Copertina del libro Vu au passage in Africa di Paolo Paoloni

Paolo Paoloni racconta la sua Africa tra libertà, solitudine e scoperta

Paolo Paoloni con Vu au passage in Africa (Affiori) scrive un libro di formazione che ha il pregio di restare dentro perché da dentro giunge al lettore. È qualcosa che si avverte dapprima lentamente fino a prendere il sopravvento lasciando il segno pagina dopo pagina.

Vu au passage in Africa: perché la libertà non sia più un fantasma da temere

Facile dimenticare ciò che realmente abbiamo intorno per inseguire comodità e sicurezza. Inevitabile ignorare percezioni e sensazioni fino a non riconoscerle più come fondamenti del vivere e del legame con la terra che ci ospita. Da questo impoverimento l’autore finirà per dissociarsi grazie alla decisione di compiere un viaggio, viaggio raccontato in questo libro autobiografico.

L’Africa e il tema dell’infinito

In un momento particolare della sua vita, nasce nel protagonista il desiderio di allontanarsi dal quotidiano alla ricerca di qualcosa a cui ancora non sa dare un nome, ma che lo spinge a raggiungere l’Africa con un bagaglio modesto, pochi soldi in tasca e un sacco a pelo. Siamo nel 1974. Ha 26 anni ed è prossimo a una laurea in matematica.

La matematica mi piace ancora: mi piace quel suo coraggio di affrontare, con forze umane, il tema immenso dell’infinito.

In uno strano accostamento, Paolo intravede lo stesso fascino nel viaggio che sta per compiere.

Otto mesi di cammino

È allora che decido di viaggiare, di andare in qualche luogo dove regole, convenzioni e abitudini non siano più le mie. Perché le mie ce le ho cucite addosso. E voglio vedere cosa c’è sotto.

Con lui, in Vu au passage in Africa, percorriamo in autostop incredibili territori. Tunisi, Salakta, Djerba, Algeria, Marocco, il Sahara spagnolo, le dune bianche, posti di frontiera, doganieri, asfalto bollente, il Senegal, il Ghana.

Tanti altri sono i viaggiatori, ma anche gli stanziali che durante i mesi di cammino di Paolo (ben otto) si presentano al protagonista, ognuno con le proprie motivazioni. Molti gli incontri e i nomi, i volti, le condivisioni e le scoperte. Si comunica quasi sempre in francese, ma importanti sono anche i silenzi, i gesti, le mani che si stringono o gli sguardi ora diffidenti ora ospitali e accoglienti.

Suggestivo l’incontro con i berberi o con i Tuareg, ma altrettanto importanti le interazioni con le genti del popolo e non solo con i nomadi. Tutti indistintamente offrono profondi spunti di riflessione.

E se fossimo fatti d’elastico? Quando romperlo è la soluzione

Strade sterrate, sabbia bianca, mare, gruppi di palme, le spezie, la polvere, il vento, campi di stoppie, buche e sassi su cui esser sballottati in auto dopo un autostop fortunato, la fatica di comprendere o adattarsi alle diversità che forse affatica più di lingue sconosciute… Camminare, sotto il peso degli zaini, coi sandali che affondano nella sabbia bollente.

Per tutta la notte ho continuato a ripetermi che finalmente sono in viaggio, perché fatico a rendermi conto di essere partito davvero, come se fossi fatto d’elastico e un’estremità fosse ancora impigliata tra i ricordi di casa.

Un pezzo di strada con Giulia, prima compagna di viaggio romana, che a Roma ha un cineclub e deve incontrare ad Algeri i responsabili della cineteca nazionale per scegliere dei film da proiettare nella capitale. Ma di seguito molti altri saranno i personaggi con i quali condividere porzioni di scoperte e nuove realtà, emozioni intime o scambi.

Vu au passage in Africa: la bellezza perduta del silenzio

Tante sono le profondità che in Vu au passage in Africa ci invadono. Molte le parole. Ineguagliabile appare la bellezza del silenzio, della solitudine che all’inizio fa paura poi diviene condizione essenziale alla scoperta di sé e di ciò che ci circonda. Via la rabbia, via le lacrime, via le mancanze: questo è un viaggio interiore che rivaluta il concetto di libertà. La libertà fantasma che da visione astratta o semplice parola assume il vero significato.

Il giovane viandante (che mostra la differenza tra il viaggiatore e il turista anche grazie alla definizione via via arricchita da chi lo osserva) scopre la prigionia delle abitudini, la limitazione del timore della diversità, la mutilazione del pensiero limitato, il vero concetto di libertà e ricchezza interiore, che mai possono scollegarsi dall’incontro con l’altro e l’altrui visione delle cose.

Nessuna abitudine ha valore assoluto

“È proprio questa frase che mi viene in mente. Ed è chiaro: la somma di queste abitudini ci definisce. Ogni popolo ha le sue e chi non le condivide “è un selvaggio”. Sono contento di questa nuova consapevolezza. Viaggiare fa incontrare abitudini diverse. Aiuta a comprendere che anche le proprie, come quelle degli altri, non hanno un valore assoluto.”

Un viaggio interno e uno esterno, che finalmente si fondono e che dopo otto mesi che vorremmo non finissero mai, vengono portati a casa, là dove l’elaborazione farà il suo corso trasformandoli in un libro che arricchisce chi legge.

Siamo grati a Paolo Paoloni per aver condiviso con noi le sue esperienze attraverso una così preziosa testimonianza.

Il libro

Paolo Paoloni
Vu au passage in Africa
Affiori, 2025

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Susanna Trossero

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