Poesie di Capodanno
Le più belle poesie di Capodanno

13 belle e intense poesie di Capodanno

Le poesie di Capodanno celebrano sia la fine dell’anno che l’inizio del nuovo. Del resto, dal 31 dicembre al 1 gennaio non passa solamente un giorno, ma è un anno intero che va via e uno nuovo che comincia. Si tratta di una convenzione, è vero, ma è quasi un rito di passaggio e come ogni rito del genere le influenze sull’animo umano non sono quantificabili.

Senza dubbio le poesie di Capodanno riescono a trasmettere qualcosa in più delle semplici frasi augurali, perché i poeti, lo sappiamo bene, entrano nelle pieghe dell’anima e vi si sistemano agevolmente.

Andiamo di poesia, dunque, per celebrare l’anno nuovo e salutare il vecchio.

4 poesie di fine anno

Per la fine dell’anno vi proponiamo tre poesie di Capodanno che si soffermano in particolare su questo giorno.

Fine d’anno, di Jorge Luis Borges

La prima è Fine d’anno ed è di Jorge Luis Borges (1899-1986) che si sofferma a riflettere sul vero significato del cambio di data. La poesia è tratta dalla raccolta Fervore di Buenos Aires del 1923 ed è per questo il riferimento ai numeri due e tre che troviamo all’inizio.

Né la minuzia simbolica
di sostituire un tre con un due
né quella metafora inutile
che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
né il compimento di un processo astronomico
sconcertano e scavano
l’altopiano di questa notte
e ci obbligano ad attendere
i dodici e irreparabili rintocchi.
La causa vera
è il sospetto generale e confuso
dell’enigma del Tempo;
è lo stupore davanti al miracolo
che malgrado gli infiniti azzardi,
che malgrado siamo
le gocce del fiume di Eraclito,
perduri qualcosa in noi:
immobile.

Fine del ’68, di Eugenio Montale

Fine del ’68 è il titolo di una poesia di Eugenio Montale (1896-1981, Nobel per la letteratura nel 1975) che contempla “dalla luna, o quasi” il mondo al cambiare di anno.

Ho contemplato dalla luna, o quasi,
il modesto pianeta che contiene
filosofia, teologia, politica,
pornografia, letteratura, scienze
palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,
ed io tra questi. E tutto è molto strano.
Tra poche ore sarà notte e l’anno
finirà tra esplosioni di spumanti
e di petardi. Forse di bombe o peggio,
ma non qui dove sto. Se uno muore
non importa a nessuno purché sia
sconosciuto e lontano.

Augurio per l’anno nuovo all’amata, di Andrej Voznesenskij 

ll poeta russo Andrej Voznesenskij (1933-2010) nel suo Augurio per l’Anno Nuovo all’amata ha uno splendido passaggio: “L’amore è sempre / vigilia. / Ha in sé / l’Anno Nuovo / dell’anima”.

Potremo dire che la novità è sempre negli occhi di chi attende e di chi sa guardare: una dote, questa, che è anche un augurio per il nuovo anno che si avvicina. E, sinceramente, questa è una delle più belle poesie di Capodanno.

Alla finestra cariatidi.
E nelle case tacchi.
Ali
a reazione
di alberi
sfondano i soffitti!

Che meraviglie ci si profetizzano?
Quale nuova sciarada
in questa purità di conifere,
in questi globi fiammanti?

Oh, la ragazza col mandolino!
Inebriando e rimbrottando,
divampa come un mandarino
la buccia del ciuffo rossiccio.

Prende a ruzzare come una scolata,
rosicchia gli aghi dell’albero…
Che vorrà,
da che cosa sarà punta
nell’anno successivo?

Buffoneggia, si fa timida.
Alle finestre una nera neve.
E la portiera in bianco
come un uomo selenico.

«Spegni dunque! Spegni!»
L’amore è sempre
vigilia.
Ha in sé
l’Anno Nuovo
dell’anima.
E l’irruenza dell’albero
è come una donna nel buio –
tutta nel futuro, tutta perle
con gli aghi sulle labbra!

Incamminarci, di Antonio Porta

Antonio Porta (1935-1989) nella poesia Incamminarci ci invita a guardare proprio il momento in cui un anno finisce e ne inizia uno nuovo:

Al giro di boa ancora fiammeggiano le querce,
celebriamo il passaggio dell’anno, del fuoco
quello appena nato non può temere il gelo
tutte le foglie lo trattengono nel calore
fin che possa liberare le ali piumate
ruotare sopra di noi che dormiamo, incamminarci.

9 belle poesie di Capodanno

Diverse sono le poesie per l’anno nuovo che possono servirci sia per fare gli auguri che per prenderci un momento di riflessione tutto per noi. Scopriamo insieme anche queste poesie di Capodanno.

Propositi d’amore per l’anno nuovo, di anonimo tzigano

Come iniziare al meglio un nuovo anno se non con dei propositi d’amore? È quanto propone un anonimo tzigano che nella poesia Propositi d’amore per l’anno nuovo spiega passo passo tutto quello che farà alla persona amata in ogni singolo mese dell’anno che oggi comincia.

Iniziamo così il nostro viaggio nelle poesie di Capodanno

Di gennaio vi amerò per la vostra fronte,
bianca e ampia come una chiostra di montagne.

Di febbraio vi amerò per le vostre ciglia,
leggere e morbide come il pelo del capriolo.

Di marzo vi amerò per le vostre labbra,
tenere e rosse come la scorza del sole alto nel cielo.

D’aprile vi amerò per il vostro seno,
che è rotondo e dolce come la mela selvatica.

Di maggio vi amerò per il vostro ventre,
che è morbido e sinuoso come un anfratto tra le colline.

Di giugno vi amerò per le vostre gambe,
che sono alte e flessuose come le colonne tortili del portico.

Di luglio vi amerò per i vostri piedi,
bianchi e timidi come le ninfee socchiuse sullo stagno.

Di agosto vi amerò per la vostra voce,
roca e fonda come l’acqua ribollente dei torrenti.

Di settembre vi amerò per il vostro sorriso,
misterioso e sfuggente come il ventaglio delle nostre madri.

D’ottobre vi amerò per i vostri genitori,
che mi hanno fatto il regalo di mettervi al mondo.

Di novembre vi amerò per la vostra promessa,
che mi sposerete al calare della terza luna.

Di dicembre vi amerò per la vostra fedeltà,
perché amerete me, soltanto me, sino alla fine dei giorni.

La calendula, di Guillaume Duafy

Guillaume Dufay (circa 1400-1474), poeta franco fiammingo, fu musicista alla corte dei Malatesta a Rimini, alla corte del papa e dei Savoia. Tra le sue chansons troviamo quella dedicata agli innamorati nel giorno di Capodanno: il dono di una calendula, fiore dalle molteplici proprietà curative, è il suo omaggio a quanti amano e non sono ricambiati. Ma dalle pene di amore si guarisce e la vita continua!

Dò a tutti gli innamorati
che quest’anno amano non ricambiati
una calendula come dono di Capodanno
per guarirne i cuori dolenti.

Stan peggio del contadino che spiani i campo col rullo
o del carrettiere che esca di strada.
Dò a tutti gli innamorati
una calendula come dono di Capodanno.

Dai vincoli abbondanti di Pericolo,
da Tristezza e da Gelosia
guariranno, non ne dubito;
è ben giusto, mi aiuti Iddio.

Dò a tutti gli innamorati
che quest’anno amano non ricambiati
una calendula come dono di Capodanno
per guarirne i cuori dolenti.

Augurio di Capodanno, di Diego Valeri

Tra le poesie di Capodanno non può mancare l’Augurio di Capodanno di Diego Valeri (1887-1976), componimento che trae ispirazione dalla natura.

Io credo all’uccellino batticoda:
che ci porti il buon anno.
Scorre liscio su l’umido tappeto
di bruni muschi, alla soglia del mare,
sosta un tratto a beccare, e poi di nuovo
scivola via come una spola, vola,
sparisce in cielo. Neppur ci ha guardati.
Ma è bello, affusolato, grigio e bianco,
porta, certo, il buon anno.

Il primo gennaio, di Eugenio Montale

Ancora una poesia di Eugenio Montale: il titolo è Il primo gennaio.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

Ode al primo giorno dell’anno, di Pablo Neruda

Pablo Neruda (1904-1973) che nell’Ode al primo giorno dell’anno descrive come consideriamo il 1 gennaio e ci regala una delle più intense poesie di Capodanno.

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.

Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli: i giorni
sbattono le palpebre
chiari, tintinnanti, fuggiaschi,
e si appoggiano nella notte oscura.

Vedo l’ultimo
giorno
di questo
anno
in una ferrovia, verso le piogge
del distante arcipelago violetto,
e l’uomo
della macchina,
complicata come un orologio del cielo,
che china gli occhi
all’infinito
modello delle rotaie,
alle brillanti manovelle,
ai veloci vincoli del fuoco.

Oh conduttore di treni
sboccati
verso stazioni
nere della notte.
Questa fine dell’anno
senza donna e senza figli,
non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?

Dalle vie
e dai sentieri
il primo giorno, la prima aurora
di un anno che comincia,
ha lo stesso ossidato
colore di treno di ferro:
e salutano gli esseri della strada,
le vacche, i villaggi,
nel vapore dell’alba,
senza sapere che si tratta
della porta dell’anno,
di un giorno scosso da campane,
fiorito con piume e garofani.

La terra non lo sa: accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell’ombra.

Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell’anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

Ti metteremo
come una torta
nella nostra vita,
ti infiammeremo
come un candelabro,
ti berremo
come un liquido topazio.

Giorno dell’anno nuovo,
giorno elettrico, fresco,
tutte le foglie escono verdi
dal tronco del tuo tempo.

Incoronaci
con acqua,
con gelsomini aperti,
con tutti gli aromi spiegati,
sì,
benché tu sia solo un giorno,
un povero giorno umano,
la tua aureola palpita
su tanti cuori stanchi
e sei,
oh giorno nuovo,
oh nuvola da venire,
pane mai visto,
torre permanente!

Capo d’Anno, di Vittorio Sereni

Vittorio Sereni (1913-1983) dedica una sua poesia al Capo d’Anno (scritto così e non tutto attaccato):

Aggiorna sul nevaio.
Ad altro dosso di monte
un ignoto paese
mormorando mi va primavera
dalle sue rosse fontane,
da rivi scaturiti a giorno chiaro;
dove uscirono donne sulla neve
e ora cantano al sole.

Foglie di palma, di Charles Bukowksi

Un testo di Charles Bukowski (1920-1994), dal titolo Foglie di palma, parla di un capodanno di diversi anni fa.

Siamo a Los Angeles ed è la mezzanotte del 31 dicembre 1973. Gli spettacoli pirotecnici salutano il nuovo anno – il 1974 – mentre dal cielo cade una pioggia.

E così Charles Bukowski si lascia andare a una riflessione sul festeggiare, sul nuovo che arriva e sull’umanità in genere. Un rapido flash sugli ultimi istanti dell’anno che passa il testimone al nuovo. Cosa realmente cambia quando la nota continua dei clacson si spegne e i tuoni svaniscono? Resta l’uomo inchiodato alla sua realtà che inesorabilmente… passa.

La traduzione è di Natale Fioretto.

a mezzanotte in punto
1973-74
Los Angeles
ha cominciato a piovere sulle
foglie di palma fuori dalla mia finestra
i clacson e i fuochi d’artificio
erano svaniti
e tuonava.

ero andato a letto alle 21.00
spente le luci
tirate su le coperte –
la loro letizia, la loro felicità,
le loro urla, i loro cappelli di carta,
le loro automobili, le loro donne,
i loro ubriachi dilettanti…

la notte di Capodanno mi atterrisce
sempre

la vita non sa nulla degli anni.

adesso i clacson si sono ammutoliti
e i fuochi d’artificio e i tuoni…
tutto è finito in cinque minuti…
odo soltanto la pioggia
sulle foglie di palma,
e penso:
non capirò mai gli uomini,
ma è andata
anche questa.

Un secolo accelerato, di Grigore Vieru

Tra le poesie di Capodanno quella di Grigore Vieru (1935-2009) è un po’ particolare. Non parla di nuovo anno, non fa auguri ma si sofferma sul tempo che passa, sul fatto che si è sempre di corsa e distratti. Fino alla domanda: ‘Dove vai, pianeta, così accelerato, così distratto?”.

La poesia è tratta dall’antologia Orfeo rinasce nell’amore e la traduzione è di Olga Irimciuc.

Piove,
e il mio ombrello
si trova in un altro filobus.
Qualcuno dimentica l’ombrello,
qualcun altro, i guanti. Un altro,
la porta aperta. Taluno,
la tramontana aperta.
A qualcuno, dal piano superiore,
gocciola in testa l’acqua bollente.
A un altro, la sporcizia.
In un negozio,
una signorina dimentica la sua fortuna
avvolta nella carta stagnola.
Un chirurgo dimentica la forbice
nel mio addome.
Dei costruttori
dimenticano di finire una strada.
Un commesso
dimentica di restituirci il resto.
L’eco si dimentica come rispondere,
dice: bau-bau! invece di: hei-hei!
La menzogna dimentica da dove viene
e sostiene di venire dal paradiso,
l’indovinello dimentica la soluzione,
il pazzo, quello che ha domandato.
Qualcuno si dimentica il boccone in bocca,
qualcun altro, la bocca nel boccone.
Taluno è istruito,
ma dimentica di avere anche la fortuna.
Un poeta dimentica di nascere,
un boia, di morire.

Piove,
e il mio ombrello si trova in un altro filobus,
un cuore giovane dimentica di battere,
uno stivale
dimentica di spostare gli sproni
dalla palma della foglia caduta.
Qualcuno va a letto
con il petto vuoto,
dimenticando fuori il suo cielo,
un altro impugna la spada con le mani,
stringe la sua punta tagliente,
dimenticando che è scoperta.
Qualcuno dimentica l’inizio di una canzone.
Un altro, delle parole. Qualcun altro
dimentica la madre.

Piove,
e il mio ombrello
si trova in un altro filobus.
Taluno dimentica di togliere gli occhi da un altro.
Qualcun altro, l’orecchio dalla porta.
Uno dimentica dove sta andando. Un altro,
da dove arriva.
La bocca si dimentica del cuore.
L’idea – di chi l’ha generata.
Qualcuno dimentica nel cuore di Hiroshima
una bomba atomica,
un altro dimentica di uscire dalla caverna.
Si dimentica una promessa,
un giuramento.
Alcuni fiori
dimenticano di uscire,
alcune sorgenti dimenticano di correre.
Dove vai, pianeta,
così accelerato,
così distratto?

Prontuario per il brindisi di capodanno, di Erri De Luca

È tradizione brindare per Capodanno: lo avete fatto allo scoccare della mezzanotte? Vi siete scambiati gli auguri con chi vi era vicino? Ma non ci sono solo i vicini: anche ai lontani – tanto geograficamente quanto emotivamente – vanno i nostri auguri di buon anno nuovo. E lo facciamo con le bellissime parole di Erri De Luca (1950) contenute nella poesia Prontuario per il brindisi di capodanno (tratta da L’ospite incallito, Einaudi 2008).

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo.

Concludiamo così questa nostra selezione di poesie di Capodanno e vi auguriamo un sereno anno nuovo.

Foto | Thomas B. via Pixabay

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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