valigia

La valigia come metafora del viaggio letterario

La valigia, indipendentemente dalla foggia, è il simbolo del viaggio per antonomasia. Quando si chiudono le valigie si è pronti per partire e per iniziare l’avventura del viaggio.

Il viaggio letterario della valigia

La valigia è anche un contenitore metaforico, che raccoglie memorie e ricordi. A volte si tratta di ricordi legati a oggetti particolari, altre volte di memorie di una vita che in una immaginaria borsa vengono messe da parte con cura perché siano con noi durante i nostri viaggi.

Tra Pamuk e Némirovsky

Un esempio di queste valigie metaforiche è il testo La valigia di mio padre di Orhan Pamuk, Premio Nobel per la letteratura 2006, pubblicato da Einaudi. Vi sono raccolte tre conferenze di Pamuk sul senso della scrittura, quasi un ritratto della figura dello scrittore nel mondo contemporaneo.

La valigia è anche un simbolo dell’eredità, di qualcosa di prezioso da lasciare ai posteri. Ce lo racconta, per esempio, Giulia Levi nel parlare dell’eredità di Irène Némirovsky (1903-1942, ad Auschwitz)

Tutto ha inizio da una valigia, all’alba dell’estate del 1942. Irène Némirovsky, affermata scrittrice ebrea emigrata a Parigi da Kiev, ha davanti a sé poche ore di vita: l’attende l’arresto, la deportazione ad Auschwitz, la camera a gas. Con meticolosa attenzione prepara ogni dettaglio per la fuga delle sue due amate figlie, Denise ed Elisabeth, affidate alla tutrice perché le porti in salvo. Le bambine porteranno con sé solamente una piccola valigia che le accompagnerà nel lungo viaggio per la sopravvivenza. «Il mio compito era solo quello di conservarla», racconterà Denise sessant’anni dopo, quando finalmente si sentirà pronta a misurarsi con il suo contenuto. «Lo feci solo quando i miei figli furono abbastanza grandi da reggere la vista di una madre che affrontava il suo dolore più grande». Gli scritti contenuti in quella valigia, pubblicati postumi, segnano – a più di mezzo secolo di distanza – il ritorno alla ribalta di Irène Némirovsky.

La valigia di Dovlatov

A mio modo di vedere uno dei migliori libri su questo bagaglio è quello di Sergej Dovlatov (1941-1990) dal titolo La valigia, appunto, pubblicato in Italia da Sellerio. In questo romanzo di memorie Dovlatov, con la sua arguzia e un umorismo finissimo, racconta di quando dovette lasciare l’URSS per emigrare negli USA. Ecco l’inizio del romanzo, che vi invito a leggere:

All’Ufficio per l’espatrio quella stronza viene a dirmi:
– Ogni emigrante ha diritto a tre valigie. Questa è la norma. In merito abbiamo disposizioni precise del ministero.
Protestare non aveva alcun senso. Ma naturalmente protestai:
– Solo tre valigie? Ma come si fa con tutta la roba?
– Per esempio?
– Per esempio, la mia collezione di automobiline da corsa…
– Se le venda – rispose l’impiegata senza pensarci.
E poi aggiunse inarcando leggermente le sopracciglia:
– Se non le sta bene qualcosa, scriva un reclamo.
– Mi sta bene – dissi.
Dopo il carcere tutto mi andava bene.
– Beh, allora si dia una calmata…
Dopo una settimana stavo già raccogliendo le mie cose e potei constatare che una sola valigia bastava e avanzava.
Dalla pena che mi facevo, poco ci mancava che mi mettessi a piangere.

Dopo questo incipit, Dovlatov racconta che arrivato negli USA ripose la sacca su un armadio e se la dimenticò. La riaprì dopo anni e allora prese il sopravvento il flusso di coscienza dei ricordi che, di fatto, sono l’ossatura dell’intero romanzo.

Un paio di curiosità

Per finire, due curiosità. In letteratura la parola valigia (dall’arabo waliha, sacco di grano) compare per la prima volta in francese, tanto nelle commedie di Jean-François Regnard (1655-1709), quanto nel romanzo Histoire de Gil Blas de Santillana di Alain-René Lesage (1668-1747)

I Litfiba hanno celebrato il fascino di questo bagaglio nella canzone La mia valigia in cui, tra l’altro, affermano:

La mia valigia, casa a tracolla,
due occhi, due orecchie, due ruote, due zeta
La mia valigia, casa perfetta,
il massimo dal minimo indispensabile
La mia valigia, treno dei sogni,
piegati, perfetti, nascosti nel buio
nascosti nel caos, dentro di me
viaggiare è sognare, è un atto d’amore
La mia valigia è dentro, la mia valigia è il vento
Pronta a partire, pronta a tornare
Pronta a deviare di terra e a deviare di mare
La valigia è il mondo
è il mondo da amare
La mia valigia è sempre in movimento

Forse la prossima volta che vi metterete a preparare la valigia per un viaggio, ascoltate questo testo dei Liftiba per entrare subito in sintonia con lo spirito del viaggio e dei ricordi.

Foto | Kruchenkova via Depositphotos

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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