Diventeremo giardino (Edizioni Nulla die), è la nuova pubblicazione di Daniela Gambino, scrittrice e giornalista che vive a Palermo. Ed è a Palermo che la narrazione è ambientata, città in cui una storia familiare si snoda nel tempo. “Ogni terra conserva i suoi nomi” è scritto sulla copertina, ed è vero. Sono nomi che restano, e restano le storie, restano i ricordi sebbene modificati da ciò che si perde o ciò che di nuovo arriva, da mutilazioni e nostalgie, bellezza o amarezza.
“A chi ha amato una persona difficile e non se ne pente”, è la splendida dedica dell’autrice, e basta questo ad attrarre fin da subito verso il romanzo.
Il Principe, il più fantasioso, il più travolgente
Un ristorante perennemente aperto, tanto che forse nessuno neppure conosce com’è fatta la sua porta quando è chiusa, come appare. Ma da quando il Principe – Matteo – non c’è più eccola, la porta chiusa, anche se dalla grande vetrata si vedono i tavoli, le sedie ordinate, i fiori, le pentole appese.
Perché “Il Principe”? Perché era considerato un’autorità in fatto di cose belle, ecco tutto.
Quando rideva, rideva più forte di tutti. Quando piangeva, lo faceva in modo disperato. Se chiedeva scusa, sembrava che il mondo gli crollasse addosso. Se amava, lo faceva straripando. E soprattutto: se raccontava, era il più esagerato, il più fantasioso, il più travolgente. Con il tempo, il Principe aveva preso il sopravvento su Matteo.
Oggi si chiamano nickname ma un tempo avevano qualcosa di più: erano soprannomi ma facevano sì che quasi ci si dimenticasse di nome e cognome, rappresentavano molto della persona, magari del suo carattere, della personalità, delle piccole manìe o delle caratteristiche, e si fondevano con essa.
Diventeremo giardino, è la sorte di tutti
Quella del Principe è una figura bellissima. Lo è soprattutto nel momento in cui diviene un essere libero e confuso che nessuno riconduce alla ragione, e che mantiene vivo in sé il ragazzo degli anni ’80. Diventeremo giardino, è la sorte di tutti ma per lui – sempre al di sopra delle righe – non sarà un fatto simbolico, metaforico. Lui le cose le faceva fino in fondo, e chissà se tra i paesi abbandonati che in Diventeremo giardino vengono citati quasi come monito ma che tutti noi possiamo incontrare in giro per l’Italia, vi sono altre figure come il Principe che mai andranno via.
I giardini fanno rumore
Da lui, dalla sua storia, la narrazione si ramifica. L’avvicendarsi di nomi, ancora nomi, appartenenze familiari, e personaggi come barbieri, librai, sarti, luoghi come case e piccoli bar… E nonne capaci di consolare chiunque, zuppe che fanno sentire a casa, lo squarcio sul tetto che non è problema o incuria ma opportunità di avere un pezzo di cielo tutto per noi, nottate di baccarà, lanciatori di coltelli. É vita, vita vera che si snoda in un romanzo.
Avanti e indietro nel tempo, anni ’70 o anni 2000 che importa, ogni pagina è un rivivere, rammentare, ricostruire, comprendere il senso di un vissuto e dei suoi intrecci in cui la normalità si fa straordinaria, il quotidiano suggestione, i legami cappi o meraviglie. E i giardini, li si sente crescere perché ad ascoltare bene fanno rumore.
Diventeremo giardino, una lettura che vorremmo non finisse
Chi era il Principe? Era Palermo. Perché si diventa il luogo che abitiamo, quando la traccia che lasciamo è potente come quella di questo personaggio…
Non era solo di Palermo. Lui era proprio Palermo. Capisci che intendo? Non era solo una persona – era la mia persona. Era il mio posto. Era la mia città.
Si comincia con un feretro del presente, si finisce con un primo incontro del passato e poi una cucina che si anima, ma come in un cerchio che si chiude perfettamente tutto il romanzo costruisce il suo senso pagina dopo pagina e l’ultima non tradisce le aspettative a cui ha dato vita. Perfetto, se non quel sottile dispiacere che lascia la parola Fine quando si incontra una lettura che vorremmo non finisse.
Il libro
Daniela Gambino
Diventeremo giardino
Nulla die, 2026
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