Una vita itinerante. Zingara. Una mobilità che segna tutta l’esistenza di Mascha Kaléko (1907-1975). Ancora bambina fugge, infatti, insieme alla famiglia, dalla natia Galizia (allora parte dell’Impero austroungarico) alla volta della Germania, cercando rifugio prima a Francoforte sul Meno e, successivamente, dopo un breve soggiorno a Marburgo, a Berlino.
Gli anni berlinesi: Mascha Kaléko e la bohème artistica
È qui che la Kaléko entra in contatto con l’avanguardia artistica, frequentando nomi del calibro di Else Lasker-Schuler ed Erich Kästner. Sono, del resto, gli anni in cui anche i suoi versi iniziano a circolare. A farsi notare. Quei suoi temi ispirati alla quotidianità, alle piccole, monotone cose della vita di tutti giorni e all’atmosfera di certi ambienti della capitale tedesca diventano in men che non si dica popolarissimi, facendo di Mascha Kaléko, quasi nell’espace d’un matin, un vero e proprio personaggio della bohème berlinese.
Tra un trasloco e l’altro si innamora perdutamente del direttore d’orchestra Chemjo Vinaver e lascia il marito, il filologo Saul Kaléko. Una scelta dolorosa ma necessaria, vista la nascita anche di un bambino.
L’esilio americano: quando la poesia si fa più cupa
Nuvoloni tempestosi si addensano intanto sull’Europa intera. Il regime di Hitler è ormai più che una minaccia e le origini ebree della poetessa non sono certo un buon biglietto da visita (e neppure, a dire il vero, quelle del suo nuovo compagno). Così ancora una volta alla Kaléko non resta che fare le valigie e precipitarsi, finché è ancora possibile, in America. Ma neanche il trasferimento a Los Angeles e New York sarà definitivo.
È naturale allora che la sua poesia, un tempo, sospesa tra ironia e malinconia, si incupisca ulteriormente. Sprofondi nel pessimismo.
Gerusalemme, ultimo approdo: dal dolore alla poesia più intensa
I suoi ultimi anni di vita sono d’altronde funestati da malattie continue, lutti terribili.
Rimasta sola a Gerusalemme, ultimo suo approdo (dove non fu mai felice) vive momenti di grande sconforto.
Un abbattimento che, tuttavia, dà il la a poesie tra le più struggenti e straordinarie che la Kaléko abbia mai scritto.
A riprova di ciò, eccovi i versi conclusivi della poesia I primi anni (traduzione di Silvia Alfonsi):
Mangiai i frutti immaturi del desiderio,
bevvi dall’acqua che fa patire la sete.
Muta forestiera di fronte a zone inesplorate,
di gelo diventai durante gli anni tetri.
Amore fu la mia patria d’elezione.
Foto | Rengha Rodewill, CC BY-SA 3.0 DE, da Wikimedia Commons – “Hommage à Mascha Kaléko” di Rengha Rodewill (2007): l’installazione con la valigia della poetessa errante e la figurina ricoperta dai suoi versi. Georg Kolbe Museum, Berlino.







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