Leggendo Venere in pixel, l’ultima raccolta poetica di Antonio Bux – uscita di recente per i tipi di Marietti1820 con una breve ma saliente presentazione di Mario Desiati – mi è venuto in mente, veloce come un lampo (chissà da quanti anni giaceva in realtà sepolto nella memoria), un passaggio della biografia che Hans Höller ha dedicato a Ingeborg Bachmann: “Si è il proprio passato e lo si possiede. Conservato, custodito e salvato, in esso è diventato imperituro tutto ciò che ha varcato la soglia del tempo”.
Venere in pixel
Parole che sembrano attagliarsi perfettamente (o così almeno mi sembra) a questa silloge dedicata a un grande amore, alla sua parabola discendente, di cui per forza di cose diventiamo testimoni invisibili ma partecipi.
Insieme ne attraversiamo – in un modo o nell’altro – tutte le stagioni. Ne seguiamo sulla carta che ci ustiona le mani il diagramma misterioso e arcano, il grafico intimo e segreto che sale, scende, impennandosi di volta in volta di rosso. D’azzurro. Di nero come un destriero senza più briglie, pronto a disarcionare il suo cavaliere.
La caduta ci appare allora sempre più prossima. Più assoluta. Irrimediabilmente certa. Le fasi di quella corsa forsennata, in bilico tra realtà e interiorità, linguaggio e sentimento, vita e “morte”, diventano via via ombre e luci che abbagliano, follia e struggimento che, bruciando sempre più alti, sembrano divorarsi a vicenda, lasciando sul campo, nella terra ormai desolata, senza più sole, senza più luna, soltanto cenere e vento.
Ciononostante questo amore (come dice lo stesso Desiati) non è svanito, ma si è piuttosto trasformato in qualche altra sostanza. Volente o nolente, quel legame è destinato a persistere o, se preferite, a esistere in una forma diversa, perché, come ricordavamo in apertura, tutto ciò che oltrepassa la porta del tempo diventa – e questo ci è di innegabile conforto – immortale.
Il libro
Antonio Bux
Venere in pixel
Marietti1820, 2025
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