Boris Pahor

Boris Pahor, l’ultimo degli arrabbiati

L’ultimo degli arrabbiati. lo aveva definito così Vittorio Sgarbi (che arrabbiato lo è davvero e sempre) nell’estate del 2014, quando lo aveva trascinato a Spoleto a quasi 101 anni per il suo ciclo d’incontri con “I grandi vecchi della cultura italiana”; ma lui, quel bel vecchietto piccolo e scattante, aveva tutto fuorché l’aria di un iroso. La rabbia, si sa, almeno in qualche caso può essere metaforica; e allora è tutta un’altra storia, a ripercorrere all’indietro la lunghissima vita di Boris Pahor, scrittore sloveno di cittadinanza italiana che il nostro Paese ha finalmente tradotto ma non ancora veramente scoperto e che ormai è destinata a scoprire postumo, perché è morto oggi all’età di 108 anni.

In una intervista aveva dichiarato che vorrebbe essere ricordato attraverso la lettura dei suoi libri, dal momento che in vita “ci ha lavorato tanto per dire la verità” preferendo troppo spesso il dialogo con la sua macchina per scrivere a quello con la moglie, scomparsa tempo fa, unico amore e unico rimpianto della sua vita.

Questo signore magro e dignitoso, con la fama di essere il più grande letterato sloveno ancora vivente e la pensione da insegnante, ha scritto fino all’ultimo perché anche alla sua veneranda età e con la sua mente lucidissima e guizzante, trovava cose da dire.

Chi è stato Boris Pahor

Diventato italiano per caso e per necessità, in un momento storico che non stiamo qui a rievocare ma che lo costrinse a imparare una lingua per lui del tutto sconosciuta a sette anni, da quella patria imposta è stato ignorato come scrittore e come uomo di cultura. I suoi libri si trovano pubblicati in italiano solo da qualche anno e grazie a Elisabetta Sgarbi, allora direttrice della Bompiani, che ha dato alle stampe Così ho vissuto, una monografia dedicata all’autore in collaborazione con la sua più attendibile biografa, Tatjana Rojc.

Ora, forse, gli italiani, soprattutto i più giovani per i quali nazionalismo sloveno, foibe e Trento e Trieste sono materia buona per una favola della buonanotte e nemmeno più per le pagine di un libro di storia, gli concederanno il dovuto omaggio; riscatto in parte arrivato con una candidatura al premio Nobel.

Curioso che quella modernità che non capiva (ammetteva di non sapere cosa fosse un iPhone e batteva ancora i tasti della sua decrepita Remington) fu proprio la scintilla che in Italia accese la sua stella. Un’ospitata alla trasmissione su Rai Tre di Fabio Fazio Che tempo che fa nel 2008 bastò per far provare agli sloveni un senso di trionfo e di risarcimento per quel loro figlio che probabilmente gli italiani davanti alla tv all’ora di cena continuavano a percepire come un perfetto sconosciuto.

A quella, però, seguirono molte altre apparizioni pubbliche anche televisive, che lo consacrarono voce critica di un Paese in cui non aveva mai vissuto e su cui aveva molto da dire; scomoda coscienza degli sloveni che avevano perso per strada il loro patriottismo, svenduto assieme a case e terreni sul Carso.

Ha fatto del suo meglio per essere umano

A commuoverlo invece, diceva, sono tutti i fatti in cui è evidente che il bene riesca a vincere sul male. Lui, quel male di cui ha parlato – pur inascoltato – per tutta la vita, lo aveva conosciuto da vicino; specie nel periodo di tempo in cui visse rinchiuso nel campo di concentramento di Natzweiler-Struthof.

Nel suo capolavoro intitolato non a caso Necropoli, Boris Pahor racconta la surreale esperienza di un sopravvissuto al lager che vi torna da turista. Gli toccò ascoltare:

Ecco, diceva attraverso l’altoparlante la guida, la stanza riservata alle esecuzioni, come vedete il pavimento è leggermente inclinato allo scopo di far scorrere il sangue delle vittime.

Era un secolo sadico, quello che aveva attraversato per intero, ne era certo, in cui alcuni uomini si erano impegnati al massimo per far vivere ad altri un dolore estremo.

Ma si può condividere, poi, il dolore, con chi non sa cosa sia? “Albert Camus diceva che gli sarebbe piaciuto entrare in un campo di concentramento per condividere il male. È un pensiero elevato. Ma chi dice che ne sarebbe uscito?”, diceva quando voleva essere graffiante.

Non cercava compassione, infatti, né solidarietà. E probabilmente neppure perdono. Quella che aveva perseguito con tutte le sue forze nel corso della vita era qualcosa che molti danno per scontata, senza accorgersi che invece l’hanno già perduta: l’umanità.

“Vorrei che sulla mia lapide fosse scritto: Ha fatto del suo meglio per essere umano”, aveva dichiarato a un giornalista. Speriamo che qualcuno se lo sia ricordato al momento opportuno.

Foto | screenshot da Youtube

Roberta Barbi

Roberta Barbi

Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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