A proposito della poesia Veglia di Ungaretti: fuoco di sbarramento notturno tedesco durante la seconda battaglia di Ypres.
A proposito della poesia Veglia di Ungaretti: fuoco di sbarramento notturno tedesco durante la seconda battaglia di Ypres.

La poesia Veglia di Ungaretti: parafrasi e commento

Veglia è una delle poesie più note di Giuseppe Ungaretti (1888-1970). Il componimento reca la data 23 dicembre 1915 e come luogo Cima Quattro, sul fronte carsico. La poesia fu prima inserita nella raccolta Porto sepolto e poi confluì ne L’Allegria.

Pochi versi per descrivere l’orrore della guerra che Ungaretti traduce in un’immagine molto forte: la notte trascorsa accanto al corpo senza vita di un compagno. Non dimentichiamo che Ungaretti fu militare in trincea dal dicembre 1915 al dicembre 1916, durante la prima guerra mondiale.

La poesia Veglia di Ungaretti

Questo è il testo della poesia:

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Parafrasi della poesia Veglia di Ungaretti

Una possibile parafrasi del testo di Ungaretti è la seguente.

Ho passato un’intera notte sdraiato a terra accanto a un compagno d’armi, massacrato, con la bocca che, rivolta verso la luce lunare, lasciava vedere tutti i denti; con le mani che, congestionate, entravano anche nel mio intimo e mi facevano scrivere lettere piene d’amore. Non mi sono mai sentito così attaccato alla vita.

Figure retoriche, analisi e commento

Veglia di Ungaretti è una poesia composta da due strofe in versi libri molto brevi (troviamo ottonari, settenari, senari, quinari e un bisillabo al verso 15).

La poesia si distingue per l’allitterazione, con la ripetizione quasi ossessiva della lettera “t” e i suoni dentali. Ai versi 8-11 troviamo una metafora (la congestione / delle sue mani ( penetrata / nel mio silenzio) mentre ai due versi seguenti figura un enjambement (ho scritto / lettere piene d’amore). Da sottolineare anche l’uso del participio passato utilizzato con valore aggettivale, con enfasi posta su “massacrato” (v. 4), “digrignata” (v. 6) e “penetrata” (v. 10) che costituiscono ognuno un verso a sé stante e mettono in evidenza la brutalità della guerra.

L’uso dei participi passati ha anche una precisa funzione narrativa: i fatti sono accaduti precedentemente, ora sono conclusi e il poeta può solo presentarli, senza avere il potere modificarli, solo provando una sconfinata angoscia che poi lo condurrà ad attaccarsi con maggior forza alla vita. Così lo sguardo passa dal commilitone morto, al poeta, alla vita e, in ultima analisi, a chi legge.

Foto | Di Col. Nasmith; book more than 70 years old. [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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