Woke e Politically Correct

Il dominio del Woke e del Politically Correct

Negli ultimi anni, l’industria cinematografica e televisiva ha vissuto una trasformazione importante, non sempre positiva. Al centro di questo cambiamento troviamo l’ascesa del movimento Woke e l’ossessione per il Politically correct, che stanno plasmando contenuti e narrazioni.

Se, da un lato, l’inclusività e il rispetto per la diversità culturale e sociale sono obiettivi lodevoli e da perseguire, dall’altro la maniera in cui questi principi sono stati imposti sta finendo per causare un impoverimento artistico e narrativo.

Ma cosa significa Woke?

Il termine Woke ha radici nella cultura afroamericana e inizialmente indicava l’essere “svegli”, ossia consapevoli delle ingiustizie sociali e razziali. Il suo uso era collegato al movimento per i diritti civili, dove invitava le persone a essere vigili contro le disuguaglianze.

Nel contesto odierno, tuttavia, il termine ha subito un’evoluzione (o, secondo alcuni, una distorsione) e si riferisce alla sensibilità rispetto a una vasta gamma di questioni sociali e politiche, che includono la giustizia sociale, l’inclusività di genere e la lotta contro ogni forma di discriminazione.

… Woke che non sei altro!

Tuttavia, oggi Woke è spesso utilizzato in maniera critica, quando non apertamente dispregiativa, per indicare una visione estrema di queste cause, in cui l’attenzione all’inclusività e alla correttezza politica diventa eccessiva e finisce per sopraffare altre considerazioni, come la libertà artistica e l’autenticità narrativa. Questo ha portato il termine a diventare anche sinonimo di atteggiamenti moralistici e censorii, dove ogni deviazione da certe norme sociali viene vista come inaccettabile e da condannare.

Narrative forzate e perdita di autenticità

Una delle conseguenze più evidenti di questo fenomeno è la tendenza a creare storie che si piegano a un’agenda politica o ideologica, anziché concentrarsi sulla qualità narrativa.

Produttori e autori di film e serie TV sembrano spesso più preoccupati di soddisfare criteri artificiosi, puramente formali di inclusività imposti dall’esterno che non di dar vita a storie avvincenti e personaggi sfaccettati. Questo può portare a situazioni in cui la trama o i personaggi sembrano artificiosi, deboli o sconnessi dalla realtà.

Pensiamo ad alcuni remake o reboot di grandi classici, dove si è visto un rinnovamento di personaggi e situazioni pensato più per accontentare determinate frange di pubblico, che per dare un vero contributo alla narrazione. Questa forzatura finisce per svuotare di significato le narrazioni, all’interno delle quali le scelte narrative sembrano più funzionali all’agenda sociale che alla storia stessa.

L’autocensura creativa e il rischio di omologazione

Un altro effetto negativo è la crescente tendenza a evitare temi o battute che possano risultare offensivi a una parte, anche minima, del pubblico. Questo tipo di autocensura impedisce agli autori di esprimere pienamente la propria visione creativa e limita l’abilità di affrontare temi complessi in modo autentico.

Grandi registi e sceneggiatori di un tempo, oggi, potrebbero trovare difficoltà nel produrre opere come Arancia Meccanica, Fight Club o Trainspotting, film che sfidano apertamente norme e sensibilità sociali convenzionali.

Questo porta a una omologazione narrativa: la paura di offendere fa sì che molti contenuti finiscano per essere privi di mordente, banali, piatti. L’irriverenza, l’audacia e l’esplorazione di temi scomodi, che spesso caratterizzano le migliori opere d’arte, stanno scomparendo in favore di storie più sicure e prevedibili.

Il rischio di alienare il pubblico

Nonostante queste scelte siano spesso fatte per evitare critiche e controversie, il rischio è che si finisca per alienare una parte importante di pubblico. Molti spettatori cominciano a provare insofferenza nel vedere film e serie che sacrificano il racconto a favore di una morale preconfezionata o di un messaggio di cui il pubblico stesso è peraltro già consapevole. L’arte dovrebbe sfidare, stimolare, far riflettere, non educare o moralizzare in modo pedante.

Molti dei film e delle serie più acclamati, come Breaking Bad o I Soprano non sarebbero probabilmente realizzabili oggi, al tempo del “politically correct”, perché troppo problematici o disturbanti. Eppure sono proprio queste le opere che rimangono nella memoria collettiva e che danno vita a dibattito e riflessione.

E allora che fare?

La crescente enfasi sulle istanze Woke e Politically correct nell’industria dell’intrattenimento rischia di soffocare la creatività e di allontanare il pubblico.

Invece di lasciare che storie e personaggi parlino per sé, i produttori e i creatori si stanno piegando a pressioni esterne con risultati spesso scadenti.

È auspicabile un ritorno a un equilibrio in cui l’inclusività e la sensibilità convivano con una narrazione potente e senza compromessi, che non abbia paura di affrontare i lati più oscuri e complessi della società.

Luigi Milani

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