Johann Joachim Winckelmann

Johann Joachim Winckelmann, il principale archeologo del Settecento

Johann Joachim Winckelmann nasceva il 9 dicembre 1717 anni fa a Stendal, in Prussia. Considerato a suo tempo come il principale archeologo del XVIII secolo, fu anche bibliotecario e, soprattutto, storico dell’arte.

Chi è stato Johann Joachim Winckelmann

Proveniva da una famiglia di umilissime origini: suo padre era infatti un calzolaio, mentre la madre era figlia di un tessitore. Ciononostante, la forza di volontà che lo caratterizzò fin dall’infanzia gli permise di accedere all’istruzione superiore e di studiare prima teologia a Halle e quindi medicina e matematica a Jena.

Le ristrettezze economiche lo condussero ad accettare incarichi come precettore. Nel 1754, venne assunto in qualità di bibliotecario dal conte Heinrich von Bünau a Nöthniz. Fu in questa sede che la sua sete di sapere trovò libero sfogo. La biblioteca contava più di quarantamila volumi, tra cui grandi classici greci come Omero, Sofocle, Erodoto, Platone e Senofonte.

In Italia

Dopo appena un anno gli riuscì di recarsi a Roma a seguito del nunzio di Polonia, Alberico Archinto, grazie al quale si era nel frattempo convertito al cattolicesimo. Le sue doti e la sua erudizione gli procurarono ben presto protettori più influenti del monsignore milanese. Entrato dapprima in contatto con il pittore Anton Raphael Mengs, ottenne di entrare nelle grazie dei cardinali Passionei e Albani, che gli misero a disposizione moltissimo materiale per i suoi studi. In particolare, fu Alessandro Albani, nipote di Clemente XI, ad assegnargli un appartamento nel Palazzo della Cancelleria e a concedergli libero accesso alla Collezione Albani, oltre che alle sale Vaticane e Capitoline. Durante il suo soggiorno romano, il Winckelmann ebbe anche modo di visitare Napoli ed Ercolano, nonché Paestum, che aveva appena visto la luce.

I libri di Winckelmann: “Storia dell’arte nell’antichità“ e le altre opere

Negli stessi anni, il classicista attendeva alla stesura della sua opera più importante, la Storia dell’arte nell’antichità (Geschichte der Kunst des Altertums), data alla stampa nel 1763 a Dresda. Forte di una crescente fama, Winckelmann riuscì a pubblicare anche i volumi sui Monumenti antichi inediti e il Trattato preliminare del disegno delle bellezze aprendosi le porte per un rientro, seppur temporaneo, in patria, sicuro della calorosa accoglienza.

La morte improvvisa di Johann Joachim Winckelmann

Partì quindi nell’aprile del 1768, dirigendosi dapprima in Germania e quindi in Austria, a Vienna, dove venne ricevuto con grandi onori da parte dell’imperatrice Maria Teresa. Questa era l’ultima sosta lunga prima di far ritorno a Roma. Da qui il Winckelmann si diresse verso la città vaticana, fermandosi a Trieste, dove trovò drammaticamente la morte.

Le versioni circa la sua dipartita furono diverse. Alcuni addussero come scusa il furto di alcune medaglie d’oro e d’argento, provviste proprio dall’imperatrice; altri avanzarono invece l’ipotesi secondo cui sarebbe stato un suo amante ad accoltellarlo. A oggi, le circostanze rimangono ancora oscure.

Un cambio di prospettiva

Nonostante la brevità della sua vita, Johann Joachim Winckelmann ha indubbiamente inciso sul pensiero artistico occidentale. Fu infatti il primo a proporre un’analisi scientifica e sistematica della storia dell’arte. Egli fu in grado di scorgere e riconoscere la progettualità, le istanze di ciascun periodo storico, raffrontandole alla macrostoria.

Per la prima volta, lo studioso tedesco fu capace di descrivere un nucleo di opere d’arte senza rapportarle alle contingenze minute o all’aneddotica dei vari artisti. Un cambio di prospettiva come questo non è secondario. Finalmente la storia dell’arte, come la letteratura, diventava veicolo di analisi sociale, non fatto fine a se stesso. La “storia delle arti figurative“ si rendeva infine ”storia della rappresentazione estetica” del mondo esperibile, assumendo autonomia epistemologica.

La quieta grandezza

Oltre a questa deriva, che portò nei secoli seguenti a identificare la storia dei monumenti con la storia stessa della civiltà, la sua influenza si riscontra nel sopravvento che lo stile neoclassico prese in tutti i campi dell’arte.

I suoi ideali artistici lo portarono a concepire come somma forma d’armonia la commistione di “nobile semplicità e quieta grandezza”, caratteristiche che permeano le opere di autori come Mengs, Canova, David, Ingres e molti altri. La coppia qualitativa veniva tradotta dal Winckelmann stesso in una chiara similitudine con il mare, la cui superficie è scossa e agitata dai venti, mentre le profondità appaiono immobili e imperscrutabili. Allo stesso modo, la migliore opera d’arte è quella che associa alla grandiosità delle forme, impeccabili e maestose, la percezione di un forte sentimento, che tuttavia non affligge le forme né le rende caotiche. I maggiori esempi, in tal senso, sarebbero stati l’Antinoo, l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte, le cui proporzioni dovevano essere imitate – non copiate! – dai nuovi artisti.

Le osservazioni di Johann Joachim Winckelmann erano, però, interamente dovute all’analisi di opere ellenistiche o di copie romane di manufatti greci, che egli riteneva tuttavia autentiche. Così come la Grecia, anche la reale arte greca rimase per lui un mistero, probabilmente per colpa della prematura morte.

A cura di Anna Clara Basilicò
Foto | Anton Raphael Mengs [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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