Libri pubblicati nel 1930: macchina da scrivere vintage e libri antichi su tavolo in legno

Libri pubblicati nel 1930: gli otto romanzi che hanno cambiato la letteratura mentre il mondo guardava altrove (per esempio, ai mondiali di calcio)

Montevideo, luglio 1930. Tredici nazionali si giocano una coppa che nessuno, a parte un caparbio dirigente francese di nome Jules Rimet, considera ancora indispensabile. L’Italia ha rifiutato l’invito senza nemmeno spiegarne il motivo, l’Inghilterra si è chiusa nell’orgoglio di chi il calcio l’ha inventato e non sente il bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Eppure quel torneo organizzato in fretta, in uno stadio finito a metà, diventerà il primo Mondiale della storia.

A migliaia di chilometri da Montevideo, in quello stesso 1930, succede qualcosa di altrettanto decisivo e molto meno rumoroso. Mentre la Grande Depressione stringe la sua morsa sulle economie occidentali e l’Europa fatica a fare i conti con le macerie morali della Grande Guerra, sui tavoli di scrittori sparsi tra Mississippi, Vienna, Berlino e Parigi prendono forma libri che ridisegneranno la letteratura del Novecento. Romanzi sull’ossessione, sull’identità smarrita, sulla psiche collettiva: il genere di opere che continuano a essere lette, tradotte e discusse quasi cento anni dopo, quando di quel primo Mondiale resta solo una curiosità da bar sport.

Ecco otto titoli che raccontano cosa significava scrivere, nel 1930, mentre la storia girava altrove.

Quando la letteratura giocava un proprio campionato

Il filo che lega questi libri non è uno stile comune, né una scuola letteraria condivisa: a metterli vicini ci pensa solo il calendario. Eppure sfogliarli in sequenza restituisce uno scatto preciso di un’epoca in bilico, sospesa tra la fine di un mondo (gli imperi, le certezze ottocentesche, la fiducia nella ragione) e l’inizio di un altro che si annuncia già minaccioso.

C’è chi, come William Faulkner, smonta la narrazione tradizionale per ricostruirla attraverso quindici voci diverse. Oppure chi, come Robert Musil, trasforma l’attesa di una festa imperiale che non avrà mai luogo nella metafora perfetta di un continente alla deriva. C’è chi sceglie invece la strada del genere, del romanzo popolare, e proprio lì lascia un segno che durerà più a lungo di certa narrativa “alta”: Agatha Christie, quell’anno, fa debuttare un personaggio che diventerà uno dei più amati della storia del giallo.

Non serve essere appassionati di calcio per apprezzare la coincidenza. Basta pensare che, mentre Uruguay e Argentina si giocavano la prima finale mondiale della storia, in una libreria di Berlino usciva in contemporanea il primo volume di un romanzo che l’autore non riuscirà mai a finire. La letteratura, certe volte, corre più lontano di una partita.

Mentre morivo, di William Faulkner

Quindici narratori, una famiglia di contadini del Mississippi e un cadavere che, durante il viaggio verso la sepoltura, comincia visibilmente a decomporsi: bastano questi pochi elementi per capire perché Mentre morivo (As I Lay Dying) sia considerato uno dei vertici assoluti della narrativa del Novecento. Faulkner racconta il tragitto della famiglia Bundren verso Jefferson, dove la madre Addie ha chiesto di essere sepolta, attraverso un flusso di coscienza che cambia voce a ogni capitolo: da Darl, il figlio “matto” che osserva tutto con uno sguardo lucido e alienato, fino al breve, fulminante monologo della stessa Addie, che parla quasi da oltretomba.

Il titolo originale arriva da un verso dell’Odissea, dal racconto che Agamennone fa a Ulisse della propria morte negli inferi. Faulkner lo scrisse nell’estate del 1929, lavorando come fuochista nella centrale elettrica dell’università di Oxford, in Mississippi, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, su un tavolino improvvisato con una carriola rovesciata. Il romanzo arriva in libreria l’anno dopo, e da allora non ha mai smesso di essere studiato come una delle prove più radicali di che cosa possa fare la tecnica narrativa quando decide di rompere ogni convenzione.

La difesa di Lužin, di Vladimir Nabokov

Prima di Lolita, prima della fama americana, Nabokov firmava ancora i suoi romanzi con lo pseudonimo di V. Sirin e li pubblicava a puntate su una rivista di emigrati russi a Parigi. È così che nasce La difesa di Lužin, la storia di un bambino timido e introverso che scopre per caso la propria genialità negli scacchi e ne fa, prima un rifugio, poi un’ossessione totalizzante.

Il personaggio di Lužin è ispirato, almeno in parte, a un maestro tedesco realmente esistito, Curt von Bardeleben, morto suicida gettandosi da una finestra: lo stesso destino che attende il protagonista del romanzo, dopo un crollo nervoso scatenato da un’estenuante finale di torneo contro l’italiano Turati. Nabokov, entomologo per passione e scrittore per vocazione, costruisce un romanzo che usa gli scacchi come metafora di una mente che non riesce più a distinguere la scacchiera dalla vita reale. Un secolo dopo, l’idea del genio solitario travolto dal proprio stesso talento continua a sembrare scritta ieri.

Narciso e Boccadoro, di Hermann Hesse

Un monaco ascetico e un giovane vagabondo innamorato della vita: Hermann Hesse costruisce Narciso e Boccadoro (Narziß und Goldmund) come un dialogo serrato tra spirito e sensi, tra la disciplina di chi cerca la verità nei libri e l’irrequietezza di chi la cerca nei volti delle donne incontrate sulla strada. Narciso, giovane maestro nel monastero di Mariabronn, intuisce fin dal primo sguardo che il suo allievo Boccadoro non è fatto per la vita religiosa, e lo spinge a partire.

Da quel momento il romanzo si trasforma in un pellegrinaggio fatto di amori, mestieri appresi e perduti, incontri con la morte e con la peste, fino al ritorno finale e a una delle pagine più commoventi che Hesse abbia scritto sulla ricerca dell’immagine materna. Sotto la superficie del racconto di formazione, è facile riconoscere l’eco di Nietzsche e del contrasto apollineo-dionisiaco, oltre all’influenza della psicologia junghiana degli archetipi, con cui Hesse era entrato in contatto diretto. Da allora è diventato uno dei suoi romanzi più letti e più amati anche in Italia.

L’uomo senza qualità, di Robert Musil

C’è un romanzo che inizia a Vienna, nel 1913, e racconta i preparativi di una grande festa che dovrebbe celebrare i settant’anni di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe: peccato che quella festa, per ragioni storiche che il lettore conosce e i personaggi no, non si terrà mai. Robert Musil pubblica a Berlino, nel 1930, il primo dei tre volumi de L’uomo senza qualità, opera mastodontica e incompiuta a cui lavorerà fino alla morte, nel 1942, senza mai portarla a termine.

Il protagonista, Ulrich, è un ex ingegnere che si descrive come privo di qualità non perché ne sia sprovvisto, ma perché non riesce a farne il fondamento della propria identità. Attraverso il suo sguardo ironico e disincantato sull’Austria-Ungheria che Musil ribattezza “Cacania”, il romanzo si trasforma in una riflessione sterminata sul senso della possibilità, sulla mediocrità della storia e sull’impossibilità, per l’individuo moderno, di credere ancora in qualcosa di definitivo. Accanto a Proust e Joyce, resta una delle opere-mondo più ambiziose mai tentate nel secolo scorso.

La morte nel villaggio, di Agatha Christie

Nel tranquillo villaggio immaginario di St. Mary Mead, il burbero colonnello Protheroe viene trovato morto nello studio del vicario, ucciso da un colpo di rivoltella. Le piste sono molte, i sospetti si moltiplicano, ma a risolvere il caso non sarà la polizia: sarà un’anziana signora apparentemente innocua, esperta più di pettegolezzi di paese che di criminologia. Con La morte nel villaggio (The Murder at the Vicarage), pubblicato nel 1930, Agatha Christie fa debuttare ufficialmente in un romanzo Miss Marple, destinata a diventare una delle investigatrici più amate della storia del giallo.

Quell’anno la “regina del crimine” non si ferma certo a un solo titolo: pubblica altri due libri e una raccolta di racconti, a conferma di una produttività che farà scuola. Ma è la nascita di questa vecchina di St. Mary Mead, capace di intuire la verità osservando le piccole meschinità del genere umano con la stessa attenzione con cui osserva il proprio giardino, a lasciare il segno più duraturo: da lì in avanti il giallo inglese avrà un nuovo modello di investigatore, lontano dalla freddezza analitica e più vicino, semmai, alla saggezza paziente di chi ha visto tutto, almeno una volta, accadere in paese.

Il disagio della civiltà, di Sigmund Freud

Pubblicato in tedesco nel 1930 con il titolo Das Unbehagen in der Kultur, Il disagio della civiltà è uno dei testi più discussi e più letti di Sigmund Freud, al punto da essere considerato, decenni dopo, uno dei libri più influenti della psicologia moderna. La tesi di fondo è semplice da enunciare e inesauribile da approfondire: la civiltà nasce e si mantiene reprimendo gli istinti primitivi dell’individuo, dall’aggressività al desiderio sessuale, e questa repressione, per quanto necessaria a garantire la convivenza, produce un’insoddisfazione perenne in chi la subisce.

Freud scrive il saggio nel 1929, l’anno del crollo di Wall Street, e lo pubblica mentre l’Europa intera comincia a sperimentare sulla propria pelle quanto possa essere fragile l’equilibrio tra libertà individuale e ordine collettivo. Meno citato oggi rispetto agli anni del suo massimo prestigio accademico, resta comunque un punto di riferimento obbligato per chiunque voglia capire come l’autore della psicoanalisi guardasse, da vicino, al rapporto sempre conflittuale tra l’essere umano e le regole che si è dato.

Il ballo, di Irène Némirovsky

Antoinette ha quattordici anni, vive in un lussuoso appartamento parigino e sogna il grande ballo che i genitori stanno organizzando per affermarsi nell’alta società. Ma sua madre, Rosine, le impedisce di partecipare, le toglie persino la stanza per farne un bar per gli invitati e la confina in uno sgabuzzino. È un torto che Antoinette non perdonerà: incaricata di spedire gli inviti, li getta invece nella Senna, vendicandosi nel modo più crudele e silenzioso possibile.

Irène Némirovsky scrive Il ballo (Le bal) a soli venticinque anni, di getto, tra un capitolo e l’altro del suo primo romanzo David Golder. Pubblicato nel 1930, è un romanzo breve, spietato e venato di un’ironia che non concede sconti a nessuno dei suoi personaggi, eppure capace di lasciare intravedere, sotto la superficie tragicomica, una solitudine infantile vera e dolorosa. Némirovsky, fuggita dalla Russia bolscevica e poi vittima della Shoah nel 1942, resta oggi una delle autrici del Novecento più riscoperte e più amate dal pubblico italiano.

Vent’anni, di Corrado Alvaro

Tra tutti i titoli di questa lista, Vent’anni è quello che parla più direttamente all’Italia e alla sua memoria collettiva. Corrado Alvaro racconta, con forte impronta autobiografica, le esperienze di Luca Fabio, giovane sottotenente meridionale che dopo l’addestramento a Firenze viene inviato al fronte del Carso, dove resterà ferito durante l’assalto al Monte Sei Busi.

Pubblicato a Milano nel 1930, il romanzo restituisce con crudezza la distanza tra l’epica risorgimentale studiata sui banchi di scuola e la realtà delle trincee, fatta di mitragliatrici, comandi impreparati e reggimenti decimati in poche ore. Nel dialogo finale tra Luca e un maresciallo, mentre attendono di essere portati via dal fronte, si insinuano già le premonizioni di quello che la generazione dei ventenni di allora si troverà a vivere: parole che, lette con il senno del poi, sembrano presagire l’arrivo del fascismo. Alvaro tornerà sul testo vent’anni dopo, tagliandone un centinaio di pagine: un raro caso di autore che, con il tempo, dà ragione ai propri critici.

Otto storie, un solo anno, nessuna vera coincidenza

Rileggere questi otto libri uno di seguito all’altro non racconta soltanto un anno particolarmente fortunato per la letteratura mondiale. Racconta piuttosto come, nei momenti di crisi più acuta, la scrittura tenda a spingersi più lontano del solito: a smontare le forme tradizionali, come fa Faulkner; a interrogarsi sul senso stesso della possibilità, come fa Musil; a inventare nuovi archetipi popolari capaci di attraversare i decenni, come fa Christie con la sua Miss Marple.

Il 1930 non sapeva ancora cosa lo aspettasse. Non sapeva che la Coppa Rimet sarebbe diventata, ottant’anni dopo, il trofeo più seguito al mondo, né che alcuni di questi romanzi sarebbero finiti nei programmi scolastici di mezzo pianeta. Sapeva soltanto, forse, che c’era bisogno di raccontare il presente con strumenti nuovi. Novantasei anni e qualche Mondiale più tardi, vale ancora la pena tornare a leggerli: non per nostalgia, ma perché certe domande sull’identità, sulla civiltà e sul desiderio non hanno ancora trovato risposta.

Foto | DepositPhotos

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Roberto Russo

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