Nazim Hikmet

Nazim Hikmet, poeta dell’amore per la vita

Mai poeta fu tanto proteso all’utilità del verso quanto Nazim Hikmet. Lui educato alla lingua dell’aristocrazia, il turco ottomano, scoprì, modellò e rinnovò la lingua popolare rendendola potente e capace di trasmettere quella lucidità di pensiero con cui il poeta ha sempre cercato di forgiare la propria opera.

Hikmet, innamorato della terra e della libertà

Innamorato della propria terra e più ancora della libertà riuscì a strappare allo stesso Atatürk, dittatore innovatore della Tuchia, l’affermazione: “È il più grande poeta turco, peccato sia comunista”. E comunista lo fu davvero. Formatosi a Mosca (“la città bianca dei miei sogni più felici”) nei primi folgoranti anni della rivoluzione sovietica, ma, come qualcuno lo definì in seguito, comunista romantico, dove l’aggettivo, lungi dal voler essere dispregiativo, coglie l’attenzione sottile alla vita che tocca un ampio diapason di emozioni umane.

Sono tra gli uomini
amo gli uomini
Amo l’azione
Amo il pensiero.
Amo la mia lotta
Sei un essere umano
nella mia lotta.
Ti amo

Il poeta dell’amore

Poeta dell’amore per la vita, per la lotta, ma poeta anche dell’amore vissuto appassionatamente. Nelle composizioni dedicate ai molti intensi amori che hanno dato spessore e gioia a una vita non di rado affannosa, si avverte, a ben sentire, l’eco lontana dei versi di un suo amico: Pablo Neruda.

Sei la mia schiavitù
sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

Quella di Hikmet è una poesia comprensibile a tutti

Uno dei vanti di Hikmet è quello di essere stato – e di essere – comprensibile tutti. Aveva un’innata capacità comunicativa che lo portava a creare dei rapporti caldi e significativi con quanti lo incontrarono in carcere e fuori. La lunga detenzione minò la sua salute. Di certo non fiaccò, né il suo genio, né il progetto poetico, né tanto meno l’ostinata volontà di essere in contatto con il mondo esterno. A volte, nei momenti più duri della detenzione, si vedeva negati lapis e carta. Egli andava così concertando mentalmente le proprie composizioni che poi faceva imparare a memoria ai pochi visitatori che avevano il permesso di andare a trovarlo in carcere.

Al forte impegno civile in nome di un’ideale di Turchia libera e democratica, si aggiunse un vivace attivismo a favore del risveglio della cultura sovietica caduta preda della burocrazia stalinista.

Un poeta da conoscere e onorare, non da commemorare. La commemorazione sa di stantio e dà l’impressione di essere confezionata per pochi e questo rappresenterebbe l’estremo tradimento all’opera di Hikmet che, con pazienza, è andato piantando olivi per il bene di tutti.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Perché del mondo, della vita non ci si può saziare.

Foto | WikiCommons

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Natale Fioretto

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