Manie degli scrittori e delle scrittrici

Le manie degli scrittori e delle scrittrici

Conoscere le manie degli scrittori e delle scrittrici è un modo un po’ divertenti per rendere più umani i nostri idoli.

Lo scrivere porta con sé delle manie, come per ogni attività legato al “caso” (e per la scrittura rientrano nel campo della casualità vari fattori come l’ispirazione, il definire meglio quel personaggio che proprio sfugge, il sostegno dell’editore, la fortuna del libro una volta pubblicato). Molti scrittori hanno sviluppato diverse manie che mettono in pratica quando scrivono: alcune sono vere e proprie liturgie apotropaiche, altre sono soluzioni ad hoc per superare questo o quel problema, altre ancora sono abitudini che si sono prese e non si vogliono lasciare.

Alcune manie degli scrittori e delle scrittrici

Ecco alcune manie degli scrittori e delle scrittrici, tanto viventi quanto dei tempi andati. Che poi bisognerebbe vedere se corrispondono a realtà o sono solo dicerie, ma questo è un altro discorso.

Scrittrici, scrittori e le loro fissazioni

  • Thomas Mann (1875-1955) era così ossessivo con i personaggi dei suoi romanzi che provava a immaginare anche come potessero firmare. Inoltre, leggeva quello che aveva scritto a tutta la sua famiglia e chiedeva consigli su questo o quel passo;
  • Jorge Luis Borges (1899-1986) al mattino si metteva nella vasca e meditava sui suoi sogni, valutando se fosse meglio tradurli in poesia o racconti;
  • Pablo Neruda (1904-1973) usava inchiostro verde;
  • Isaac Asimov (1920-1992) lavorava otto ore al giorno, sette giorni alla settimana. Non riposava nei giorni festivi o nei fine settimana e il suo orario era intoccabile. Quando scriveva aveva una media di trentacinque pagine al giorno. Non gli piaceva rivedere più volte i suoi scritti perché per lui era una perdita di tempo;
  • Mario Benedetti (1920-2009) era solito arrivare presto agli appuntamenti e sfruttare questo vantaggio di tempo per scrivere;
  • José Saramago (1922-2010) scriveva due pagine precise al giorno, non un rigo di più;
  • Norman Mailer (1923-2007) per scrivere Il nudo e il morto seguì un calendario molto preciso: si dedicava alla scrittura solo il lunedì, il martedì, il giovedì e il venerdì;
  • Gabriel García Márquez (1927-2014) aveva bisogno di stare in una stanza con una temperatura ben precisa e sulla sua scrivania doveva starci un fiore giallo, altrimenti nemmeno si metteva a scrivere (attività, questa, che svolgeva sempre stando scalzo). Se non si sentiva ispirato, non scriveva nemmeno una parola;
  • Carlo Castellaneta (1930-2013): quando scriveva un romanzo, ogni giorno si metteva alla scrivania e, con la macchina da scrivere, metteva giù qualcosa per il testo. Diceva: “Ho bisogno di avere un rapporto quotidiano, continuo, con la materia del mio romanzo; lo devo interrogare tutti i giorni e lui deve dirmi tutti i giorni qualcosa”.
  • Jorge Edwards (1931) approfitta di ogni pezzo di carta che gli capita a tiro – da un tovagliolo del bar fino a uno scontrino fiscale – per annotare le idee che gli vengono nei momenti più inaspettati;
  • Mario Vargas Llosa (1936) inizia a scrivere alle 7 di mattina ed è ordinato quasi fino all’ossessione; inoltre è circondato da immagini di ippopotami di ogni tipo;
  • Isabel Allende (1942) inizia a scrivere sempre l’8 gennaio: quando comincia a scrivere accende una candela e nel momento in cui questa si spegne si ferma, lasciando tutto così com’è;
  • Michael Crichton (1942-2008) era così ossessivo con il lavoro che, quando non scriveva, pensava al libro. Non è un caso che si sposò cinque volte e una delle mogli (Anne-Marie Martin) dichiarò che vivere con lui era come vivere con un corpo inerte dal momento che Michael stava sempre da qualche altra parte.
  • Antonio Tabucchi (1943-2012) scriveva solo su quaderni scolastici;
  • Haruki Murakami (1949) segue sempre lo stesso ritmo, senza interruzione: si alza alle 4 di mattina e lavora per se ore; al pomeriggio si fa la sua passeggiata, poi legge, ascolta musica e va a letto alle 21. Sostiene che questa ripetitività si trasforma in una sorta di ipnosi che gli permette di ottenere una profondità d’animo difficilmente raggiungibile.

Foto | mohamed Hassan via Pixabay

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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