Teresa d'Avila

Santa Teresa d’Avila: biografia, opere e spiritualità di una grande donna

Teresa d’Avila: una donna; una donna spagnola; una donna spagnola del XVI secolo.

Teresa d’Avila, storia di una donna

Teresa d’Avila è una donna spagnola del XVI secolo piuttosto critica nei riguardi del potere statale ed ecclesiastico del suo tempo di conformazione prettamente maschile.

Non è cosa da poco conto se consideriamo il fatto che è situata in un contesto di discriminazione ed emarginazione nei confronti del sesso “debole”, che queste benedette femmine avevano l’esclusivo compito di partorire il maggior numero di figli per contrastare l’elevata soglia di mortalità infantile e che la concessione massima che poteva essere fatta loro in un cammino di preghiera era quella di tenere una corona del rosario in mano per sciorinare formule su formule nella rassicurante postura di un immobilismo sia mentale che fisico. Teresa nasce, cresce e sconvolge pian piano questo stato di cose.

Chi è stata Teresa d’Avila

Ad Avila, da Alonso Sánchez de Cepeda e Beatriz de Ahumada, il 28 marzo 1515, viene al mondo Teresa. Di origini ebraiche, il padre si era trasferito con la sua famiglia da Toledo per rimuovere il suo passato “giudaizzante”.

Di natura passionale, Teresa vive intensamente gli avvenimenti del suo tempo. A soli sei anni sogna, progetta e mette in atto insieme a suo fratello Rodrigo una fuga nel tentativo, fallito, di raggiungere la “terra dei Mori” per morire martire.

Teresa d’Avila, monaca

Poi giunge l’adolescenza, con l’esplosione di vitalità che la caratterizza. La voglia di avventure e di compagnie, il desiderio di piacere e di apparire attraente, i primi amori, le prime avventure amicali.

Il padre Alfonso è preoccupato e la rinchiude in un monastero col solo intento educativo:

Vi ero entrata molto inquieta, ma dopo otto giorni, e anche meno, mi sentivo più felice che non in casa di mio padre.

A vent’anni desidera farsi monaca, ma il padre non vuole. Ancora di buon mattino mette in atto una seconda fuga, a buon fine questa volta, verso il monastero carmelitano dell’Incarnazione.

Il convento non è di stretta clausura. È popolato da circa duecento monache alle quali è permesso intrattenersi, senza grandi restrizioni, con il mondo esterno. Teresa è molto amata, ha il dono di piacere e di attirare l’attenzione di molte persone.

Il suo cuore è diviso. È attratta da Dio ma anche da ciò che la circonda. Vive in una sorta di battaglia continua che la lacera interiormente:

Passai quasi vent’anni in questo mare tempestoso sempre cadendo e rialzandomi; ma rialzandomi male, perché tornavo a cadere… Posso dire che tale vita è una delle più penose che mi sembra si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né gioivo del mondo.

Teresa e l’umanità

Teresa d’Avila è una donna estremamente comunicativa. Vive con intensità e partecipazione i rapporti umani che le capitano nel suo percorso di vita. È profondamente attratta dalla “umanità” del suo mondo di appartenenza. Dirige costantemente il suo sguardo all’altro, nel suo insopprimibile bisogno di instaurare legami di amicizia. Ma a ogni apertura verso il mondo fa seguito un lacerante “senso di colpa”. Da qui il continuo voltare lo sguardo a Dio nel silenzio e nella solitudine, per poi tornare a desiderare di vivere di “compagnia” umana.

A Teresa non è concesso frequentare l’Università poiché donna. Tuttavia legge molto e si forma da autodidatta. Prende sempre più coscienza dell’importanza dell’orazione mentale, di spezzare le limitazioni imposte da una preghiera vocale che tiene occupata la bocca senza stravolgere la propria identità di donna orante.

Chi può dire che fate male se, cominciando a recitare le Ore o il rosario, cominciate anche a pensare con chi state per parlare e chi siete voi che parlate, per vedere come dovete trattare con lui? Ora vi dico, sorelle, che, se la profonda riflessione richiesta da questi due punti si facesse come conviene, prima di cominciare l’orazione vocale, cioè le Ore e il rosario, avreste dedicato già molto tempo a quella mentale. Se qualcuno vi dicesse che ciò (l’orazione interiore) rappresenta un pericolo, ritenete lui stesso un pericolo e fuggitelo…

Teresa d’Avila, riformatrice

Gli anni dal 1560 al 1562 furono decisivi per i cambiamenti a venire.

Nella riservatezza di una cella, un piccolo gruppo di monache si confronta ed elabora progetti di riforma per rendere nuovamente “fattibile” l’iniziale ideale contemplativo dei primi padri del Carmelo, con l’osservanza della Regola primitiva in tutto il suo rigore, senza mitigazioni, mediante la fondazione di un nuovo monastero con poche monache, al massimo dodici, interamente dedite alla preghiera in un contesto comunitario e di radicale povertà evangelica nell’assenza totale di rendite.

Teresa comprende che la sconvolgente rivoluzione da attuare per il bene suo e di tutte le donne del suo tempo, è l’orazione mentale. Ha necessità di ricominciare con un piccolo gruppo, determinato, compatto di donne temerarie.

Acquista una piccola casa sotto il nome di suo cognato e prepara la fondazione di nascosto, senza il permesso del Provinciale e della superiora che ne erano totalmente all’oscuro.

Il monastero di san Giuseppe ad Avila

Il 24 agosto del 1562, Teresa apre il modestissimo convento di San Giuseppe ad Avila. Non era ammessa nessuna intromissione da parte del ramo maschile. Ciò comporta una dura lotta per evitare la soppressione del piccolo convento appena nato.

Non dev’esserci, peraltro, nessun vicario che abbia la libertà di entrare e uscire a suo piacere dal monastero né che l’abbia alcun confessore: che essi provvedano a vigilare sul raccoglimento e il decoro della casa, sul profitto interiore ed esteriore delle monache, per riferire al superiore, qualora non sia in ordine, ma non facciano essi da superiori.

Il pericolo viene scampato. Fanno seguito numerose altre fondazioni della stessa natura. Al momento della sua morte se ne conteranno diciassette.

Un’intensa attività riformatrice che dal 1568, in seguito all’incontro con Giovanni della Croce, coinvolse anche il ramo maschile dell’ordine.

Numerosi viaggi la conducono, esausta, da un posto all’altro della Spagna, caparbiamente intenzionata a diffondere il suo progetto di “controriformismo orante”.

Il 4 ottobre 1582 si reca ad Alba da Tormes per appianare delle difficoltà sorte nel convento. Ammalata da tempo, muore.

Teresa ha trascorso gli ultimi anni della sua vita sulle strade della Spagna, viaggiando da una fondazione all’altra, alloggiando in dimore passeggere, a contatto con la gente. Ha intessuto trattative, corrispondenze, indispensabili per la realizzazione della sua opera.

Teresa d’Avila, “attiva” e “orante”

Due volti della stessa medaglia: Teresa donna “attiva”. Teresa donna “orante”.

Che quel fissare lo sguardo su Dio la fa rientrare talmente nel profondo della sua anima che la sprona ad andare incontro costantemente al mondo. E ciò non è contraddittorio.

Ciò rappresenta quel movimento di continuo arricchimento nella “settima stanza”, in “un rapporto d’amicizia in cui ci si intrattiene spesso da soli, con colui che sappiamo ci ama”, per dirigersi nuovamente verso l’esterno in un incessante movimento di costruzione di “opere su opere”.

È chiaro che non si può dare quello che non si ha, e che prima di dare bisogna avere (Teresa d’Avila, Fondazioni 5, 13).

Santa Teresa di Gesù: in amicizia

Ammesso che in un mondo tanto tecnicizzato, come è quello attuale, nel quale basta un velocissimo click per trovare la risposta a ogni impellente interrogativo ed è sufficiente scaricare una qualunque applicazione di messaggistica online per intrattenersi “gratuitamente” con il mondo intero e gettar parole su parole in piazze virtuali e affollatissime, sia ancora ascoltabile un discorso sulla preghiera, ammesso che, dicevo, si riesca a trovare qualcuno che voglia ancora leggere parole su uno spaccato “interiore” di vissuti che hanno a che fare con una Presenza di lontanissima memoria, resta la difficoltà di rendere, ancora, attuale un messaggio che, pur avendo resistito nei secoli, necessita di divenire più accattivante di un post di Facebook o di una chat di Whatsapp.

Potrebbe apparire un’azione temeraria quella di ri-proporre una figura di donna di fede del XVI secolo. Di fatto lo è.

Ci vuole un atto di coraggio a decidersi a buttare in faccia al lettore di internet un programma di vita che, di primo acchito, sembrerebbe del tutto anacronistico.

Chi scrive non si reputa coraggiosa, ma fermamente convinta che quella donna, Teresa di Gesù, abbia da dire molto, e pure in maniera originale.

Una parola, un concetto, una realtà, se volete, sta alla base dei nostri intrattenimenti quotidiani di natura informatica: amicizia. Di amici ne abbiamo a iosa. Li aggiungiamo, li cancelliamo, li blocchiamo e poi li sblocchiamo. Ci parliamo, ci scambiamo informazioni, foto, intimità. Partiamo da qui, allora, da questo forte e urlante bisogno di “avere amici”.

Teresa di Gesù e l’amicizia

Non me la sento di denigrare la popolazione mondiale per questo suo continuo delirante intrattenimento con gli altri su uno smartphone. Teresa di Gesù non lo faceva, è vero. Teresa, però, a detta sua, ugualmente era preda di questo bisogno di rimanere in conversazione con gli altri. Trascorreva ore estenuanti in parlatorio. Si intratteneva con gli amici che andavano a trovarla. Era attratta dalla trama dei rapporti umani intessuti di vicinanza fisica, di scambio continuo di parole, di confidenze e sostentamento reciproco.

Donna estremamente comunicativa, Teresa aveva reso la sua vocazione un “trasporto amicale” verso gli altri. In questo ci ritroviamo perfettamente.

La giusta collocazione

Ma a Teresa, tutto questo via vai di “chiacchiere”, a un certo punto non basta più. Più che altro desidera rendere “giustizia” (nel senso di “dare la giusta collocazione”) alla realtà dell’amicizia.

Non la riduce. Nemmeno ne diminuisce la portata. Non la ridimensiona. La esalta, la eleva fino al suo punto massimo, fino a darle quell’ampio respiro che tutto ingloba e tutto trasforma in conoscenza di sé e dell’altro implicato in essa.

Per dialogare non basta essere capaci di parlare. Teresa lo ha sperimentato direttamente: pur essendo una conversatrice brillante e appassionata, continuò ad essere insoddisfatta e infelice fino a quando non imparò, attraverso il dialogo con Dio, a saper dialogare anche con gli altri. Un dialogo autentico, che non si riduca a un confronto tra monologhi, presuppone il rispetto di determinate condizioni, indipendentemente dal talento naturale o dalla capacità di relazionarsi agli altri (W. HerbstrithTeresa d’Avila. La vita, il pensiero, l’identità di donna).

Teresa scopre due realtà fondamentali. Per dialogare in modo autentico bisogna imparare ad ascoltare; per imparare ad ascoltare bisogna divenire “oranti”.

Teresa d’Avila, desiderosa di amicizia, si decide ad aprirsi a un rapporto amicale con Dio e fare della preghiera-orazione il tessuto connettivo del suo essere e agire.

L’orazione mentale non è altro che un rapporto d’amicizia in cui ci si intrattiene spesso da soli, con colui che sappiamo ci ama.

L’amicizia e la preghiera

Pregare è coltivare questa amicizia, intrattenersi con Lui in un rapporto interpersonale, uno stare per uno scambio di accoglienza, un aprire a Colui che chiede discretamente di essere accolto, che attende, stando sempre a guardare, il contraccambio di uno sguardo. Si richiede lo sforzo di superare ogni superficialità e inondare il rapporto di attenzioni.

Teresa di Gesù insegna a prendere sul serio, sempre, il proprio interlocutore assumendo la postura dell’ascolto attento e disinteressato, scegliendo volontariamente dei momenti di silenzio e di stacco dalle altre faccende per rimanere con l’Amico che ci inabita.

Preghiera vuol dire dialogo

Pregare, per Teresa, è

pensare e comprendere ciò che preghiamo, con chi parliamo e chi siamo noi… e applicarci a tener fissa la mente in Colui al quale ci rivolgiamo.

Non servono quantitativi smisurati di parole. Nell’orazione, nel rapporto di amicizia con Dio, occorre la tensione a “udire”, a captare la verità su se stessi, l’ascolto autentico di ciò che scopriamo di essere, che ci viene svelato, sussurrato, descritto minuziosamente. Nessuna menzogna, né ipocriti pensieri che ci gettiamo addosso per abbellirci, nessun atteggiamento di autoesaltazione: io, tu, così come siamo, così come ci ritroviamo di fronte a Dio.

Dentro quest’unico modo di vivere in autenticità un rapporto di amicizia, si scatena un dinamismo che spalanca le porte dell’interiorità che, in libertà di spirito appena conquistata, intraprende il cammino per le strade del mondo.

Questo fa Teresa. Non si risparmia affatto. Dice, confida, insegna questo nuovo modo di pregare. Sprona a prendere coscienza della propria natura. Crea piccole comunità di autentica compagnia. Viaggia per incontrare, fondare, istruire. Rende empatibile un Dio che va incontro, che sostiene, che porta conforto, che si carica delle sofferenze degli altri. Il Dio empatibile di Teresa ha gli occhi, lo sguardo, le mani di chi, concretamente, si immischia nelle brutte faccende di questo mondo per non divenirne complice, bensì fattivo collaboratore di rinascita umana.

Non è necessario spegnere i nostri cellulari. Sarebbe auspicabile alzare, di tanto in tanto, gli occhi dai piccoli e grandi schermi che possediamo e imparare ad andare incontro agli amici, in carne e ossa:

Non è possibile conoscere qualcuno se non attraverso l’amicizia (Sant’Agostino).

Il linguaggio strategico di santa Teresa d’Avila

Carissimo lettore: prova ad aprire, a caso, una pagina qualunque, di un’opera qualunque, di santa Teresa d’Avila. Ti garantisco che l’impressione che ne avrai sarà quella di avere a che fare con uno scritto “spontaneo” che segue, cioè, il flusso del pensiero della sua autrice senza esitazioni, così come scivola fuori dalla penna per imprimersi, attraverso l’inchiostro, sulla carta. Pare che dietro non ci sia tutto quel lavoro di rielaborazione mentale che ne apporta tagli, ritocchi, cancellazioni necessarie a rendere il testo più fluido e più snello di particolari.

Lo stile di Teresa d’Avila

Teresa racconta, rielabora tornando su ciò che ha appena affermato, fa delle continue digressioni, aggiunge, rettifica. Si potrebbe pensare che stia improvvisando e che non abbia poi il tempo, o la capacità, di “ritoccare” il suo lavoro. Si potrebbe pensare proprio questo!

In realtà, ciò che di primo acchito può sembrare il risultato di una mancanza di stile e di rigore intellettuale, è il frutto di una strategia comunicativa elaborata da una donna di profonda spiritualità del XVI secolo, che ha la sfortuna di nascere all’interno di una società maschilista, oppressiva e sacralizzata, che mal vede le donne, soprattutto quelle che leggono, pensano e pregano.

Purtroppo per lei, Teresa legge molto, ha una spiccata intelligenza e prega. Poi scrive. Per farlo deve cercare elementi autorevoli e fare appello a essi in continuazione per rendere credibile e inattaccabile il suo messaggio, soprattutto al suo principale e attentissimo lettore: l’inquisitore.

Se il lettore di oggi rimanesse infastidito dal continuo ricorso che Teresa fa del pronome personale “io” nel riferire le sue esperienze, noi lo aiutiamo a rasserenarsi dicendogli che la nostra Teresa è animata da un’unica intenzione: farsi capire, attirare l’attenzione sulle tematiche che vuole trattare, ben sapendo, però, di dover lottare contro certi condizionamenti del suo tempo. Così fa appello a un discorso “esperienziale”, in contrasto con la teologia “pensata” del maschio speculativo.

L’escamotage della falsa modestia

Ci chiediamo: come può una donna della Spagna del XVI secolo anche solo pensare di “convincere” ricorrendo alla sua personale esperienza? Teresa lo sa bene ed eccola interpolare i suoi racconti con espressioni di “falsa modestia”. Le sue pagine sono stracolme di confessioni dei propri limiti. I termini con i quali si descrive più di frequente sono “spregevole”, “donna”, “peccatrice”.

Immersa in una società che emarginava la donna e seduta sul banco degli accusati di fronte ai suoi censori tutti uomini, Teresa dovette moltiplicare le sue strategie retoriche per guadagnarne in tal modo la benevolenza e l’approvazione. E si servirà dell’emblematica inferiorità della donna per guadagnare sottilmente la volontà del lettore: “e io non sono proprio nulla” (V 31,24), “io non sono buona ad altro che parlare” (V 21, 5). Inoltre “essendo quella che sono” (V 15, 7), “se avessi autorità per scrivere” (V 6, 8), “ma non valgo nulla, Signore mio” (V 30, 13), “basta essere donna perché caschino le braccia” (V 10, 8). È una vera e propria dichiarazione (con tanto di protesta) di femminismo anticipato (Juan Antonio Marcos, Mistica e sovversiva: Teresa di Gesù. Le strategie retoriche del discorso mistico della Santa di Avila).

E così tra una dichiarazione e un’altra di miseria personale, all’interno di un gioco di autoironia, Teresa può far passare ciò che le sta più a cuore: un messaggio di liberazione.

Ciò che Dio le dice

E ben sapendo di trovarsi di fronte a studiosi e “censori” (maschi) interessati ai suoi scritti, Teresa “fa entrare in scena un secondo personaggio, Dio stesso”. Il testo teresiano è ricco di citazioni, in stile diretto, di ciò che Dio le va dicendo. Parole d’incoraggiamento, di elogio, di approvazione, ricevute nel suo cammino fondazionale affrontato in mezzo a mille ostacoli e difficoltà. D’altronde, lo ribadiamo, Teresa vive in un’epoca nella quale le donne non hanno diritto a insegnare pubblicamente. È perciò necessario attingere, a garanzia del proprio pensiero, a fonti estremamente autorevoli quale poteva essere la parola del Signore. Teresa stessa attesta:

Perché molte delle cose che scrivo non sono di testa mia, ma è il mio Maestro celeste a dirmele; perciò quando dico esplicitamente: ‘ho inteso così’, o ‘il Signore mi ha detto’, mi faccio grande scrupolo se devo aggiungere o levare anche una sola sillaba; e quando puntualmente non mi ricordo tutto bene, viene detto come se fosse mio o perché alcune cose lo saranno pure.

Non c’è da scandalizzarsi, dunque, se Teresa prende come garante del suo messaggio il suo stesso Signore. E poco importa se le locuzioni che riferisce a Dio gli appartengono o meno. Teresa è una donna di fede ed è convinta di stare dalla parte di Dio. Così come è certa che Dio non può non stare dalla parte di Teresa, per una logica di amicizia ampiamente sperimentata.

Dopotutto Teresa conosce il suo lettore principale, il censore dell’inquisizione. ed è cosciente che se vuole sopraffare il “nemico” deve fare ricorso a quell’unica autorità che la Spagna sacralizzata del tempo non si permette di attaccare.

Teresa appare, così, decisamente anticonformista. Nella scrittura, con il ricorso a innumerevoli strategie retoriche per rendere credibile il proprio pensiero ed operato, e nella vita dando origine a un processo di coscientizzazione all’interno del mondo femminile “religioso”; processo di difficile attuazione per un ostinato atteggiamento, tuttora dilagante, di miserevole prostrazione alla figura del maschio ordinato.

Gli scritti di santa Teresa d’Avila

Passiamo in rapida rassegna gli scritti della nostra autrice.

Vita

Innanzitutto redige un racconto della sua Vita (1562), del cammino da lei percorso, una strada battuta esperienza dopo esperienza con la fretta di arrivare in un punto che non è spazio fisico ma interiorità al livello più profondo, tale da scoprire la propria “umanità”, liberata da falsità, vuoti, egocentrismi.

Il cammino di perfezione

La seconda opera di santa Teresa è il Cammino di perfezione (1565). Se nel libro della Vita l’attenzione era rivolta principalmente su se stessa, sul rapporto con Dio, ora avverte l’esigenza di donare una guida concreta alle sue consorelle che vivono, insieme a lei, la quotidianità del Carmelo.

Le fondazioni

Quando, poi, inizia quel continuo girovagare per la Spagna, fondazione dopo fondazione, divenendo contagiosa “cellula orante”, mette per iscritto anche il racconto della storia dei conventi da lei fondati. Il libro delle Fondazioni (1576) ci dice di piccoli gruppi di preghiera, impostati sulla povertà evangelica e sull’apertura verso gli altri, attenti ai bisogni di chi abita al loro fianco. In un’epoca di sterile discorso teologico, Teresa “decide” di costruire nuclei densi di calore e vita piena. Nel guardare la mappa delle sue fondazioni, si capisce che abbiamo a che fare con una vera e propria stratega: con meticolosa attenzione sceglie i luoghi in cui “stare”, in mezzo alla gente, in progressiva penetrazione nel mondo.

Il castello interiore

Il Castello interiore (1577) è un’opera che va al nucleo del cammino di liberazione di ogni essere umano, quel progressivo entrare, camera dopo camera, per giungere nella stanza centrale dell’intima trasformazione a “due”.

Le lettere

Poi le Lettere, circa 450, ci danno l’immagine di una donna attiva, dinamica, scaltra, arguta, simpatica, amorevole, abile negli affari, passionale negli affetti. Una donna reale, completamente dedita agli affari degli altri.

Leggiamoli, dunque, gli scritti di Teresa. E nel frattempo che ci addentriamo sempre più nella sua lettura, teniamo sempre a mente una sua convinzione:

Perché stiamo in un mondo in cui è necessario pensare a quello che gli altri possano pensare di noi, perché le nostre parole abbiano effetto (F 8, 7).

Santa Teresa di Gesù: come un salmo segreto

Niente ti turbi,
niente ti spaventi.
Tutto passa,
Dio non cambia.
La pazienza
ottiene tutto.
Chi ha Dio
ha tutto.
Solo Dio basta.

Sembrerebbe un ragionamento, un dialogo con la propria mente a piccole tappe, un monologo ritmato in un crescendo di asserzioni che esplodono dentro una verità conclusiva.

È il tipico procedere dell’essere umano che si interroga, con inquietudine cerca risposte, vuole placare quel bisogno incontenibile di infinitudine, si aggrappa a qualunque spiraglio di luce che intravede, si placa e riposa in un sospiro di sollievo.

Così sembra procedere Teresa d’Avila. Tra le “faccende” di un’esistenza ricolma di una miriade di varianti (desideri, passioni, emozioni, dubbi, delusioni, tradimenti, sofferenze) e dell’altalenante sensazione che le cose vadano a volte bene e a volte male, “sta” la necessaria disposizione di chi comprende che qualcosa di “eterno”, di fedelmente fermo, debba pur esserci.

Ne viviamo di tutti i colori. Ci entusiasmiamo e poi ci raffreddiamo. Amiamo e poi ci sentiamo traditi. Diamo anima e corpo per un ideale e poi cambiamo bandiera. Ci organizziamo per un progetto e poi lo sentiamo fallire.

Tutto passa. Tutto sembra sfuggire di mano. Rimane l’immutabile certezza di un Amore più grande che, al di là delle umane miserie, svetta come unica possibilità di pienezza non deludente.

Attualità di Teresa d’Avila

Non è accettazione rassegnata della limitatezza del tutto e di ogni sua singola parte (lavoro, famiglia, amicizie, politica, comunità di appartenenza, ecc.): è sguardo attento al coglimento di quel “respiro” più ampio che sta dentro il tutto e ogni sua parte.

Solo Dio basta: non perché il resto sia da gettare via.

Quel “resto” è tutto ciò che abbiamo tra le mani: e lì, proprio in tutto ciò che ci passa tra le mani, che operiamo la scelta di starci in libertà piena piuttosto che in schiavitù.

E che siamo spesso schiavi di situazioni, persone, oggetti, stili di vita, non lo si può negare facilmente: quel turbamento che ci nutre quotidianamente dice delle catene che ci leghiamo a mani e piedi nella convinzione di giungere a un nuovo idillio esistenziale quando, invece, ci conducono a sperimentare inquietudine e vuoto estremi.

Solo Dio basta. Perché dire “Dio” è dire già “scelta del tutto”, voglia di non tralasciare nulla, desiderio di contenere ogni cosa, bisogno di spalancare le braccia nel gesto dello spezzare violentemente ogni forma di schiavitù… e finalmente acquietarsi…

Testo di Maria Concetta Bomba
Foto | Francisco Rizi, Public domain, attraverso Wikimedia Commons

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