Approfondimento della vita detentiva, revisione critica del proprio vissuto, ma anche un modo per coltivare la speranza e nel contempo una critica sociale: sono sempre state molte e diverse, nella storia, le motivazioni che hanno portato i reclusi a scrivere mentre scontavano la loro condanna in carcere. A volte questi libri scritti in carcere, specie se in forma di romanzo, sono diventati grandi capolavori e noi oggi parliamo proprio di quelli.
I grandi classici italiani tra i libri scritti in carcere
Il primo libro, in ordine cronologico, del panorama letterario italiano che abbia a che fare con il carcere è Il Milione di Marco Polo, che questi in realtà ha dettato al compagno di cella Rustichello da Pisa – che l’ha scritto in francese – durante la loro detenzione nel carcere di Genova nel 1298, e destinata a diventare l’opera più importante di tutto il Medioevo.
Eppure il romanzo più noto sul tema è certamente Le mie prigioni scritto da Silvio Pellico dalla prigionia allo Spielberg nel 1832. il racconto di un uomo che cerca di sopravvivere all’orrore aggrappandosi alle poche gioie rimastegli nella vita come leggere e scrivere, ma che nonostante le privazioni resta un uomo capace di guardare avanti, al futuro, con speranza.
Di un secolo dopo sono Le lettere dal carcere di un altro oppositore politico: Antonio Gramsci, che ne scrisse centinaia, alla famiglia e agli amici. In esse, oltre a temi privati, emergono temi discussi o ancora in discussione in ambito giuridico, dal confino alla carcerazione preventiva.
Anche Cesare Pavese visse l’esperienza dell’esilio in Calabria, durante la quale produsse il romanzo breve Il carcere in cui narra la storia di Stefano, giovane insegnante al confino in un paesino del sud Italia che vive la propria condizione con sentimenti di solitudine e alienazione, sentendosi un recluso non solo fisico ma mentale, ed esplora i confini più remoti cui può arrivare il conflitto tra individuo e società.
Cito qui anche Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (1764) che non è un romanzo, ma uno dei testi fondamentali del diritto penale e dell’organizzazione della giustizia, che non risparmia critiche alla tortura e alla pena di morte.
Il carcere nella letteratura straniera
In pochi sanno che lo spagnolo Miguel de Cervantes iniziò il suo clamoroso Don Chisciotte de la Mancia mentre era detenuto a Siviglia, condannato per appropriazione indebita in seguito al fallimento della banca in cui teneva i soldi, lavorando all’epoca come esattore delle tasse. Un’esperienza, quella del carcere, che aveva già vissuto ad Algeri, catturato mentre tornava in Spagna dalla battaglia di Lepanto e che fu, per lui, prolifica a livello artistico, infatti descrisse spesso il suo capolavoro come “il parto di una mente malinconica e abbattuta”.
Nel 1895 Oscar Wilde fu imprigionato a causa della sua omosessualità e nel carcere di Reading scrisse sotto forma di una lunga lettera il De profundis, opera non concepita per la pubblicazione, ma come memoria da consegnare al suo amante Bosie in cui riflette a tutto campo sulla vita e sulle sue sofferenze.
Prima che sia notte è il romanzo scritto da Reinaldo Arenas, dissidente cubano incarcerato durante il regime di Fidel Castro in cui l’autore concepisce la lettura e soprattutto la scrittura come l’unica via di fuga possibile, fatta eccezione per il suicidio che in effetti praticherà anni dopo.
Il Lungo cammino verso la libertà è la fatica di Nelson Mandela dalle prigioni di un Sudafrica ancora piagato dall’apartheid: 27 anni per studiare, imparare, non smettere di esistere e di sperare e, infine, ricominciare. Un inno alla rinascita e all’auto-salvataggio attraverso la decisione, giorno dopo giorno, di sfuggire alla pena peggiore: quella dell’indifferenza.
Citiamo, poi, in ordine sparso, altri importantissimi libri scritti in carcere come Un giorno della mia vita, diario della detenzione di Bobby Sands, membro dell’Ira irlandese, Un mondo a parte, autobiografia di Gustaw Herling dai gulag sovietici, e Il vagabondo delle stelle di Jack London contro la pratica della tortura.
Il caso della detenzione femminile
La condizione di privazione della libertà personale per una donna – ancor peggio se mamma – è molto più difficile da gestire che per un uomo non solo a causa dei legami familiari, ma in Italia spesso anche perché gli istituti di pena sono pensati e progettati per la popolazione maschile; all’interno di essi, poi, si ricavano sezioni dedicate alle donne. Solo 4 sono, in Italia, gli istituti a vocazione femminile, uno dei quali è purtroppo attualmente inagibile.
Di questa particolare e dolorosa situazione ci sono nella storia varie testimonianze, a partire da quelle dei libri di Goliarda Sapienza: da L’università di Rebibbia a Le certezze del dubbio affronta con una scrittura autobiografica, attraverso il personaggio di Modesta, il tema della libertà interiore, del potere e dell’ingiustizia sociale, trasformando il carcere in un luogo di introspezione in cui ripensare i propri dubbi e conquistare nuove certezze.
Di tutt’altro tenore è la voce di Emmy Hennings, fondatrice e protagonista dell’avanguardia dadaista che arriverà in carcere condannata per prostituzione, attività cui era dedita per finanziare le sue passioni per l’alcol e l’eroina. Qui l’autrice racconta un’umanità ai limiti, di cui traccia un ritratto travolgente, tragicomico a volte, certamente efficace.
Libri scritti in carcere, oggi
Oggi in carcere si scrive tanto, forse più di ieri. La scrittura è considerata un mezzo di evasione, ma anche uno strumento trattamentale di revisione critica e riabilitazione. Per questo fioriscono esperienze splendide come laboratori di scrittura, contest poetici e sempre più concorsi e premi letterari hanno sezioni riservate ai detenuti quando non solo esclusivamente riservati a loro.
Della letteratura più recente, allora, ricordiamo Dentro di Sandro Bonvissuto, edito nel 2015. Tre racconti in cui si affronta il carcere come muro invalicabile, confine netto che spezza la vita in due, tra prima e dopo l’ingresso in istituto.
Fine pena ora di Elvio Fassone è pure del 2015 e racconta di un ponte tra dentro e fuori il carcere, fatto da un epistolario lungo 26 anni tra Salvatore, condannato per reati di mafia, e il giudice che lo ha condannato. Anni in cui i due estremi imparano a conoscersi e si avvicinano fino a interrogarsi su quale sia la reale distanza tra l’esterno e l’interno di un qualsiasi carcere.
Io ero il milanese, infine, di Mauro Pescio, è la storia vera di Lorenzo, ex rapinatore che esce dal carcere in anticipo e si trova a dover affrontare la ricostruzione da zero della vita fuori, tra abbandoni e pregiudizi.
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