Wilamowitz

Ulrich Friedrich Wichard von Wilamowitz-Moellendorff, princeps philologiae

Ulrich Friedrich Wichard von Wilamowitz-Moellendorff fu uno tra i più importanti filologi del XIX secolo. Tanto brillante da meritarsi il soprannome di princeps philologiae.

Chi era Ulrich Friedrich Wichard von Wilamowitz-Moellendorff

Nacque il 22 dicembre 1848 nella parte orientale della Prussia (attuale Posnania), in un latifondo di proprietà di un piccolo nobile. Il padre tentò fin da subito di avviarlo alla carriera militare. Grazie all’appoggio della madre, tuttavia, il giovane compì la scelta “borghese” (e non nobile!) di studiare. A 15 anni entrò nel collegio di Schulpforta nella Sassonia occidentale. Si trattava di un ex-monastero chiuso dalla riforma luterana e contraddistinto da un ambiente estremamente rigido, che obbligava all’uso del latino parlato come lingua d’insegnamento. Qui strinse un forte legame con il rettore, Carl Peter, storico romano, che assunse quasi i tratti di un secondo padre. Aveva infatti, nel frattempo, reciso i legami con quello di sangue.

Wilamowitz rimase in Sassonia fino al 1866, quando si immatricolò presso l’Università di Bonn – all’epoca la più interessata agli studi filologici. Qui approfondì, oltre al latino e al greco, il sanscrito, l’arabo, lo spagnolo, la filologia germanica, l’ebraico e la storia dell’arte. Nel 1869, avuta la notizia della morte di Otto Jahn, decise di trasferirsi a Berlino, dove ottenne il titolo di dottore in un solo anno, sia per i suoi incredibili meriti, sia per il preannunciarsi della guerra franco-prussiana.

L’analisi del nome

Per intuire meglio il carattere del personaggio un buon punto di partenza può essere l’analisi del suo nome:

  • Ulrich derivava dal nome della madre, Ulricha;
  • Friedrich era un omaggio al re Federico il Grande: simboleggiava quindi il devoto lealismo nei confronti dello stato prussiano;
  • Wichard e Moellendorff erano un omaggio a Wichard von Möllendorff, nobile che adottò il padre di Wilamowitz quando costui era ancora un bambino. Era stato un generale di Federico il Grande, e durante la guerra dei 7 anni aveva vinto la battaglia di Loithen;
  • Wilamowitz era invece cognome polacco, area di provenienza della sua famiglia.

Alcuni scritti di Wilamowitz

Una delle sue caratteristiche principali fu l’incredibile “velocità di reazione” nel comporre commenti su papiri di nuova scoperta.

La sua bibliografia conta circa mille titoli: scrisse un’opera su ciascun autore, eccettuato Sofocle. Tra queste ricordiamo l’Aristoteles und Athen in risposta alle pubblicazioni del 1897 dell’Athenaion Politeia (fino ad allora sconosciuta) di Aristotele da parte degli inglesi.

La sua ultima composizione (morirà il 25 settembre 1931 dopo una malattia), rimasta purtroppo incompleta, è il Der Glaube der Hellenen (Sulla fede degli Elleni). A questo proposito, la scelta di ricorrere al termine “Elleni” in luogo di “Greci” è piuttosto significativa perché atta a sottolineare la spinta coesiva e la connotazione etnica, di popolo (in opposizione alla frammentarietà rappresentata dall’ordinamento in città stato), così come l’adozione del termine “fede” in luogo di “religione”, fino ad allora egemonico nella trattazione dei culti pagani.

Wilamowitz si occupò anche di filosofia, sebbene sempre in termini filologici. Un esempio di questa sua attenzione è il Platon I-II, del 1919 (è finita ormai la I guerra mondiale, si instaura quindi la Repubblica di Weimar, mai accettata dal filologo), indagato però nel suo contenuto politico piuttosto che teoretico.

E con uno dei più importanti filosofi della sua epoca ebbe a discutere. Dopo l’uscita de La nascita della tragedia, Wilamowitz scriverà un pamphlet contro Nietzsche intitolato La filologia a venire nel quale criticava il suo metodo filologico, giudicato poetico e non scientifico, come invece la rivoluzione lachmanniana richiedeva. Non fu particolarmente in torto, con questa particolare osservazione: Nietzsche non faceva filologia, ma filosofia.

Seppure esponente della Realphilologie, Wilamowitz non è mai stato considerato un “classicista” in virtù del suo disinteresse per il giudizio estetico, così imperante invece nelle riflessioni di Goethe ad esempio: il suo fine è sempre stato comprendere l’antichità, non riproporla.

Le fonti sulla sua vita

Come fonti per la sua vita abbiamo possediamo diverse autobiografia, di cui la più estesa è intitolata Memorie 1848-1914 (ci stupisce la scelta di non inserire le vicende relative alla I guerra mondiale, quando partì volontario e partecipò all’assalto della Parigi repubblicana).

Un altro documento è la cosiddetta vita auctori, vale a dire un breve sunto della sua vita posto a conclusione della sua tesi di laurea.

Ciò che tuttavia è indubbiamente il materiale più interessante sono i suoi carteggi, assidui, con i più eminenti studiosi del suo tempo, pubblicati dall’americano W. M. Calder III. Questi, insieme a molto altro materiale autografo, venne lasciato dalla figlia all’Università di Göttingen, ma purtroppo si tratta di materiale incompleto: nell’inverno ’45-’46 un gruppo di senzatetto si introdusse in quella che era stata la casa di Wilamowitz e, per scaldarsi, bruciò i fogli contenuti nelle sezioni M-Z.

Un’altra opera che attira l’attenzione è poi la sua Autobiografia latina stilata in due facciate con data 6 marzo 1928 in un momento di malinconia (era prossimo al compimento degli ottanta anni) ed accolta dall’Università di Gottinga come Nachlass Wilamowitz (“il lascito di Wilamowitz). In essa il princeps riferisce quali sono stati gli autori e gli uomini che più lo hanno formato,ma nel 1972 la famiglia giungerà a vietarne la pubblicazione visti i riferimenti personali contenuti, tra cui spicca un violento attacco al suocero, Theodor Mommsen. L’Autobiografia latina si trova su un foglietto volatile rimasto tra le “carte di Wilamowitz” a Göttingen, che la figlia Dorothea (una dei cinque figli avuti con Marie Mommsen) concesse di pubblicare a patto che non venisse mai divulgata una traduzione in una lingua moderna. Ancora oggi, infatti, questo scritto circola in latino.

Testo a cura di Anna Clara Basilicò
Foto | Wikimedia Commons

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