Nella storia della letteratura, gli pseudonimi letterari famosi hanno rappresentato molto più di semplici maschere: sono stati strumenti di libertà creativa, scudi contro i pregiudizi sociali e, talvolta, vere e proprie opere d’arte parallele alle creazioni letterarie stesse. Da George Orwell a Elena Ferrante, passando per le sorelle Brontë, scopriamo le storie più affascinanti dietro i nomi di penna che hanno segnato la letteratura mondiale.
Pseudonimo, nome d’arte, eteronimo: facciamo chiarezza
Prima di addentrarci nelle storie più celebri, è utile comprendere le differenze tra i vari termini utilizzati per indicare un’identità fittizia.
Lo pseudonimo è un nome fittizio che un autore sceglie per firmare le proprie opere al posto del nome anagrafico. L’obiettivo può essere la privacy, la protezione da pregiudizi o semplicemente il desiderio di separare diverse sfere della propria produzione letteraria.
Il nome d’arte viene utilizzato in ambito artistico più ampio (musica, cinema, teatro) e spesso rappresenta una scelta estetica o commerciale. Nel mondo letterario, il confine con lo pseudonimo può essere sottile.
Il nom de plume è semplicemente la traduzione francese di “nome di penna” e viene usato come sinonimo di pseudonimo letterario, anche se il termine ha un’aura leggermente più romantica e internazionale.
L’eteronimo è invece qualcosa di più complesso: non è semplicemente un nome fittizio, ma una personalità letteraria completa, con una propria biografia, stile e visione del mondo, distinta dall’autore originale. Il maestro indiscusso degli eteronimi è stato Fernando Pessoa, che ne creò decine nel corso della sua vita.
Il nick (o nickname) è l’equivalente digitale dello pseudonimo, utilizzato principalmente online. Pur essendo meno formale, può diventare un’identità letteraria a tutti gli effetti nell’era dei blog e del self-publishing.
Perché gli scrittori usano pseudonimi?
Le motivazioni dietro la scelta di uno pseudonimo letterario sono molteplici e spesso intrecciate tra loro.
La protezione della privacy è stata e rimane una delle ragioni principali. Alcuni autori desiderano separare la vita privata da quella pubblica, evitando l’esposizione mediatica. Elena Ferrante, per esempio, ha dichiarato di voler preservare la propria sfera personale, considerando i suoi libri come “organismi autosufficienti” che non necessitano della presenza fisica dell’autrice.
I pregiudizi di genere hanno costretto molte scrittrici, soprattutto in passato, ad adottare pseudonimi maschili per essere pubblicate e prese sul serio. Le sorelle Brontë, George Eliot e J.K. Rowling sono solo alcuni degli esempi più noti di questa pratica.
L’esplorazione di nuovi generi spinge talvolta gli scrittori a creare identità alternative. Stephen King, con il suo pseudonimo Richard Bachman, ha potuto sperimentare stili diversi senza le aspettative che gravano sul “Re dell’horror”. Allo stesso modo, J.K. Rowling ha creato Robert Galbraith per cimentarsi con il genere poliziesco.
La volontà di ricominciare può essere un altro motivo. Romain Gary creò Émile Ajar per rivivere l’emozione del primo libro, riuscendo persino a vincere il Premio Goncourt per la seconda volta, un’impresa ufficialmente vietata dal regolamento del premio.
Gli pseudonimi letterari famosi della storia
George Orwell: l’inglese per antonomasia
Eric Arthur Blair scelse il nome George Orwell quando si preparava a pubblicare il suo primo libro, Senza un soldo a Parigi e Londra (1933). Il motivo? Non voleva che la sua famiglia si sentisse imbarazzata dal racconto del suo periodo di povertà.
George è il santo patrono dell’Inghilterra, mentre Orwell è il nome di un fiume popolare tra i navigatori, che Eric amava visitare. Lo pseudonimo rifletteva così il suo profondo amore per la tradizione e il paesaggio inglese. Questo nome finì per oscurare completamente quello anagrafico: oggi tutti conosciamo George Orwell, pochi ricordano Eric Arthur Blair.
Pablo Neruda: ribellione poetica
Ricardo Eliecer Neftalí Reyes Basoalto aveva una grande passione per la letteratura fin da giovane, ma suo padre non vedeva di buon occhio questa inclinazione. Quando iniziò a pubblicare le sue poesie, scelse Pablo Neruda come pseudonimo per evitare che il padre venisse a conoscenza della sua attività letteraria. Il nome era un omaggio al poeta ceco Jan Neruda.
Il rapporto conflittuale col padre portò successivamente il poeta a disconoscere il cognome paterno Reyes e ad adottare legalmente lo pseudonimo, che sarebbe diventato uno dei nomi più celebri della letteratura latino-americana del Novecento.
Italo Svevo: l’identità duplice
Ettore Schmitz scelse lo pseudonimo Italo Svevo per riflettere la sua duplice identità culturale: italiana (Italo) e tedesca (Svevo, da Svevia). Di origini ebraiche, nacque a Trieste, all’epoca parte dell’Impero austroungarico, in un contesto culturale particolarmente ricco chiamato mitteleuropeo.
Dopo l’insuccesso dei suoi primi due romanzi, Svevo abbandonò temporaneamente le aspirazioni letterarie per dedicarsi al lavoro nella ditta di vernici del suocero. Fu proprio grazie alle lezioni di inglese con James Joyce, che soggiornava a Trieste, che ritrovò la fiducia nella scrittura. Joyce successivamente lanciò La coscienza di Zeno in Francia, da dove la fama dello scrittore triestino si diffuse anche in Italia.
Stephen King e Richard Bachman: eludere i limiti editoriali
Dal 1977 al 1984, Stephen King pubblicò diversi thriller sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Le motivazioni erano molteplici: il desiderio di esplorare nuovi stili di scrittura, di inventare storie al di fuori della sua comfort zone e, con una certa ironia, di aggirare le restrizioni degli editori, convinti che pubblicare troppi libri dello stesso autore in poco tempo potesse saturare il mercato.
King voleva semplicemente dimostrare che il suo successo non era dovuto al caso, ma al talento. Quando l’identità dietro Bachman fu scoperta, King continuò comunque a utilizzare occasionalmente lo pseudonimo, pubblicando nel 2007 Blaze, scritto tra il 1972 e il 1973.
Fernando Pessoa e i suoi eteronimi
Pessoa rappresenta un caso unico nella letteratura mondiale. Non si limitò a creare semplici pseudonimi, ma inventò veri e propri eteronimi: personalità letterarie complete con biografia, stile e visione del mondo propri.
Alberto Caeiro era il “maestro” tra gli eteronimi, poeta bucolico e sensista. Álvaro de Campos era l’ingegnere navale, modernista e cosmopolita. Ricardo Reis era il medico latinista e monarchico. Bernardo Soares, voce narrante de Il libro dell’inquietudine, era un umile contabile di Lisbona, osservatore cinico e solitario.
Pessoa iniziò a immaginare identità alternative fin dall’infanzia, creando a soli sei anni il suo primo pseudonimo, Chevalier de Pas, con cui scriveva lettere a sé stesso. Questa pratica divenne la cifra distintiva della sua opera, un modo per moltiplicare le prospettive sulla realtà e sull’esistenza.
Romain Gary ed Émile Ajar: il doppio Goncourt
Il 3 dicembre 1980, lo scrittore francese Romain Gary si tolse la vita. Pochi mesi dopo la sua morte, fu rivelato che dietro Émile Ajar, uno dei romanzieri francesi più promettenti degli anni Settanta e vincitore del Premio Goncourt con La vita davanti a sé, si nascondeva proprio Gary.
Questa rivelazione rese il francese l’unico autore ad aver ottenuto due volte il prestigioso premio (aveva già vinto nel 1956 con Le radici del cielo), che normalmente non può essere attribuito più di una volta allo stesso scrittore. Gary stesso aveva spiegato la mistificazione: “Ho creato Émile Ajar per nostalgia della giovinezza, degli inizi, per riprovare l’emozione del primo libro”.
B. Traven: il mistero irrisolto
B. Traven rimane uno dei più grandi enigmi della letteratura del Novecento. Autore di dodici romanzi, numerosi racconti e reportage, scrisse con feroce determinazione per mantenere segreta la propria identità. In una lettera scrisse:
Faccia il favore, tolga di mezzo quel dannato “misterioso” se cita il mio nome o il mio lavoro. Non c’è nessun mistero in me. Non c’è gioia e soddisfazione maggiore per me che essere sconosciuto come scrittore quando incontro una persona o vado in un posto.
L’identità dietro B. Traven è ancora oggi oggetto di speculazioni: da Ret Marut, attore teatrale tedesco dal sangue anarchico, al sindacalista Otto Feige, passando per l’attivista comunista Linn Gale. Una cosa è certa: Traven visse per anni in Messico, dove sono ambientate molte delle sue opere narrative, caratterizzate da un tono oscuro e ribelle che conquistò milioni di lettori, tra cui Albert Einstein.
Elena Ferrante: il fenomeno contemporaneo
Elena Ferrante rappresenta uno dei casi più discussi di pseudonimia contemporanea. Autrice della tetralogia de L’amica geniale, è stata inserita nel 2016 dal Time nella lista delle 100 persone più influenti al mondo, nonostante nessuno conosca con certezza la sua identità.
Il primo romanzo della serie è stato classificato al primo posto nella lista dei 100 migliori libri del XXI secolo del New York Times. La scrittrice ha dichiarato nell’opera La frantumaglia di tenere molto alla propria sfera privata, parlando di un desiderio di autoconservazione. Ha affermato che i suoi libri non necessitano di una sua foto in copertina né di presentazioni promozionali.
Molte ipotesi sono state fatte sulla sua identità: la storica Marcella Marmo, la saggista Anita Raja, lo scrittore Domenico Starnone. Ma il mistero rimane, alimentando ulteriormente l’interesse per le sue opere.
Le scrittrici e gli pseudonimi maschili: una storia di pregiudizi
Uno dei capitoli più significativi nella storia degli pseudonimi letterari famosi riguarda le donne che hanno dovuto nascondere il proprio genere per essere pubblicate e prese sul serio.
Le sorelle Brontë: Currer, Ellis e Acton Bell
Nell’autunno del 1845, Charlotte Brontë trovò uno dei quaderni di poesie della sorella Emily e rimase ammaliata da quei versi. Nacque così l’idea di pubblicare un volume contenente le poesie delle tre sorelle: Charlotte, Emily e Anne. Ma per evitare i pregiudizi dell’epoca contro le scrittrici, decisero di utilizzare pseudonimi maschili, mantenendo però le iniziali dei loro nomi.
Charlotte divenne Currer Bell, Emily fu Ellis Bell e Anne scelse Acton Bell. Come spiegò Charlotte:
Avverse alla pubblicità personale, abbiamo velato i nostri propri nomi sotto quelli di Currer, Ellis e Acton Bell; la scelta ambigua è dettata da una sorta di scrupolo di coscienza. Non vogliamo che ciò che scriviamo venga fatto rientrare sotto un’etichetta. Vogliamo evitare il pregiudizio.
Sotto questo pseudonimo Emily pubblicò il suo capolavoro Cime tempestose nel 1847. Solo dopo la sua morte, la sorella Charlotte decise di ripubblicare il romanzo con il vero nome dell’autrice, riconoscendole finalmente il merito che le spettava.
George Eliot: la mente dietro Middlemarch
Mary Anne Evans scelse lo pseudonimo di George Eliot per garantire che le sue opere fossero prese sul serio in un’epoca in cui le scrittrici venivano spesso relegate ai romanzi sentimentali. Voleva essere giudicata per il valore letterario delle sue opere, non per il suo genere.
La scelta si rivelò vincente: Middlemarch e Il mulino sulla Floss sono considerati capolavori della letteratura vittoriana. Lo pseudonimo divenne così celebre da oscurare completamente il nome anagrafico.
J.K. Rowling: tra Harry Potter e Robert Galbraith
Joanne Rowling non usò esattamente uno pseudonimo per Harry Potter, ma aggiunse semplicemente la K. di Kathleen (il nome di sua nonna) al suo nome, diventando J.K. Rowling. L’editore suggerì questa scelta per non rivelare immediatamente che l’autrice era una donna, temendo che i giovani lettori maschi potessero essere riluttanti a leggere un libro scritto da un’autrice femminile.
Anni dopo, Rowling adottò un vero e proprio pseudonimo maschile, Robert Galbraith, per pubblicare romanzi polizieschi. Il libro Il richiamo del cuculo, inizialmente snobbato e con vendite modeste, esplose dopo che fu rivelata l’identità dell’autrice. Rowling aveva cercato un riscontro sincero, non falsato dal suo nome celebre, ma l’esperienza dimostrò ancora una volta quanto il nome dell’autore possa influenzare la percezione di un’opera.
Harper Lee: l’ambiguità di un nome
Harper Lee, al secolo Nelle Harper Lee, eliminò la prima parte del nome per creare un’ambiguità di genere. Temeva che “Nelle” potesse essere scambiato per “Nellie”, troppo femminile. Dato che nell’immaginario comune del 1960 i grandi autori erano prevalentemente uomini, pensò che un nome più neutro avrebbe aiutato Il buio oltre la siepe a trovare i suoi lettori senza pregiudizi.
Come scegliere uno pseudonimo?
Per chi si chiede come scegliere uno pseudonimo efficace, esistono alcune linee guida utilizzate nel corso della storia letteraria.
Mantieni le iniziali: molti autori, come J.K. Rowling o Italo Svevo, hanno mantenuto un collegamento con il nome originale attraverso le iniziali o l’assonanza.
Rifletti la tua identità culturale: Pablo Neruda scelse un nome che omaggiava le sue radici letterarie, mentre Italo Svevo volle rappresentare il suo doppio retaggio culturale.
Considera il genere letterario: lo pseudonimo dovrebbe adattarsi al tipo di storie che racconti. Un nome misterioso può funzionare per il thriller, mentre uno più rassicurante può essere adatto ai romanzi rosa.
Pensa alla pronunciabilità: uno pseudonimo deve essere facile da ricordare e pronunciare in diverse lingue, soprattutto se aspiri a una carriera internazionale.
Verifica la disponibilità: nell’era digitale, è fondamentale controllare che il nome scelto non sia già occupato da altri autori o su domini web e social media.
Gli pseudonimi letterari italiani
Anche la letteratura italiana vanta una ricca tradizione di pseudonimi letterari famosi.
Carlo Collodi, creatore di Pinocchio, si chiamava in realtà Carlo Lorenzini e scelse questo nome in omaggio al paese natale di sua madre, Collodi, in Toscana.
Umberto Saba, uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, si chiamava Umberto Poli. Scelse il cognome Saba in ricordo della sua balia Peppa Sabaz, che lo aveva accudito con affetto materno.
Alberto Moravia, gigante del Novecento letterario italiano, era all’anagrafe Alberto Pincherle. Scelse questo pseudonimo in ricordo di sua nonna, il cui cognome era Moravia.
Sveva Casati Modignani è in realtà lo pseudonimo di coppia di Bice Cairati e del marito Nullo Cantaroni, che insieme hanno scritto romanzi familiari tradotti in 17 paesi e venduto oltre 10 milioni di copie.
Lo pseudonimo nell’era digitale
Oggi, con il self-publishing e le piattaforme digitali, l’uso degli pseudonimi ha assunto nuove sfumature. Molte autrici di romance italiano, come Felicia Kingsley ed Erin Doom, utilizzano nomi di penna per costruire una brand identity specifica nel genere che trattano.
L’anonimato digitale permette inoltre una maggiore libertà espressiva, ma solleva anche questioni di autenticità e responsabilità autoriale. La differenza sostanziale rispetto al passato è che oggi uno pseudonimo può essere costruito, gestito e promosso attraverso i social media, diventando un vero e proprio personaggio pubblico pur mantenendo segreta l’identità reale.
Il fascino eterno del nome nascosto
Gli pseudonimi letterari famosi continuano ad affascinare lettori e studiosi perché rappresentano qualcosa di più profondo di una semplice firma alternativa. Sono strumenti di libertà, protezione e reinvenzione. Permettono agli scrittori di esplorare nuove identità, di sfuggire alle aspettative, di combattere pregiudizi.
Che si tratti della ribellione di Pablo Neruda contro il padre, del desiderio di privacy di Elena Ferrante, della lotta contro i pregiudizi di genere delle sorelle Brontë o della nostalgia per gli inizi di Romain Gary, ogni pseudonimo racconta una storia parallela a quella contenuta nei libri.
In fondo, come scrisse Shakespeare:
Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.
Ma nella letteratura, il nome può fare la differenza tra il successo e l’oblio, tra la libertà e la gabbia delle aspettative. E per questo gli scrittori continueranno a nascondersi, a reinventarsi, a giocare con le identità, regalandoci storie tanto affascinanti quanto i libri che firmano.
Foto | Depositphotos
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