Pietro Citati
Pietro Citati (1930-2022)

Addio a Pietro Citati, “troppo critico per essere uno scrittore e troppo scrittore per essere davvero critico”

“Non saprei scrivere romanzi: mi mancano completamente i doni dell’immaginazione e della visione, senza i quali non si può scrivere. Ho invece il dono della costruzione. Posso raccontare – cioè interpretare raccontando – solo cose che altri hanno già raccontato”.

Abbiamo scelto proprio alcune sue parole, la risposta a una delle tante interviste rilasciate negli anni, per presentare Pietro Citati, morto oggi all’età di 92 anni.

Il mondo della cultura italiana perde, dunque, un’altra colonna portante della propria esistenza. Quel giovane nobile siciliano trapiantato in Liguria, con un’infanzia vissuta a Torino “da borghese” e una laurea in Lettere conseguita alla Normale di Pisa, quella che all’epoca sua era un’università libera come quelle medievali, in pieno fermento culturale.

Terminati gli studi se ne andò a insegnare a Roma. Divenne, così, uno dei pochi settentrionali – per sua stessa ammissione – innamorato della Capitale, nonostante le sue contraddizioni e le sue nefandezze. Qui, per arrotondare il magro salario da professore, iniziò a collaborare per alcune testate come Il Giorno e Il Corriere della Sera sul quale curò le critiche letterarie e le recensioni inerenti la narrativa, mentre Pasolini faceva lo stesso per la poesia, e in seguito La Repubblica.

Gli inizi della carriera di Pietro Citati

Poi, a un certo punto, ecco affacciarsi il desiderio di scrivere qualcosa di proprio. Il primo volume che curò e che vide la luce nel 1970, dopo molti anni, fu Goethe, iniziando di fatto una carriera da biografo dei più grandi. Come lui stesso dichiarò in seguito, non gli interessava molto, nella sua analisi, lo scrittore, quanto l’uomo e tutto quello che questi viveva, anche nel quotidiano, fino al momento in cui la scintilla finalmente riusciva ad appiccare il fuoco sacro che avrebbe inevitabilmente bruciato vivo l’essere umano sull’altare della letteratura. Seguiranno Alessandro Manzoni, Franz Kafka, Katherine Mansfield, Tolstoj, Proust, Fitzgerald e Leopardi, il cui genio incompreso descrisse magistralmente così:

“Recanati era un carcere, un sepolcro, un deserto, una tenebra: la città dei malvagi dove viveva incatenato con la doppia catena della realtà e della fantasia”.

Oltre a tali mirabili ritratti in carta e inchiostro, Citati s’interessò anche alle opere più varie. Indimenticabile la sua analisi puntuale del Don Chisciotte, il viaggio all’interno del romanzo ottocentesco indicato come Il male assoluto e addirittura una disamina di Ulisse e dell’Odissea che intitolò La mente colorata.

Si avvicinò con interesse puramente intellettuale anche alla religione in almeno due opere. Israele e l’Islam, le scintille di Dio (2003) e I Vangeli (2014) in cui affronta il tema della nascita del cristianesimo, fondamento delle società europee: “Dal senso di assoluta vicinanza, che si trasforma in assoluta distanza, nasce la religione cristiana: forse ogni religione”. Ai Vangeli in particolare si accostò grazie all’amicizia con Pasolini con il quale fu presto d’accordo nel giudizio critico che fossero “la più grande storia mai raccontata”.

Elogio del pomodoro

Infine, dal momento che un intellettuale sa scrivere pressoché di ogni cosa e deve pur divertirsi ogni tanto, Pietro Citati firmò nel 2011 Elogio del pomodoro, parabola della crescita e poi decadenza della civiltà mediterranea, in cui il frutto che meglio la rappresenta (pur essendo stato importato solo 500 anni fa dalle Americhe) viene additato come ago della bilancia, avendo un pubblico grande come quello dei libri di Alessandro Baricco.

Quand’ero ragazzo, il pomodoro era il frutto supremo del Mediterraneo: quando lo mangiavo, ero penetrato dalla sostanza del sole, trasformato in una pianta. Insieme al cattolicesimo, costituiva l’essenza della civiltà mediterranea: stemperava gli eccessi ascetici della religione, invocava indulgenza per i nostri peccati, ricordava che noi siamo, in primo luogo, corpi. Oggi i pomodori sono morti, come è quasi morta la pittura. Spero che la morte della pittura sia temporanea, ma temo che quella dei pomodori sia irreversibile. Non sanno di niente. Con la morte del pomodoro abbiamo perduto moltissimo, assai più di quanto sospettiamo.

Foto | Screenshot da Youtube

Roberta Barbi

Roberta Barbi

Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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