Immaginate un’Italia desertificata, dove migliaia di persone fuggono verso nord in cerca di un clima abitabile. Oppure una California travolta da tempeste di sabbia che inghiottono intere città. O ancora, una Genova sommersa dall’innalzamento del Mediterraneo, dove bambini crescono tra tifoni e miasmi. Non sono scenari di un lontano futuro fantascientifico. Sono le pagine della climate fiction, o cli-fi, il genere letterario che sta ridefinendo il nostro modo di raccontare – e comprendere – la crisi climatica.
Quando è nata la cli-fi?
Il termine “cli-fi” nasce all’inizio degli anni Duemila per volontà del giornalista americano Dan Bloom, che cercava un modo per sensibilizzare il pubblico sul cambiamento climatico. Bloom aveva letto L’ultima spiaggia di Nevil Shute, rimanendone talmente sconvolto da non riuscire a dormire per giorni. Anni dopo, quando s’imbatté in un articolo che prevedeva una popolazione terrestre decimata entro la fine del secolo a causa dei problemi climatici, capì che i dati e la propaganda non bastavano. Servivano storie capaci di toccare le corde emotive delle persone.
Margaret Atwood fu tra le prime autrici a sposare la definizione, contribuendo a legittimare un genere che l’industria editoriale tendeva a confinare ai margini della fantascienza. Come sottolinea la SF Encyclopedia, il termine nasceva con l’intento di “salvare” opere degne dall’etichetta di science fiction, anche se questa distinzione appare oggi sempre più artificiosa.
Tra fantascienza, distopia e realismo
La cli-fi si muove in un territorio ibrido. Da un lato condivide con la fantascienza e la letteratura distopica l’immaginazione di scenari futuri, spesso catastrofici. Dall’altro si radica in una dimensione di “realismo ipotetico”, come lo definisce il Giornale dell’Ambiente, perché le situazioni che descrive – pur essendo finzione – sono altamente probabili e scientificamente plausibili.
È proprio questa verosimilitudine a rendere la cli-fi così potente. Come spiega Bruno Arpaia, autore di Qualcosa, là fuori, uno dei primi romanzi cli-fi italiani: la narrativa climatica ci offre l’opportunità di vivere emotivamente scenari che i numeri e i grafici non riescono a trasmettere. Sentire la polvere, la fame, la sete “come se” fossimo noi a viverle ci colpisce dritto al cuore.
I grandi classici internazionali
Se J.G. Ballard con Il mondo sommerso (1962) può essere considerato il padre della moderna cli-fi, il genere ha conosciuto una vera esplosione negli ultimi vent’anni. Secondo l’antropologo Amitav Ghosh, il punto di svolta è stato il 2018. È stato l’anno di eventi climatici estremi e dell’accoglienza entusiastica riservata a Il sussurro del mondo di Richard Powers, vincitore del premio Pulitzer.
Tra i titoli imprescindibili, la trilogia MaddAddam di Margaret Atwood esplora un mondo devastato dall’ingegneria genetica e dallo sfruttamento ambientale, mentre La parabola del seminatore di Octavia Butler – pubblicato nel 1993 – prefigura con inquietante precisione derive politiche e climatiche che oggi riconosciamo nel presente. La strada di Cormac McCarthy dipinge un’America post-apocalittica attraversata da un padre e un figlio, dove la catastrofe ambientale si fa metafora della perdita di umanità.
Altri romanzi significativi includono American War di Omar El Akkad, The Water Knife di Paolo Bacigalupi, e La collina delle farfalle di Barbara Kingsolver, che racconta di farfalle monarca costrette a migrare a causa del cambiamento climatico. Come evidenzia l’Università di Bologna, molte di queste opere pongono al centro il tema dell’empatia: la capacità di sentire il dolore altrui e, per estensione, quello del pianeta.
La cli-fi italiana: un panorama in crescita
Nel panorama italiano, la cli-fi sta consolidando una presenza sempre più significativa. Il Giornale della Libreria ha recentemente mappato una scena vivace e diversificata, che spazia dal realismo speculativo al graphic novel.
La crisi climatica nelle librerie italiane
Qualcosa, là fuori (2016) di Bruno Arpaia, pubblicato da Guanda, rimane un punto di riferimento. Ambientato tra il 2070 e il 2080, racconta di migliaia di persone che fuggono da un’Italia desertificata verso la Scandinavia, unico territorio dove il clima resta abitabile. Ma già nel 2007, con Sirene (Marsilio), Laura Pugno immaginava un’umanità costretta a vivere al buio in città subacquee, dominata dalle mafie e sfinita dal consumo di ogni risorsa planetaria.
Tra le opere recenti spiccano Mette pioggia di Gianni Tetti (Neo Edizioni), ambientato in una Sassari arida e polverosa; Bambini Bonsai di Paolo Zanotti (Ponte alle Grazie), che descrive una Genova sommersa dalle acque in toni onirici; Noi siamo campo di battaglia di Nicoletta Vallorani (Zona 42), dove la pianura padana è diventata un golfo.
Particolarmente interessante l’approccio di Chiara Mezzalama in Dopo la pioggia (Edizioni e/o), che intreccia la crisi climatica con quella personale dei protagonisti: come scrive Il Giornale dell’Ambiente, la crisi ambientale diventa anche la crisi di un modo di vivere profondamente individualista, che collassa insieme alla natura.
Il graphic novel Troppo facile amarti in vacanza (2023) di Giacomo Bevilacqua per Bao Publishing racconta l’apocalisse mentre sta avvenendo, attraverso il viaggio di una ragazza e del suo cane in un’Italia progressivamente sommersa dall’acqua. Paolo Giordano con Tasmania (Einaudi, 2022) usa invece un approccio diaristico e riflessivo, facendo della crisi climatica un prisma per osservare le fratture dell’identità.
Un momento importante per la formalizzazione del genere in Italia è stata la pubblicazione di Tempesta dal nulla (Delos Digital, 2023), prima antologia interamente dedicata alla cli-fi italiana, curata da Carmine Treanni e Luca Ortino. Nel 2024, inoltre, si è svolta a Pistoia la seconda edizione dei Climate Fiction Days, festival dedicato alla letteratura sul cambiamento climatico.
L’empatia come chiave di lettura
Uno degli aspetti più affascinanti della cli-fi è il suo potere di generare empatia. Nel classico Gli androidi sognano pecore elettriche? (1968) di Philip K. Dick, il protagonista Rick Deckard impara a provare compassione per gli androidi che ha sempre ucciso senza rimorsi. In La parabola del seminatore, Octavia Butler immagina una protagonista dotata di “iperempatia”, capace di sentire fisicamente il dolore altrui. Se tutti avessero questa caratteristica, suggerisce il romanzo, sarebbe impossibile infliggere sofferenza o ignorare le conseguenze delle nostre azioni sul pianeta.
Come evidenzia l’analisi dell’Università di Bologna, l’empatia non è solo un tema narrativo, ma la chiave per innescare quel cambiamento di atteggiamento educativo di cui abbiamo bisogno. Una volta che iniziamo a vedere la vita in modo empatico, è impossibile tornare indietro.
Cli-fi e cinema: lo schermo amplifica il messaggio
Anche se il nostro focus rimane sui libri, è impossibile ignorare l’impatto che il cinema cli-fi ha avuto sulla percezione pubblica del cambiamento climatico. The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo (2004), pur con le sue libertà scientifiche, ha dimostrato quanto le storie possano essere più efficaci dei dati. Uno studio di Anthony Leiserowitz della Yale University ha rilevato che chi aveva visto il film era più propenso a modificare il proprio comportamento e a parlare di climate change con amici e familiari.
Altri film significativi includono Snowpiercer (2013), che esplora le conseguenze di un esperimento di geoingegneria fallito; Mad Max: Fury Road (2015), ambientato in un mondo senz’acqua; e WALL-E (2008), che nonostante il tono da film d’animazione affronta con serietà il tema di un pianeta reso inabitabile dall’inquinamento. Molti di questi film, va notato, sono tratti da romanzi o fumetti, confermando il ruolo centrale della letteratura nella narrazione della crisi climatica.
Perché la cli-fi funziona
Il successo della climate fiction si spiega con diversi fattori. Innanzitutto, come osserva lo studio pubblicato sul Giornale della Libreria, il cambiamento climatico sfida i tradizionali strumenti del racconto. Non è un evento improvviso e spettacolare, ma un processo graduale, cumulativo, spesso invisibile. La cli-fi rende visibile e tangibile ciò che altrimenti rimarrebbe astratto.
In secondo luogo, la cli-fi ha un potenziale educativo particolare per i giovani lettori. Come sottolinea l’associazione Literacy Italia, l’educazione ambientale tradizionale si è concentrata sulle questioni concrete del cambiamento climatico, ma difficilmente stimola i ragazzi all’azione. La letteratura cli-fi, invece, offre l’opportunità di immaginare scenari alternativi, di vedere protagonisti giovani che agiscono per trasformare il loro futuro. In opere come Exodus di Julie Bertagna, la protagonista quindicenne diventa agente attivo nel processo di risoluzione della crisi climatica.
Terzo, la cli-fi contemporanea ha imparato a evitare l’epica del disastro per concentrarsi sull’intimità delle trasformazioni quotidiane. Romanzi come Orbital di Samantha Harvey (vincitore del Booker Prize 2024) o Ava Anna Ada di Ali Millar scelgono uno sguardo contemplativo o psicologico, rendendo la crisi climatica più vicina e comprensibile.
Cli-fi e giustizia sociale
Un aspetto cruciale della cli-fi contemporanea è la consapevolezza che la crisi climatica colpisce in modo diseguale. Il Climate Fiction Prize, istituito proprio per premiare opere che mettono al centro il cambiamento climatico, è stato vinto nel 2024 da And So I Roar (pubblicato in Italia come Un grido di luce, Nord) della scrittrice nigeriana Abi Daré. Ambientato nelle aree rurali della Nigeria, il romanzo evidenzia l’impatto del collasso ambientale sulla vita delle donne e delle ragazze, mettendo in luce le conseguenze sociali della crisi nei contesti più vulnerabili.
The Deluge di Stephen Markley (uscito in Italia per Einaudi come Diluvio) intreccia terrorismo ecologista, greenwashing, interessi lobbistici e radicalizzazione, restituendo un ritratto complesso della società occidentale alle prese con il collasso delle sue certezze. La climate fiction, insomma, ha capito che non si può separare la crisi ecologica da altre fratture: sociali, razziali, economiche.
Un genere per il futuro
La cli-fi si candida a diventare una delle forme narrative che meglio interpreta la complessità del presente. Non perché offra risposte semplici o soluzioni magiche, ma perché riesce a rendere percepibile – anche sul piano emotivo – l’accumularsi delle trasformazioni in corso, le relazioni di causa-effetto con le nostre esistenze, le conseguenze che prima o poi ci verranno a cercare.
Come scrive Bruno Arpaia, la cli-fi ci permette di “vivere” attraverso un romanzo l’innalzamento del livello del mare, di partecipare a una tragica migrazione climatica, di sentire emotivamente ciò che i numeri non riescono a trasmettere. È questo potere empatico che rende la climate fiction non solo un genere letterario, ma uno strumento di consapevolezza e, forse, di cambiamento.
In un’epoca in cui gli effetti del cambiamento climatico sono ormai percepibili nella quotidianità di molte persone, raccontare storie ambientate nel presente o in un futuro prossimo diventa un modo per elaborare collettivamente le nostre paure, ma anche per immaginare alternative possibili. Perché, in fondo, la letteratura ha sempre avuto questo compito: aiutarci a dare senso al mondo in cui viviamo e a quello che potremmo costruire.
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