Primo Levi
Primo Levi

Primo Levi: vita, opere e frasi dell’autore di Se questo è un uomo

Primo Levi (il suo nome completo è Primo Michele Levi) è stato uno scrittore e industriale italiano molto noto in tutto il mondo per il suo libro Se questo è un uomo che racconta della sua prigionia ad Auschwitz; l’incipit di questo libro, in poesia, è diventata una delle poesie più citate in occasione del Giorno della memoria.

Primo Levi, la vita e le opere

Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919. Laureato in chimica è stato direttore tecnico di una fabbrica di prodotti chimici. Partecipò alla Resistenza e fu deportato, come ebreo, ad Auschwitz.

Se questo è un uomo

Dall’esperienza della prigionia trasse Se questo è un uomo (1947), denuncia della tragica follia del lager e dello scatenarsi di forze subumane. La narrazione ha la concisa linearità del documento, unita a una limpidezza che non conosce concessioni all’estetismo dell’orrido, al sentimentalismo, all’odio: tutto è racchiuso in una compostezza classica, che lascia appena intravedere un doloroso ammonimento per l’uomo.

La tregua

La tregua (1963) forma con il precedente libro un dittico inscindibile. Vi è raccontata la liberazione da Auschwitz e i mesi trascorsi nel territorio occupato dall’esercito russo, nel quale regna confusione, ma calda umanità, in antitesi con il perfetto, spietato meccanismo organizzativo nazista. Questo tema è trattato senza enfasi, ma con tale partecipazione alle avventure a esso legate, da far pensare a una geniale ripresa del genere picaresco.

Altre opere di Primo Levi

Storie naturali (1967), pubblicato con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, ha vinto il premio Bagutta. Sotto l’aspetto di fantasie scientifiche, prospettanti un insidioso futuro dell’umanità, si presenta Vizio di forma (1971). Il sistema periodico (1975) è costituito da ventuno racconti che, traendo spunto da un elemento chimico (azoto, carbonio, nichel e via dicendo) trattano soprattutto della lotta per conoscere e sopravvivere e ricostruiscono per frammenti la storia di una generazione tra gli anni del fascismo e la guerra. Ne La chiave a stella (1978) riflette sul lavoro di scrittore e su quello dell’operaio specializzato.

Dopo queste incursioni nel mondo della produzione industriale, Primo Levi tornò al tema delle persecuzioni razziali tanto in alcuni passi di Lilìt e altri racconti (1981), quanto nel romanzo Se non ora, quando? (1982) e nel suo ultimo libro di riflessioni, I sommersi e i salvati (1986).

Meno convincenti, secondo gli studiosi, le prove di Primo Levi nel teatro, tra le quali si registra anche la riduzione in forma drammatica di Se questo è un uomo, fatto in collaborazione con P. Marchè. Da notare che Primo levi si è dedicato anche alla poesia, licenziando per le stampe le pubblicazioni L’osteria di Brema (1975) e Ad ora incerta (1984).

Per conoscere meglio l’autore di fondamentale importanza sono il Dialogo (1984) tra Primo Levo e il fisico Tullio Regge e l’Autoritratto di Primo Levi (1987; poi Conversazione con Primo Levi, 1991) di Ferdinando Camon.

La morte

Primo Levi venne trovato morto l’11 aprile 1987 nella tromba delle scale della sua casa di Torino: si parla di suicidio, ma in molti non credono a questa versione dei fatti. Aveva 68 anni. Sull’epitaffio della sua tomba, a Torino, c’è il numero 174517, il suo identificativo nel campo di concentramento di Auschwitz.

Le più intense frasi di Primo Levi

Le frasi di Primo Levi sono spesso citate per il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Ne riproponiamo alcune per invitarvi a riflettere.

Frasi di Primo Levi da Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

  • A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
  • Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.
  • Forse, quanto è avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare. Mi spiego: “comprendere” un proponimento o un comportamento umano significa (anche etimologicamente) contenerlo, contenerne l’autore, mettersi al suo posto, identificarsi con lui. Ora, nessun uomo normale potrà mai identificarsi con Hitler, Himmler, Goebbels, Eichmann e infiniti altri. Questo ci sgomenta e insieme ci porta sollievo: perché forse è desiderabile che le loro parole (e anche, purtroppo, le loro opere) non ci riescano più comprensibili. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre.
  • Il mondo in cui noi occidentali viviamo ha molti e gravissimi difetti e pericoli, ma rispetto al mondo di ieri presenta un gigantesco vantaggio: tutti possono sapere subito tutto su tutto.
  • Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.
  • Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.

Altre frasi tratte dalle opere di Primo Levi per il Giorno della memoria

  • Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea.
  • Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.
  • I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.
  • Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata.
  • Il ricordo di un trauma, patito o inflitto, è esso stesso traumatico, perché richiamarlo duole o almeno disturba: chi è stato ferito tende a rimuovere il ricordo per non rinnovare il dolore; chi ha ferito ricaccia il ricordo nel profondo, per liberarsene, per alleggerire il suo senso di colpa.
  • In ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere.
  • In questa nostra epoca fragorosa e cartacea, piena di propaganda aperta e di suggestioni occulte, di retorica macchinale, di compromessi, di scandali e di stanchezza, la voce della verità, anziché perdersi, acquista un timbro nuovo, un risalto più nitido.
  • La gran massa dei tedeschi ignorò sempre i particolari più atroci di quanto avvenne più tardi nei Lager: lo sterminio metodico e industrializzato sulla scala dei milioni, le camere a gas tossico, i forni crematori, l’abietto sfruttamento dei cadaveri, tutto questo non si doveva sapere, e in effetti pochi lo seppero, fino alla fine della guerra. Per mantenere il segreto, fra le altre precauzioni, nel linguaggio ufficiale si usavano soltanto cauti e cinici eufemismi: non si scriveva «sterminio» ma «soluzione definitiva», non «deportazione» ma «trasferimento», non «uccisione col gas» ma «trattamento speciale», e così via.
  • La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace. È questa una verità logora, nota non solo agli psicologi, ma anche a chiunque abbia posto attenzione al comportamento di chi lo circonda, o al suo stesso comportamento.
  • Le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Le leggi razziali erano il sintomo di una carnevalata: si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti, per intenderci): rimaneva da vederne quello sciocco.
  • L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria
  • Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno a un tavolo, purché ci sia volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca.
  • Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.
  • Poiché anche la Natura è conservatrice, portiamo nel coccige quanto resta di una coda scomparsa
  • Sarà bene ricordare a chi non sa, ed a chi preferisce dimenticare, che l’olocausto si è esteso anche all’Italia, benché la guerra volgesse ormai alla fine, e benché la massima parte del popolo italiano si sia mostrata immune al veleno razzista.
  • Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.

Via | Dizionario della letteratura italiana, a cura di Ettore Bonora
Foto | WikiCommons

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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