Capita raramente, in mezzo alla produzione poetica di oggi — spesso frammentaria, senza un disegno d’insieme — di imbattersi in un libro che sembra pensato come un’architettura. È il caso dell’opera prima di Federico Clavesana, Lauramàra. Versi dei giorni della febbre (Editrice ZONA, 2022). Non una raccolta di liriche messe in fila, ma un vero e proprio progetto di scrittura, quasi un romanzo in versi costruito sul dialogo tra la voce narrante e una figura femminile enigmatica, Azalais.
Nel mondo di Lauramàra
Già il titolo dice molto dell’autore, laureato in filologia romanza con una specializzazione in poesia trobadorica. Lauramàra viene dal provenzale L’aur’amara (“l’aria amara”), espressione presa da una celebre canzone di Arnaut Daniel, che Clavesana piega qui a descrivere il clima soffocante degli ultimi anni.
Il dialogo con Azalais: tra ricordo e allegoria
Al centro del libro c’è il rapporto tra la voce narrante e Azalais, che non è un semplice personaggio inventato ma la trasfigurazione di una persona reale — un ricordo legato a serate milanesi di gioventù. Nel testo diventa qualcos’altro: il simbolo della fragilità delle nuove generazioni. È attraverso i suoi occhi che il poeta guarda un mondo complicato e precario; la sua “follia”, la sua instabilità, si trasforma in una forma di dignità profetica, quasi fosse una sibilla senza età capace di leggere in anticipo la caduta di un impero.
Il dialogo tra i due accompagna il lettore nei “giorni della febbre” — un’espressione che non riguarda solo l’esperienza clinica della pandemia, ma allude a qualcosa di più largo: l’incapacità, oggi diffusa, di dare un orizzonte di senso alle cose. Lo stesso Clavesana ha raccontato che il libro è nato da un’urgenza vissuta in prima persona, durante un ricovero ospedaliero — un momento buio, fisico e insieme metafisico, in cui il ricordo di Azalais è diventato il modo per mettere in forma la complessità di questo “nuovo mondo”.
Una metrica per il futuro: il “mito-modernismo”
Sul piano stilistico colpisce la vocazione lirica della raccolta e l’uso, tutt’altro che casuale, di metrica e rima. In un momento in cui buona parte della poesia rinuncia alla forma in nome di una libertà senza vincoli, Clavesana fa la scelta opposta e rivendica il valore della struttura. Per lui la forma non è un guscio esteriore, ma ciò che rende visibile la sostanza — come il corpo manifesta l’anima.
Qualche critico ha definito questa scelta “mito-modernismo”: la capacità di rileggere il presente con le immagini e gli strumenti della tradizione classica e medievale. I versi di Clavesana richiamano poemi antichi e usano un repertorio di metafore condiviso per parlare di solitudine, malattia, inedia. Basti pensare ai passaggi in cui la pandemia diventa un tempo di “vincoli e clausure” che ci sottrae a noi stessi, fino a trasformare la realtà in una serie di “lazzaretti fatti di stracci”.
La struttura dell’opera Lauramàra
Il libro si divide in diverse sezioni, che segnano le tappe di questo percorso interiore:
- L’aria amara, dove si definisce il contesto della crisi e il distacco dalla realtà quotidiana;
- Notturno di maggio, sezione più intima, legata ai ricordi e ai presagi;
- Milano deserta, dove la città diventa palcoscenico vuoto di una nostalgia spettrale;
- Le ore sbagliate e Una vita qualunque, dove la riflessione si sposta verso la ricerca di un senso nuovo, pur restando consapevole delle sconfitte subite.
Perché leggere Lauramàra?
Lauramàra non è un libro consolatorio. Mette a nudo le miserie e i vizi di un’epoca, ma proprio in quell’onestà, spesso scomoda, cerca una via per ricominciare. Clavesana chiede al lettore di non fermarsi al manierismo del presente, ma di guardare “oltre la caduta dell’impero”, cercando tra le macerie i pezzi utili a ricostruire qualcosa.
È una lettura che consiglio a chi, in poesia, non cerca solo uno sfogo ma una comunicazione autentica, capace di creare una relazione con chi legge. Del resto, come dice lo stesso autore, la storia di Azalais e del poeta non è così lontana dalla nostra: siamo tutti un po’ esiliati, in attesa di un sole “un po’ meno amaro”. Una prova d’esordio matura, che restituisce alla parola poetica la sua funzione più antica: quella di oracolo e di specchio.
Il libro
Federico Clavesana
Lauramàra. Versi dei giorni della febbre
Zona, 20222
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