scrittori suicidi

Scrittrici e scrittori suicidi: come si sono tolti la vita?

Non è poi così sorprendente notare che tra gli scrittori molti sono suicidi, come diversi sono impazziti in un modo o nell’altro. Wikipedia aveva anche una categoria che raccoglieva gli scrittori suicidi.

Gli scrittori (e le scrittrici, ovviamente) tendono a essere persone particolarmente sensibili, volubili, vulnerabili e iperestetici. Questo è dovuto a diverse motivazioni ma, principalmente, è al fatto che scrittrici e scrittori si nutrono della propria sensibilità per creare storie che commuovono. Spesso, poi, gli scrittori hanno bisogno di una pacca sulla spalla per andare avanti e una critica – anche piccola – può avere effetti devastanti. Si aggiunga, poi, che il suicidio ha sempre quell’aria decadente che è sempre molto apprezzata in ambito letterario e il quadro è completo.

Tra scrittrici e scrittori suicidi

Così il salto di Virginia Woolf nel fiume Ouse con le tasche piene di sassi quel 28 marzo 1941 assume un’altra dimensione. Antonin Artaud ingerì chloral per porre fine alla sua vita; Cesare Pavese prese più di dieci bustine di sonnifero nell’Hotel Roma a Torino; Hemingway si sparò alle tempie; Stefan Zweig si uccise in Brasile insieme alla sua segretaria Carlota Altman, con la quale si era sposato ed era scappato dalla persecuzione nazista; John William Polidori, autore della prima storia sui vampiri ingerì dell’acido cianidrico: era il 1821 e lui aveva solo venticinque anni; nel 1970 Alejandra Pizarnik si suicidò con barbiturici e nello stesso anno Paul Celan si gettò nella Senna; Vladimir Majakovskij si sparò; nel 2002 Carlo Lucentini si gettò nella tromba delle scale nella sua dimora di Torino; David Forster Wallace si impiccò nel patio di casa sua a Claremont, in California. Era il 2008.

Nel 1911 Emilio Salgari, povero, con problemi familiari e con gli editori sempre alle calcagna si uccise con un coltello da cucina, quasi come un harakiri gastronomico. Stessa aria gastronomica possiamo trovare nel suicidio di Sylvia Plath che, dopo aver preparato pane e burro e due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini sigillò porte e finestre e infilò la testa nel forno a gas.

Era l’11 febbraio 1963 quando Sylvia Plath si suicidò. Sempre l’11 febbraio, ma del 1996, a togliersi la vita fu la poetessa italiana Amelia Rosselli che aveva tradotto in italiano le poesia della Plath.

Scrittori suicidi o no? I casi dubbi

Ci sono poi i suicidi dubbi, come quello del poeta inglese Thomas Chatterton nel 1770 che fu trovato morto a seguito di ingestione di veleno: la dinamica non è del tutto chiara e sembra che Chatterton non volesse suicidarsi ma che con l’arsenico stesse cercando di curarsi una malattia venerea. Quando si dice l’ironia della sorte…

Abbiamo poi un altro poeta, il francese Gérard de Nerval che venne trovato impiccato nel 1855: aveva però ancora il cappello in testa e quindi alcuni pensano che sia stato un omicidio.

E che dire di Primo Levi che fu trovato morto l’11 aprile 1987 alla base della tromba delle scale di casa sua? Incidente? Suicidio? A oggi la morte di Primo Levi resta un mistero.

Una scelta che va “al di là dei limiti della nostra comprensione”

José Tono Martínez, scrittore e antropologo, dice del suicidio degli scrittori in genere:

Tradizionalmente, ci sono stati due grandi miti, due esperienze assolute con le quali gli artisti si sono relazionati in maniera rapida: l’impulso amoroso e la morte. Sono le due esperienze più radicali con cui confrontarsi e ci sono taluni scrittori che si sono confrontate con essere con tanta sincerità e impegno, in un modo sì profondo da giungere a trovarvi la morte.

Nel 1983 lo scrittore Arthur Koestler si suicidò insieme a sua moglie, Cynthia, dopo che gli era stata diagnosticata la leucemia. Nell’uccidersi Koestler lasciò un messaggio di saluto agli amici che così terminava:

Con la timida speranza di un’altra vita dopo la morte spersonalizzata, fuori dei limiti dello spazio, del tempo e della materia, al di là dei limiti della nostra comprensione.

Ed è proprio al di là dei limiti della nostra comprensione che si collocano i suicidi dei grandi scrittori.

Foto | La morte di Chatterton, 1856, dipinto da Henry Wallis – via WikiCommons

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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