Georg Trakl
Georg Trakl (1887-1914)

Georg Trakl, l’espressionista maledetto

Sono sempre stati molti i motivi che hanno spinto i poeti a comporre le loro opere. C’è stato chi attribuiva alla poesia un valore catartico, di liberazione ed elevazione dello spirito al sommo bene; chi l’ha esaltata come unico mezzo per opporsi alla forza distruttrice del tempo e della storia; chi, semplicemente, l’ha utilizzata per tramandare affetti, speranze, sogni realizzati o infranti, amori carnali e platonici, concretizzati o solo idealizzati, memorie, glorie del passato, idee di patria.

La colpa di Georg Trakl

Per Georg Trakl, che morì suicida il 3 novembre 1914 nell’ospedale psichiatrico di Cracovia, dove era ricoverato da alcuni mesi, per un’overdose di cocaina, la poesia fu l’unico universo in cui poter ammettere la propria colpa. La colpa di cui si macchiò nell’adolescenza e che ne corruppe irrimediabilmente la felice infanzia, gettandola nel pozzo nero della dannazione; quella che corrose lentamente la sua vita dall’interno, tanto da fargliela ritenere irrecuperabile e meritevole solo di essere interrotta.

Una colpa che non era la dipendenza dalle droghe che era cresciuta con il suo lavoro di farmacista, né i continui fallimenti prima studenteschi e poi lavorativi (lasciata Salisburgo per Vienna dove aveva trovato un impiego al ministero dei Lavori pubblici si licenziò dopo due ore) e neppure il trauma della Grande Guerra che segnò tutta la sua generazione e che lo vide in prima linea al fronte a prendersi cura, solo e senza medicine, di centinaia di feriti gravi.

Georg e sua sorella Grete

La sua colpa, quella che tenterà per tutta la vita di espiare ma sotto la quale soccomberà, era aver rovinato l’esistenza della sorella minore Grete con un rapporto via via sempre più stretto e morboso, l’averla coinvolta prima in una relazione incestuoso e poi nel consumo di stupefacenti: un amore malato che segnerà in modo drammatico la vita di entrambi con lo stesso tragico esito (Grete, sola e indebitata, si suiciderà a Berlino nel 1917 all’età di venticinque anni).

Scrive Guido Ceronetti: “Infanzia e adolescenza creative sono inferni assetati di bambine morte”.

Così fu per Mallarmé o per Münch, che ritrasse in modo ossessivo la sorella che si spegneva lentamente di tubercolosi; Trakl non vide la sorella morire – si suiciderà prima – ma è come se lui stesso con le sue attenzioni improprie ne avesse ucciso l’innocenza:

Colmo di frutti era il sambuco; tranquilla era l’infanzia nella grotta celeste…. Al limite del bosco viene una timida fiera, posano in fondo le antiche campane e villaggi di tenebra. (da Infanzia)

O, ancora più esplicitamente:

Quando io presi la tua mano esile battesti piano gli occhi rotondi: ora è perduto. Ma se una buia armonia penetra l’anima, appari tu bianca ai paesi autunnali del cuore. (da Canto serale)

La tormentata vita di fratello e sorella

Georg e Grete crescono insieme in una famiglia di sei figli con padre luterano e madre cattolica; la loro infanzia trascorre felice tra letture e musica.

Poi qualcosa si guasta nella mente di Georg. Invece di guardare le ragazze, i suoi occhi sono sempre fissi sulla sorella che vede come una creatura straordinaria, la più bella e talentuosa giovane che si potesse desiderare.

Inizia a ostacolare i corteggiatori di lei, poi le sue avances si fanno più pressanti ed evidenti e lei affonderà con lui, nonostante il tentativo di fuga.

Nel 1909 si trasferisce a Vienna, in apparenza per proseguire gli studi di pianoforte; poi, dopo la morte del padre, va a Berlino e si sposa, ma neppure questo la salverà. Suo marito è un uomo vile e violento, e quando le toccherà vivere la drammatica esperienza di un aborto, sarà il fratello – con il quale non aveva mai interrotto una fitta ed eloquente corrispondenza – e non lui, che vorrà accanto in ospedale.

Oltre a essere una passione insana, proibita, quella di Georg per la sorella è anche un’idolatria narcisistica. Georg vede in lei, forse inconsapevolmente, il suo alter ego femminile (e sfido io, guardate le foto dell’epoca: sono due gocce d’acqua!).

La poesia di Georg Trakl

Di tutto questo amore e questo dolore, naturalmente, si nutrirà la sua poesia. Si avvicinerà all’arte della scrittura molto presto, partecipando al circolo poetico Apollo e pubblicando recensioni su un giornale; sono gli anni in cui fa rappresentare senza successo due drammi: Giorno dei morti e Fata Morgana, che andranno in parte perduti, e la tragedia La morte di Don Giovanni.

Nei suoi primi componimenti si sente l’influenza forte del simbolismo francese e dei poeti maledetti come Baudelaire che lo affascinava per la sua attenzione agli oppressi, ai derelitti, agli emarginati; Rimbaud di cui apprezzava le potenti metafore e la poesia in qualche modo vigorosa, vitale; e Verlaine del quale, invece, ammirava il dolore attutito, sordo; ma da un punto di vista stilistico, i suoi ritmi regolari i suoi metri rimati si legano piuttosto alla tradizione intimistica ottocentesca. Ci sono, però, già le sue tematiche predilette: la decadenza dell’essere umano, la sofferenza, la solitudine.

L’incontro con l’Espressionismo

Più tardi a Vienna conoscerà Kraus, Loos, Wittgenstein e il pittore Kokoschka che lo avvicinerà all’Espressionismo, del quale condividerà le immagini vivide e ardite, la sintassi frantumata e la violenza della parola che a volte fa trapassare la poesia in prosa, ma mai l’afflato rivoluzionario. Se le sue immagini poetiche di questo periodo, infatti, divengono più vibranti, è per meglio descrivere la putrescenza in cui è caduto il mondo, la sua agonia in cui risuonano echi dell’inferno che lo attende; i suoi colori sono solo il grigio del fumo velenoso, il nero della fine sempre incombente e il rosso della fiamma che tutto avvolge. Sono già morte in lui la speranza che gli veniva dall’educazione di parte cattolica, come l’operosità di quella luterana: tutto è già irrimediabilmente perduto.

Pochi mesi prima della fine, nel luglio 1914, con la guerra che sta per scoppiare, Georg Trakl fa visita all’amico Kokoschka nel suo studio, dove sta ultimando La sposa nel vento. Come fa spesso, si siede dietro di lui e lo osserva dipingere in silenzio, sorseggiando un bicchiere di vino. È vestito a lutto. All’improvviso la sua voce rompe il silenzio per comporre all’impronta:

Te io canto selvaggio dirupo, nella tempesta notturna erta montagna; voi grigie torri traboccanti di ghigni infernali, animali di fuoco, ruvide felci, abeti, fiori di cristallo. Infinito tormento, che tu insegua Dio, mite spirito, che sospiri nella cascata, negli ondeggianti pinastri.

Kokoscka descriverà questo momento come un momento di fortissimo dramma, in cui il profondo dolore dell’amico era “come la luna che si muove davanti al sole oscurandolo”. Questa lirica sarà poi intitolata La notte davanti al mio quadro.

Fortuna postuma

Molte raccolte di Georg Trakl usciranno postume. Come tanti grandi, egli non toccò la fortuna della sua letteratura, che fu riconosciuta in seguito, a partire dagli anni Trenta e ancora di più dopo la Seconda Guerra Mondiale, tanto da essere considerato oggi uno dei maggiori lirici di lingua tedesca del Novecento.

Dal 1953, inoltre, viene consegnato un premio di poesia che porta il suo nome.

Alla fine della sua vita, la poesia lo aveva ancora deluso, o almeno non era riuscita a salvarlo, come si legge nell’ultimo componimento, Grodek, in cui riappare la figura della sorella, cui rivolge l’estremo pensiero:

…Vacilla l’ombra della sorella per la selva ammutolita, a salutare gli spiriti degli eroi, le teste insanguinate; e lievi risuonano nel canneto i sinistri flauti autunnali…

Trakl è stato citato nel film tratto dal romanzo La vita oscena di Aldo Nove: qui però, il protagonista, è più forte del poeta che ama, e riesce a risollevarsi, a rinascere, a scegliere la vita al posto della morte.

Foto | K. Trakl (Die Unvergessenen, Herausgeber Ernst Jünger, 1928) [Public domain] – Tinodela [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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Roberta Barbi

Roberta Barbi

Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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