Sembra che il silenzio sia diventato un nemico pubblico. Lo hanno bandito dagli studi medici, dalle farmacie, dai negozi, dai centri commerciali. Ovunque si entri, parte l’assalto: una base pop anonima, un giro di chitarra elettrica anni ’90 o qualche hit internazionale che neanche il cantante ricorda di aver inciso. L’importante è che sia a volume tale da coprire ogni tentativo di pensiero autonomo. Non è più insomma la piacevole musica di sottofondo irradiata dalla filodiffusione — chi la ricorda? — in voga un tempo.
Pare che la logica sia questa: il cliente, immerso nel tappeto sonoro, si rilassi, consumi, non si annoi. Ma la verità è che si annoia lo stesso, anzi si stressa e in più gli viene il mal di testa. Nicola Piovani lo ha detto senza giri di parole: imporre musica a chi non la chiede è una maleducazione. Io direi di più: è una specie di colonizzazione dell’udito.
Musica di sottofondo: da piacevole accompagnamento a tortura sonora
Il problema non è solo l’orecchio. È che così non si può fare più nulla: non si può conversare senza urlare, non si può pensare, e soprattutto non si può leggere. E noi, che nei momenti d’attesa — dal medico, dal dentista, persino in fila alle poste — cerchiamo conforto nei nostri amati libri, ci ritroviamo a combattere contro la voce stridula di qualche cantante che pretende di spiegare “cos’è l’amore” per la millesima volta.
Invece del silenzio, che è gratis e funziona benissimo, ci rifilano un rumore camuffato da musica. È la prova definitiva che il silenzio non rende. Non vende. Non produce fatturato. Meglio allora intasare l’aria di note insulse e fastidiose, come se la quiete fosse un crimine da estirpare.
Il giorno in cui troverò uno studio medico o un negozio con la sala d’attesa in silenzio, lo proclamerò patrimonio dell’umanità. Nel frattempo, continuo a portarmi dietro i tappi per le orecchie. Non saranno eleganti, ma almeno mi restituiscono il diritto sacrosanto al silenzio.
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