Heather Dune Macadam, Le 999 donne di Auschwitz
Heather Dune Macadam, Le 999 donne di Auschwitz

Le 999 donne di Auschwitz

Le 999 donne di Auschwitz. La vera storia mai raccontata delle prime deportate nel campo di concentramento nazista: impossibile trovare un aggettivo per questo libro di Heater Dune Macadam, pubblicato da Newton Compton per la collana I volti della storia. Perché impossibile? Perché “doloroso” non basta, perché “importante” è riduttivo, perché “unico” è quasi banale.

Il primo “carico umano”

Heather Dune Macadam, Le 999 donne di Auschwitz, traduzione di Micol Cerato, Newton Compton
Heather Dune Macadam, Le 999 donne di Auschwitz, traduzione di Micol Cerato, Newton Compton

Frutto di un incredibile lavoro di ricerca il cui risultato è scioccante, Le 999 donne di Auschwitz ci racconta una storia poco conosciuta, quella della prima deportazione ufficiale, ovvero il primo “carico umano” verso i campi di concentramento. Si tratta di un trasporto particolare, il cui arrivo ad Auschwitz è datato 26 marzo 1942. Il luogo di partenza è la Slovacchia, e sono tutte donne giovanissime, ebree, nubili.

L’ingenuità di parte e di chi resta

Molte famiglie di queste ragazze, e diverse ragazze stesse, erano fiere di questa partenza perchè ignare: scelte per lavorare in fabbrica, per aiutare il loro Paese, colme di spirito patriottico, con addosso il vestito buono, furono accompagnate al treno – destinazione Polonia – circondate d’orgoglio e speranza. Molte di loro non avevano più di 15 anni e nell’insieme non superavano i 36. Qualcuno sospettò il peggio, ma in linea di massima fu l’ingenuità a impregnare i saluti tra chi restava e chi partiva.

Un gioco di prestigio

A un certo punto, si sparse la notizia che le ragazze avrebbero lavorato in una «fabbrica di scarpe». A quel tempo, la Slovacchia era tra le maggiori produttrici di scarpe del mondo e la t. & a. Baťa Shoe Company impiegava molta gente nel Paese31. L’idea che le figlie lavorassero in una fabbrica di scarpe tranquillizzò molte delle persone preoccupate. Ma fu solo un gioco di prestigio, e il governo stava usando un mazzo truccato.

Divenire cibo per la brutalità altrui

Che cosa provarono, quando il viaggio si concluse davanti ai cancelli di Auschwitz? Che cosa successe dopo? Quali orrori conobbero? Quante non fecero più ritorno a casa?

Le testimonianze riportate nel libro di Heater Dune Macadam fanno male, si imprimono nella memoria e non ci lasciano più perché più smettiamo di domandarci come sia stata possibile tanta brutalità, e tanto piacere nel cibarsene. Ad aggiungersi alle condizioni igeniche terribili, alla fame e alla sete, alla spossatezza fisica e alle malattie, o al lavoro che diviene tortura e alle torture vere e proprie (come gli esperimenti di sterilizzazione), vi erano atti di crudeltà e sadismo inenarrabili compiuti per puro divertimento, e la lotta alla sopravvivenza ogni cosa rendeva sopportabile.

A tutto ci si abitua…

I nostri corpi cominciavano ad abituarsi a certe condizioni meteorologiche e di vita. Al nostro arrivo non sapevamo nulla, ma adesso sapevamo» sopravvivere. La fame aveva avuto effetti molto debilitanti sulla lucidità mentale e sulla forza fisica, ma una volta che il corpo si abituava alla mancanza di cibo trovava anche il modo di sostentarsi, almeno per un po’.

Arrivare al giorno dopo

Che cosa è il disgusto e cosa lo provoca? Ogni parametro subisce enormi stravolgimenti, ed arrivare al giorno dopo è l’unica priorità…

Di notte le ragazze non avevano il permesso di recarsi alle latrine, così in caso di emergenza dovevano usare le loro gamelle rosse e poi cercare di pulirle con la terra l’indomani mattina prima di ricevere il tè. Per poter andare alle latrine prima dell’appello, dovevi alzarti prima dell’alba e battere sul tempo migliaia di altre. «Era orribile, niente servizi, niente carta igienica, niente di niente. A volte strappavamo un pezzo di stoffa dalla camicia. Era semplicemente irreale»

Ma davanti ai cadaveri di amiche e sorelle, davanti agli stupri, alle torture fisiche e psicologiche, alla perdita di identità e di umanità, tante scelsero il suicidio riappropriandosi dell’unico potere decisionale rimasto, quello più estremo.

La guerra che tutto distrugge

Le 999 donne di Auschwitz (prefazione di Caroline Moorehead), contiene voci e storie e lacrime, ma anche la ricostruzione di un contesto storico, o di come si svolgeva la vita nelle comunità ebraiche prima che la guerra spazzasse via ogni concetto di normalità, anche il più semplice e privo d’importanza.

E nel leggere l’ingenuità delle famiglie che accompagnavano le loro figlie verso l’orrore, proviamo tenerezza ma anche un profondo sentimento di fratellanza, nel domandarci quale peso le abbia schiacciate “dopo”, alla scoperta di ciò a cui queste ragazze erano andate incontro.

“Erano adolescenti quando furono mandate ad Auschwitz. Pochissime fecero ritorno. Il modo in cui sopravvissero è un tributo alle donne e alle ragazze di tutto il mondo. Questa è la loro storia”, ci annuncia l’autrice del testo, e a noi non resta che prepararci a proseguire, perché queste voci non perdano mai di consistenza.

La memoria: Le 999 donne di Auschwitz

Tante sono le pagine di storia da cancellare, di cui vergognarsi in eterno. Eppure al contempo meritano di non essere dimenticate, perché mai si sottovaluti ciò di cui l’uomo è stato ed è capace di fare ai propri simili.

Memoria. Memoria che fa male. A chi come noi ha ascoltato queste atroci storie contenute in un libro, e a chi le ha vissute e le ricorda ancora.

Anche i ricordi stanno sbiadendo – dice la scrittrice di Le 999 donne di Auschwitz – . Ma la verità è lì, se sai dove cercarla.

Susanna Trossero

Susanna Trossero

Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.

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