Antonio Boggio

Intervista ad Antonio Boggio, autore di Omicidio a Carloforte

Oggi faccio una chiacchierata con Antonio Boggio, perché la febbrile curiosità che ho per le storie mi spinge a leggere il suo romanzo d’esordio, edito da Piemme, ma anche a “scoprire oltre”.

Omicidio a Carloforte è un libro che conquista a prima vista, con la sua copertina meravigliosamente blu, illustrata da Victor Cavazzoni, e che intriga anche al primo ascolto, quando è l’autore a raccontarcelo (senza spoiler!).

Intervista ad Antonio Boggio

Guardate, o celeste Patrona:
la mollezza dei costumi tiene schiavi i nostri cuori,
la ignoranza delle menti tiene schiave le nostre intelligenze.”
Preghiera alla Madonna dello schiavo

Antonio Boggio, alla presentazione per la Fiera Off, della Fiera del libro di Argonautilus, nel parco di S’Olivariu a Gonnesa, hai detto una frase che mi ha molto colpita: “Ho scritto questo romanzo pensando di dover raccontare Carloforte ai carlofortini”.  Ho pensato che è un bell’impegno, da prendersi, mostrare una prospettiva diversa a chi ha la propria, ogni giorno, sotto gli occhi. È stato complicato per te? Ti va di raccontarci come ti sei cimentato in questa sfida? 

Durante la prima stesura del romanzo ho avuto difficoltà a scegliere il luogo dove avrei messo in scena la storia. E forse, per un senso di timore decisi di usare una località della Sardegna a me sconosciuta, che da una parte mi permetteva una grande libertà di movimento, ma dall’altra mi teneva distante.

Allora ho pensato che forse avrei fatto meglio a scrivere dei luoghi che conoscevo e che mi appartenevano emotivamente. Così, quando ho iniziato a riscrivere il romanzo, ambientandolo a Carloforte, è successo qualcosa di magico, come se una vena d’acqua sotterranea avesse cominciato a zampillare, riversandosi sulla tastiera del computer.

Era una sensazione nuova e in parte mi faceva paura.

Per raccontare Carloforte, un luogo così particolare, nel quale sono cresciuto e ho vissuto tra le esperienze più significative della mia vita, un luogo nel quale conosco tutti e tutti mi conoscono, avevo necessità di un’angolazione ben preciso; non potevo farlo fare a un forestiero perché sarebbe stato un punto di vista troppo lontano da me. Avevo bisogno di una persona nata nell’isola ma che per qualche motivo è stata lontano per anni. È così che Alvise racconta una Carloforte “riscoperta”, che in qualche modo è cambiata ma allo stesso tempo è sempre stata lì.

Sin dalle prime pagine mi è venuto naturale instaurare una certa familiarità con i tuoi personaggi, con il protagonista, il commissario Alvise Terranova. Uomo arguto e simpatico, l’ho trovato diverso dai soliti funzionari della polizia letterari, musoni e scorbutici. E questo mi è piaciuto molto. Non ti chiederò quanto di te c’è in lui… piuttosto quanto Alvise Terranova, prendendo vita tra le pagine, ha influenzato te. 

Alvise Terranova è diventato il mio migliore amico nelle ore solitarie di scrittura. Come in tutti i rapporti di amicizia che si rispettino, tra noi, c’è un reciproco scambio; io, per esempio, gli ho regalato una cosa preziosissima: la passione per la musica di Tom Waits. Lui, invece, mi ha regalato la capacità di vedere la bellezza che si nasconde dietro la malinconia, un sentimento che oggi proviamo in tutti i modi a nascondere, soprattutto nei social, dove le vite appaiono perfette e senza difetti. Alvise è molto simpatico, talvolta brillante, arguto e alcune volte un po’ pasticcione. Di sicuro è una persona sensibile e ha una profondità d’animo eccezionale che talvolta lo rende fragile. Ed è proprio questa fragilità che alimenta la mia voglia di trascorrere del tempo in sua compagnia.

La stessa sera della presentazione a Gonnesa, alla domanda sulle tue contaminazioni letterarie, ci hai portato direttamente un reperto storico, rendendoci partecipi della magia che tanto spesso, inconsapevolmente, gira intorno ai libri.  Mi piacerebbe che la raccontassi di nuovo, come ai bambini, quando chiedono: “Ancora! Ancora!”

Poco prima che uscisse il mio libro mi sono chiesto: “E se qualcuno ti domanda dove nasce la tua passione per i gialli che cosa rispondi?”

Ero in crisi perché non ho mai risposte nette alle domande, forse su alcune cose non mi sono mai interrogato abbastanza o forse non reputo importante certi aspetti. Tuttavia, ho cercato di darmi una risposta.

Con la memoria sono tornato indietro nel tempo, a quei giorni in cui, da ragazzino, trascorrevo interminabili pomeriggi estivi da solo, in una casa in campagna. In quella circostanza, probabilmente, la mia mente si è aperta alla creazione, ma non ricordavo nessuna lettura in particolare che mi avesse influenzato.

Pochi giorni fa, sistemando alcuni scatoloni dopo un trasloco, tra le mani mi è capitato un libretto che mi sembrava di conoscere ma che non vedevo da una vita.

È stato allora che si è aperto un mondo.

Era un racconto per bambini: il Detective Warton, edito da Piemme nella collana Battello a Vapore.

Sono rimasto gelato per alcuni minuti: il primo libro giallo/avventura che avevo letto nella mia vita era stato pubblicato da Piemme, la stessa casa editrice che quest’anno compie quarant’anni, e io, pochi giorni prima del mio quarantesimo compleanno ho esordito con loro… per uno che non crede tanto nel destino c’era da ricredersi!

Hai detto che Omicidio a Carloforte è un giallo classico. C’è un morto, c’è un’indagine, che appunto rappresenta lo scheletro del romanzo. Eppure, personalmente, da lettrice onnivora, adoro quando anche nei gialli si dipanano descrizioni accurate di luoghi e personaggi. Quanto contano per te questi luoghi? E quanto l’introspezione dei personaggi?

Tantissimo. Il genere giallo unisce le mie due passioni, quella della tecnica e quella per l’animo umano.

Tecnicamente la trama deve essere un congegno perfetto, come in un orologio; ogni singolo componente ha la sua funzione che non è meno importante rispetto a quella di un altro. Ogni singolo ingranaggio lavora perché tutto il sistema funzioni.

Inoltre, in giallo di qualità, oltre a esserci un’indagine basata sul ragionamento logico, su prove e indizi, dev’esserci un’indagine umana, un’esplorazione che conduca negli abissi dell’animo umano.

Poi ci sono i luoghi che sono molto importanti, e nel mio caso, Carloforte, insieme ad Alvise, è tra i protagonisti principali del mio romanzo.

E di Alvise Terranova, ne sentiremo parlare ancora? 

Se i lettori lo vorranno, certamente.

Nella mia officina di scrittura Alvise sta già vivendo una nuova avventura.

Antonio Boggio, ti ringrazio tantissimo per la disponibilità e la simpatia. E io, vado a immergermi ancora tra le pagine di questo Omicidio a Carloforte.

Grazie di cuore a te.

Foto | Film the life

Erika Carta

Erika Carta

Nata a Iglesias, in Sardegna, e diplomata al liceo con maturità scientifico-tecnologica, sono socia dell’Associazione Culturale Argonautilus per la quale, tra le numerose attività, scrivo nel blog del sito web. Co-fondatrice dell’ArgoCircolo Letterario a Iglesias, circolo che nel corso degli ani ha espanso la sua attività nel Sulcis Iglesiente e i gruppi di lettura sono diventati cinque: Iglesias, Gonnesa, Portoscuso, Musei e Villamassargia. 
Ho frequentato un corso di Editing e Editoria, e seminari di scrittura, ultimo alla Scuola Baskerville. Ho scritto per il blog UpsideDown Magazine e partecipato a diversi concorsi letterari con pubblicazioni in raccolte. Nel dicembre 2017 ho vinto il primo premio nel concorso letterario “Donna al traguardo dell’anno ” dell’Associazione Onlus Donne al traguardo. Gestisco la pagina Instagram il_giocodellangolo: artigianato handmade di segnalibri ad angolo e bookshopper in stoffa, legata sempre al mondo dei libri. Nel 2021 ho conseguito la qualifica di Social Media Manager, con particolare attitudine al copywriting. Devo alla scuola elementare la mia passione per la lettura e la scrittura che si è protratta nel tempo. Soprattutto, grazie a Maestra Silvana Fontana, che mi ha insegnato a “esprimere i vissuti” e non solo.

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