolo scesero con i sandali sul fondo.
poi si richiuse a serratura il mare sui passi calpestati,
nessuno li ricalchi, non due volte si esce illesi e asciutti
dagli strapiombi d’acque. Ascolta la barriera
di polvere e di vento che diene a separare le onde di quel mare,
le incide alla radice, ne divarica i lembi,
come ferita d’arma bianca, e nel fondo del taglio
apre una traccia per una folla incolonnata
dentro la processione della libertà.
Le acque sono mandrie
guidate dal fischio di un guardiano del vento.
passi a calcagno calmo di prigionieri senza inseguitori,
sopra il palmo incallito del deserto,
una nuvola stesa, stretta, lunga, guida il verso del viaggio
e stende sulle spalle il riparo di un’ombra
dell’affanno del sole. Di notte una colonna ardente
placa il freddo, custodisce il sonno e l’orizzonte.

Foto | Pixabay

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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