Sua maestà il gatto. Un piccolo, grande re che da sempre regna con grazia sdegnosa nelle nostre case e che, ogni giorno, ci viene puntualmente incontro, sogguardandoci misterioso e lontano come se sapesse cose che noi, poveri esseri umani, ignoriamo o non possiamo in alcun modo vedere o comprendere.
Occhi imperscrutabili, dall’iride di giada, di topazio, di lapislazzulo. Uno sguardo, il suo, fondo come il mare o come un cielo capricciosamente capovolto, in bilico tra il giorno e la notte. Tra la luce e l’oscurità. Con occhi così – ammettiamolo subito – non ci sorprende scoprire che questo piccolo felino, fin dagli albori della civiltà, sin dall’affermazione dell’agricoltura, ha ammaliato (o intimorito) l’uomo di cui è diventato, insieme al cane, l’inseparabile compagno di viaggio.
Il simbolismo del gatto tra mito, arte e cultura
Adorato dagli egizi (ricordiamo en passant la dea Bastet), rispettato dai mussulmani (Maometto morso da un serpente fu salvato proprio da una gatta), ma, ahimè, inviso agli uomini del Medioevo che videro in lui una creatura del male, il gatto è stato soggetto artistico su più fronti. Dalla letteratura alla pittura, passando per le arti minori.
Nel 1561 Gulielmus Baldwin scrisse e pubblicò quello che viene considerato il primo romanzo inglese: Attenti al gatto (Beware the Cat). Una vicenda di dura satira religiosa in cui i gatti non solo sanno esprimersi magnificamente, ma hanno anche straordinari poteri.
Impossibile non citare a questo punto il gattone del Cheshire di Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie) o Il gatto con gli stivali di Perrault (ma forse dovremmo dire più giustamente di Giovanni Francesco Straparola) a cui dobbiamo aggiungere la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, nato dall’estro tutto sudamericano di Luis Sepúlveda.
Non mancano, tuttavia, neppure storie più oscure o bizzarre come Il gatto nero di Poe, Il maestro e Margherita di Bulgakov e Tobermory di Saki dove un uomo insegna al suo gatto a parlare.
Dalla letteratura alla pittura: il gatto come archetipo del mistero
Il gatto trionfa poi a più riprese anche nella pittura. Eccolo allora in un quadro di Annibale Carracci mentre gioca con due bambini, tra le affettuosissime braccia di una ragazzina in una pregiata tela di Renoir o ancora, feroce e spietato, in un’opera di Pablo Picasso in cui senza scomporsi cattura un povero uccello.
Al suo magnetismo ha capitolato – come non ricordarlo? – anche il mondo dei fumetti e dell’animazione. Un mondo che oggi pullula di gatti entrati nell’immaginario collettivo: chi non ha infatti seguito le avventure di Fritz o le disavventure di Tom? Insomma è indiscutibilmente vero che il gatto ha sette vite e per sette dobbiamo dunque moltiplicare il suo inafferrabile fascino.
Via | Interesting Literature
Foto | Depositphotos







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