Antonio Maccioni, Cannibali. Dagli aztechi a Jeffrey Dahmer, Newton Compton, 2025

Cannibali, di Antonio Maccioni: viaggio lucido e profondo nel tabù più antico dell’umanità

Il cannibalismo, pratica che evoca orrore e macabra curiosità, è uno dei tabù più forti e antichi del genere umano. È un tema che, nel mondo moderno, si manifesta in diverse forme, dalla cronaca nera e dal true crime alla finzione cinematografica e letteraria, dalla musica al fumetto. Ma al di là della sua rappresentazione sensazionalistica, cosa si cela dietro questo fenomeno? Cannibali. Dagli Aztechi a Jeffrey Dahmer, opera di Antonio Maccioni, edita da Newton Compton, si propone di svelare la complessità di questa pratica, grazie a un’analisi multidisciplinare che spazia dall’archeologia alla storia, dalla letteratura al cinema, fino alla cultura pop.

Cannibali: viaggio tra miti, riti e orrori della storia umana

Maccioni, già noto per opere come Il grande libro delle torture e molte altre ancora, ci guida in un viaggio che non solo esplora le diverse manifestazioni dell’antropofagia, ma ci invita anche a riflettere sulle ansie e le paure della nostra stessa società. Il libro rivela che il cannibalismo non è mai stato un fenomeno monolitico, bensì un atto dalle molteplici sfaccettature, motivato da ragioni diverse dalla semplice fame.

Un universo di significati: oltre la fame e l’orrore

Il saggio di Maccioni si articola in quattro sezioni principali, ciascuna dedicata a una tipologia specifica di cannibalismo: rituale, di sopravvivenza, criminale e nella cultura pop.

Pratiche ancestrali

Il cannibalismo rituale, alimentare e terapeutico apre una finestra su pratiche ancestrali, spesso legate a credenze spirituali e sistemi sociali complessi.

Le radici profonde di questo tabù sono rintracciabili già 800.000 anni fa nel sito di Gran Dolina, in Spagna, dove i resti dell’Homo antecessor mostrano chiari segni di scarnificazione ed estrazione di cervello e midollo, suggerendo un cannibalismo ricorrente, forse legato a una “prima guerra preistorica”.

Ancora 14.700 anni fa, nella grotta di Gough in Inghilterra, si ritiene che il consumo dei corpi facesse parte di un misterioso rituale funerario, con crani trasformati in coppe per bere, indicando una “cerimonia di gruppo”.

Il libro esplora anche il cannibalismo tra i Neanderthal, che, sebbene dibattuto, è quasi certo fosse diffuso per motivi nutrizionali o rituali.

Nelle civiltà antiche, il cannibalismo assume spesso un significato simbolico di alterità e barbarie, come nel mondo greco con figure mitologiche quali Polifemo e le Sirene.

Rituali religiosi

Maccioni, tuttavia, non si limita a questo. Mostra come pratiche di questo tipo fossero documentate anche presso i nativi americani, come gli Aztechi, che praticavano sacrifici di massa con l’offerta dei cuori al dio Huitzilopochtli. L’antropologo Marvin Harris, citato nel libro, suggerisce che il cannibalismo azteco avesse una funzione politico-militare e fosse consumato dalle élite in contesti rituali, piuttosto che per fame di carne. In Brasile, i Tupinambá assimilavano i loro nemici catturati attraverso un rito complesso, che culminava nel pasto cannibalico, rafforzando i legami comunitari e riaffermando onore e potere.

Cannibalismo terapeutico?

Un aspetto meno noto, ma altrettanto affascinante, è la funzione terapeutica del cannibalismo. Nel Medioevo, la “mumia”, inizialmente bitume per l’imbalsamazione, si trasformò in carne umana essiccata, considerata un portentoso medicinale, usato persino da re come Francesco I. Esistevano anche pratiche come il “vinage”, che consisteva nel far filtrare acqua e vino attraverso i resti dei corpi dei santi per ottenere elisir curativi. In Cina, la medicina tradizionale includeva la “pietà filiale”, dove figli offrivano parti del proprio corpo ai genitori malati, o la leggenda degli “uomini dolcificati” con miele per scopi medicamentosi.

Il cannibalismo di sopravvivenza

La sezione sul cannibalismo di copravvivenza è particolarmente toccante. Qui, Maccioni ci porta in scenari di estrema privazione, dove la fame spinge gli esseri umani oltre ogni limite morale.

Dalla grande carestia egiziana del 1200-1201, dove si arrivò a mangiare bambini e a conservare corpi come “carne di riserva”, agli assedi come quelli di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale, in cui la paura dei propri vicini, diventati potenziali fonti di cibo, si aggiungeva all’orrore dei bombardamenti. Anche i naufragi e le spedizioni estreme, come quella della Nottingham Galley, della Méduse o della Donner Party, rivelano storie agghiaccianti di cannibalismo per necessità, sollevando interrogativi etici sulla liceità di simili atti.

Il cannibalismo criminale e i cannibali nella cultura pop

Infine, il cannibalismo criminale e la sua rappresentazione nella cultura pop mostrano come il tabù sia stato assorbito e reinterpretato dall’immaginario collettivo.

Dalle figure folkloristiche dei “lupi mannari” come Gilles Garnier e Peter Stübbe, che fungevano spesso da capri espiatori in tempi di caccia alle streghe, ai serial killer moderni che hanno segnato la cronaca nera e l’industria dell’intrattenimento. Nomi come Fritz Haarmann, il “macellaio di Hannover”, che vendeva carne umana nel mercato nero della Repubblica di Weimar, o il più celebre Jeffrey Dahmer, “il mostro di Milwaukee”, la cui storia è stata riprodotta in innumerevoli film e serie TV, come quella di Netflix del 2022. Quest’ultima sezione evidenzia come tali figure siano diventate metafore delle ansie sociali e psicologiche contemporanee.

Il libro tocca anche l’aspetto del cannibalismo nell’arte, dalla “Società della Neve” (tratta dalla tragedia aerea delle Ande) a opere di critica sociale come Cadavere squisito di Augustina Bazterrica, dove il consumo umano è normalizzato e industrializzato, e funge da metafora di una società che “divora i suoi elementi più vulnerabili”.

Cannibali, uno specchio dell’umanità: luci e ombre

Ciò che emerge con forza dalla lettura di Cannibali è che questa pratica, pur ripugnante, ha avuto e continua ad avere un profondo significato spirituale, religioso, politico, sociale e psicologico. È stato uno strumento di controllo della violenza, di rafforzamento dei legami comunitari, di assimilazione e identificazione. Il cannibalismo è una grande metafora che dice molto di noi. Riflette la paura dell’ignoto, le ansie del consumo e l’ossessione per il cibo, la tendenza al sopruso sull’altro, ma anche le divisioni sociali e politiche del nostro tempo.

Maccioni, con la sua narrazione fluida e la sua capacità di contestualizzare eventi e figure, offre una prospettiva illuminante.

Cannibali. Dagli Aztechi a Jeffrey Dahmer riesce a mantenere un equilibrio tra rigore storico e accessibilità. Fornisce dettagli che vanno oltre la mera cronaca e invita il lettore a una riflessione più ampia sulla natura umana. La sua capacità di attingere a diverse fonti – dai resoconti storici ai miti, dagli studi antropologici alla letteratura – rende l’opera un punto di riferimento prezioso per chiunque voglia comprendere un argomento tanto complesso e, per certi versi, incredibilmente attuale.

Sia chiaro: quello di Antonio Maccioni, non è un semplice elenco di orrori. È un’indagine acuta e penetrante su come un tabù primordiale si sia intrecciato con la storia, la cultura e la psiche umana, fungendo da specchio per la nostra avidità e l’individualismo del mondo che abitiamo.

Il libro

Antonio Maccioni
Cannibali. Dagli Aztechi a Jeffrey Dahmer
Newton Compton, 2025

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Roberto Russo

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