isole nella letteratura

Le isole nella letteratura, un viaggio affascinante

Il mito delle isole come posti pieni di meraviglie compare spesso nella tradizione mitologica e conosce un’evoluzione che va di pari passo con quella della letteratura. Le isole nella letteratura sono diventate un topos.

Le caratteristiche delle isole nella letteratura

Nei tempi moderni l’insularità si converte in uno dei principali punti di riferimento per lo sviluppo di storie inverosimili o iperboliche a diverso livello culturale: dai prodotti di massa e di intrattenimento (romanzi sui pirati o le varie serie che mescolano scienza e fiction) a espressione plastica di temi quali l’esilio forzato o volontario, la solitudine umana, la sperimentazione di una “società naturale” e via dicendo.

L’isolamento

La prima e più evidente caratteristica che dà il via libera alla fantasia la possiamo trovare nell’isolamento, termine che appartiene all’area semantica dell’isola. Ma non è tanto il carattere di spazio chiuso quello che fa presa, quando il fatto di essere sospesi nel mezzo delle acque. Il mare – lo spiega bene Gilbert Durand – è una grande immagine funebre ed espressione del tempo che passa e tutto dissolve. L’isola diventa, così, un al di là sicuro oltre la morte. Non è un caso che la tradizione indoeuropea collochi il mondo dei morti nello spazio infinito oltre gli oceani, come ben dimostra la letteratura cavalleresca di influenza celtica in cui le isole (o gli spazi circondati da acqua) sono regni meravigliosi. L’isola di Avalon ne è un esempio.

Luoghi speciali

La condizione di al di là dell’isola porta con sé un altro dato: è un luogo fortunato. Le isole in letteratura spesso sono spazi di abbondanza, di ricchezza, di eterna giovinezza e di piaceri vari. In fin dei conti luoghi che non hanno perso la benedizione degli dei e, quindi, veri e propri paradisi terrestri.

Il libro della Genesi (2, 10-14) ci dice che il Giardino dell’Eden è un luogo ricco e pieno di acque:

Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro e l’oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.

La tradizione medievale ha arricchito questa rappresentazione immaginaria con testi in cui si descrive il paradiso terrestre come un’isola a metà strada tra la tradizione celtica e quella cristiana. Dante, nella Divina Commedia, colloca il Paradiso terrestre alla cima del Purgatorio, che altro non è che una montagna che sorge dal mare.

Al di là del tempo e dello spazio

Altro carattere immaginifico contenuto nell’isola è quello dell’evanescenza. Poiché si trova in qualcosa di mobile e di indeterminato come l’acqua, l’isola non è obbligata ad avere un’esistenza reale e non deve per forza restare ancorata nello stesso posto. Nasce, così, l’idea dell’isola-mobile o dell’isola tartaruga, che troviamo sia nei miti indoeuropei della creazione ma anche in racconti come quello di Sinbad, che scopre di essere giunto sulla coda di un animale marino. Il mito dell’isola sommersa è presente in Platone che ci parla di Atlantide, un luogo ideale distrutto dall’empietà dei suoi abitanti.

L’isola viene così a collocarsi come luogo al di là del tempo e dello spazio, una sorta di luogo ucronico. L’insularità, dal canto suo, conferisce all’isola il carattere di un microcosmo perfetto. Aspetto questo che troviamo sia in Platone (secondo il quale Atlantide era un mondo autosufficiente e autoregolamentato), che nelle tre grandi utopie rinascimentali: quella di Tommaso Moro (1478-1535), la Nuova Atlantide di Francesco Bacone (1561-1626) e La Città del Sole di Tommaso Campanella (1568-1639). Le prime due sono isole, mentre la terza sottolinea il proprio carattere ideale collocandosi dall’altro lato del mare.

Luoghi di sperimentazione

L’isola assume le caratteristiche specifiche di luogo ideale per la sperimentazione, visto che permette di gestire alla perfezione l’intero microcosmo. Siamo passati da un paradiso mistico a uno razionalista.

L’isola rimane, comunque, sempre il luogo in cui tutto è permesso: dopo il razionalismo rinascimentale ci imbattiamo nelle isole allegoriche del Barocco o in quella satiriche descritte nei I viaggi di Gulliver. In seguito, a partire da Robinson Crusoe l’isola deserta porrà interrogativi alla credenza del “buon selvaggio” e dello stato naturale dell’uomo, come ben mostra il romanzo Il signore delle mosche di William Golding (1911-1993), premio Nobel per la letteratura 1983.

Con José Saramago alla scoperta delle isole nella letteratura

Tra i libri imperdibili che parlano delle isole nella letteratura e del loro mistero, c’è Il racconto dell’isola sconosciuta, di José Saramago, un testo che si permette di compiere un viaggio dentro di noi. L’edizione italiana è disponibile per Feltrinelli e curata da Paolo Collo e Rita Desti.

La storia racconta di un uomo che si presenta al proprio re per chiedergli una barca dal momento che vuole andare in cerca dell’isola sconosciuta. Il re è reticente sia perché non vuole essere tediato dalle richieste dei sudditi, sia perché ritiene che di isole sconosciute non ne esistano più. Ma l’uomo tanto fa che riesce a farsi dare il veliero e andare alla ricerca del suo sogno. Nel suo viaggio sarà aiutato da una donna.

Che cosa volete, Perché non avete detto subito che cosa volevate, Pensate forse che io non abbia altro da fare, ma l’uomo rispose soltanto alla prima, Datemi una barca, disse […] E voi, a che scopo volete una barca, si può sapere […] Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato, quasi avesse davanti a sé un matto da legare, di quelli che hanno la mania delle navigazioni, e che non è bene contrariare fin da subito, L’isola sconosciuta, ripeté l’uomo, Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più, Chi ve l’ha detto, re, che isole sconosciute non ce ne sono più, Sono tutte sulle carte, Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca, Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta.

La bellezza e la particolarità di questo racconto di Saramago (che di un racconto si tratta, visto che l’edizione cartacea conta poco meno di trenta pagine) risiede, oltre nello stile dell’autore, nel fatto che i sogni – queste isole sconosciute – diventano realtà quando si cercano insieme.

Non è una sciocchezza. Le “isole sconosciute” esistono. Alla fine, l’importante è darsi la mano e salpare insieme.

… [la barca] prese infine il mare, alla ricerca di se stessa.

Le isole nella letteratura, ovvero Atlantide in una poesia di Wisława Szymborska

Mario Tomé ebbe a dire che “il continente è la norma, e l’isola l’eccezione”. Una massima, questa, applicabile senza dubbio al mondo del mito, ma, da Darwin, sappiamo che è una evidenza dell’evoluzione. Le isole sono microsistemi a sé stanti, universi paralleli che hanno regole proprie derivate da un tempo altro e mondi in cui il meraviglioso, il diverso, lo sconosciuto possono essere la norma.

Tra tutte le isole quella che forse ha più colpito la fantasia di scrittori e pensatori, come anche di lettori e viaggiatori è Atlantide: un’isola, un mito, un mondo, una fantasia. Forse una speranza.

Atlantide è anche il titolo di una poesia di Wisława Szymborska (1923-2012), premio Nobel per la letteratura nel 1996.

Sono esistiti o no.
Su un’isola o non su un’isola.
L’oceano o non l’oceano
li inghiottì oppure no.

Qualcuno amò qualcuno?
Qualcuno si batté con qualcuno?
Accadde tutto oppure nulla
là oppure non là.

C’erano sette città.
È sicuro?
Ambivamo all’eternità.
E le prove?

Non furono aquile, no.
Furono aquile, sì.

Ipotetici. Dubbi.
Non commemorati.

Non estratti dall’aria,
dal fuoco, dall’acqua, dalla terra.

Non contenuti in una pietra
né in una goccia di pioggia.

Non adatti a posare
sul serio per un ammonimento.

Una meteora cadde.
Non una meteora.
Un vulcano eruttò,
Non un vulcano.
Qualcuno invocò qualcosa.
Nessuno nulla.

Su questa più o meno Atlantide.

La poesia di Wisława Szymborska è tratta da La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009). Testo polacco a fronte, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2009.

Foto | logoff via Depositphotos

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Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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