Poesie di Natale di autori stranieri
Poesie di Natale di autori stranieri

Le più belle poesie di Natale di autori stranieri

Le poesie di Natale hanno un fascino tutto loro perché aiutano a vivere in maniera più intensa il periodo festivo. Ogni poesia, naturalmente, scaturisce dalla sensibilità di chi l’ha scritta e così, tra le righe, possiamo cogliere significati e suoni che ci portano in mondi diversi dal nostro. Le poesie di Natale di autori stranieri svolgono questo compito in maniera egregia, dal momento che sono state scritte da poeti provenienti da una cultura diversa dalla nostra.

Nove poesie di Natale di autori stranieri

Scopriamo insieme alcune delle più belle poesie di Natale di autori stranieri.

Campane di Natale, di Henry Wadsworth Longfellow

Iniziamo il nostro viaggio tra le poesie di Natale di autori stranieri con il testo Campane di Natale dello statunitense Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882; traduzione di Riccardo Venturi).

Ho sentito le campane, per Natale,
suonar le loro vecchie càrole consuete
e ripetere, dolci e libere, le parole
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

E pensavo a come, venuto quel giorno,
i campanili di tutta la Cristianità
avevano battuto al canto ininterrotto
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

E, disperato, ho chinato la testa
“Non c’è pace sulla terra”, ho detto,
“Perché l’odio è troppo forte e si fa gioco del canto
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini”.

Poi da ogni bocca nera e maledetta
il cannone tuonò nel Sud,
ed in quei rombi annegaron le càrole
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

Fu come se un terremoto scuotesse
le pietre focaie di un continente
e mandasse in rovina i focolari domestici
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

Allora le campane hanno rintoccato più forte e profondo:
“Dio non è morto, e non dorme;
Il male fallirà, il bene prevarrà
con pace sulla terra, con buona volontà per gli uomini”.

Finché con quei rintocchi e con quel canto
il mondo non è tornato dalla notte al giorno,
una voce, una melodia, un canto sublime
di pace sulla terra, di buona volontà per gli uomini.

C’era, di Juan Ramón Jiménez

Lo spagnolo Juan Ramón Jiménez (1881-1958, Nobel per la letteratura nel 1956) ha composto una bellissima poesie di Natale dal titolo C’era, che vi proponiamo nella traduzione di Patrizia Spinato.

L’agnello belava dolcemente.
L’asino, tenero, si allietava
in un caldo chiamare.
Il cane latrava,
quasi parlando alle stelle…
Mi destai. Uscii. Vidi orme
celesti nel suolo
fiorito
come un cielo
capovolto.
Un alito tiepido e dolce
velava il bosco:
la luna andava declinando
in un tramonto d’oro e di seta
che sembrava un ambito divino…
Il mio petto palpitava,
come se il cuore avesse avuto vino…
Aprii la stalla per vedere se
era lì.
C’era!

Dopo la festa, di Samuil Jakovlevič Maršak

Con Samuil Jakovlevič Maršak (1887-1964) andiamo in Russia e, grazie alla traduzione di Angelo Maria Ripellino, assaporiamo la poesia dal titolo Dopo la festa.

L’abete si rannuvola. Fa buio.
Le fiammelle scoppiettano spegnendosi,
e un altro abete attraverso la brina
guarda nella finestra il giardino nevoso.
Io vedo che la luna accende
i suoi aghi vestiti di neve
e, tutto infiammandosi, annuisce
al mio abete che si sta spegnendo.
Mi spiace che sugli aghi del mio abete,
la bufera non abbia sparso polvere,
che il vento non culli i suoi rami
distese come ali nere.

Davanti al presepio, di Ernst Wiechert

Continuiamo il nostro viaggio tra le poesie di Natale di autori stranieri con Davanti al presepio del tedesco Ernst Wiechert (1887-1950; traduzione di Gilda Musa).

Se m’inginocchio davanti al presepio,
di nascosto, che nessuno mi veda,
davanti agli occhi mi riappare mia madre
che sta in ginocchio davanti alla mia culla.

Ma non venivano Re Magi,
non arrivavano pastori:
non aveva splendore né nome mia madre,
solo la stella pendeva sul tetto.

Come tutte le donne, ella chiedeva
soltanto vesti e protezione:
«Mio Dio, concedi che per tutta la vita
sia costruito un muro attorno a lui!»

Ahimè, si è sgretolato il muro,
l’onda lontano m’ha portato:
ciò che mia madre un tempo chiese
è rimasto affettuosa parola di madre.

Ma una cosa è rimasta
nel corso dei miei anni bui,
e ancora è scritta:
«Non desistere mai».

Sì, fra guerre tormenti, mai
la stella è impallidita,
e sempre, ancora, posso dire
le dolci parole: «T’amo».

Più saldamente di tutti saldi muri
queste parole mi proteggono e mi danno conforto,
e nulla di noi più a lungo durerà,
dopo la fuggevole esistenza su questa terra.

Queste parole resteranno sempre
fino all’estremo tramonto:
quando Iddio farà di noi frumento,
e il frumento poi diverrà pane.

Il mutamento è destinato a noi,
l’amore rende dolce l’amarezza
della morte, e i nipoti si nutriranno
in silenzio del nostro pane di morti.

Natale, di Jorge Guillén

Natale è il titolo di una poesia del poeta spagnolo Jorge Guillén (1897-1972), che vi proponiamo con la traduzione di Marina Vaggi.

Allegria di neve
per le strade.
Allegria!
Tutto è in attesa della grazia
del nuovo Eletto.

Miserabili gli uomini,
dura la terra.
Più cade la neve,
più il cielo è vicino.

Tu ci salvi,
Creatura
Sovrana!

Qui risplende
più rosa che bianca.
Le fossette ridono
di sorrisi silenziosi.

Freschezza e perfezione
risplendono per sempre
come in una rosa
che diresti del cielo.

E, non più silenziosi
sonori sorrisi
rivelano a tutti
una rosa viva.

Tu ci salvi,
Creatura
Sovrana!

Com’è rosea la carne
appena nata,
e quanta fretta
di piacere!

Allegria di neve
per le strade.
Allegria!
Tutto è in attesa della grazia
del nuovo Eletto.

Alla vigilia di Natale, di Bertolt Brecht

Non potevamo certo non citare Bertolt Brecht (1898-1956) e la sua breve e bellissima poesia Alla vigilia di Natale (traduzione di Roberto Fertonani).

Oggi siamo seduti, alla vigilia
di Natale, noi, gente misera,
in una gelida stanzetta,
il cento corre fuori, il vento entra.
Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo:
perché tu ci sei davvero necessario.

Natale, di José Saramago

José Saramago (1922-2010, Nobel per la letteratura nel 1998) scrive la poesia Natale che è molto disincantata, come del resto era nel suo stile. Ecco il testo, nella traduzione di Fernanda Toriello.

Né qui, né ora. Inutile promessa
d’altro calore e di nuova scoperta
sotto l’ora che annotta viene meno.
Brillan le luci in cielo? Brillan da sempre.
Questa vecchia illusione abbandoniamo.
Oggi è Natale. E proprio niente avviene.

Due poesie di Iosif Brodskij

Concludiamo questo viaggio nelle poesie di Natale di autori stranieri con due componimenti di Iosif Brodskij (1940-1996, Nobel per la letteratura 1987), tradotti in italiano da Anna Raffetto.

Immagina, col fiammifero acceso, quella sera, la grotta,
e per sentire freddo ricorri alle fessure del piancito,
bastano le stoviglie per provare la fame,
quanto al deserto, è ovunque, in ogni dove.

Immagina, col fiammifero acceso, la grotta
a mezzanotte, il falò, silhouette di oggetti
e di animali, e, il viso nelle pieghe di un telo stazzonato,
anche Maria, Giuseppe e il Bimbo infagottato.

Immagina tre re, le carovane prossime alla grotta,
anzi tre raggi diretti su una stella,
cigolìo di carriaggi, sonagli tintinnanti
(quel bimbo non si è ancora guadagnato

rintocchi di campane nel turchino addensato).
Immagina che per la prima volta, di là dal buio
di uno spazio infinito, Dio ravvisi se stesso nel Figlio
fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto.

24 dicembre 1971

La seconda poesia di Iosif Brodski ha per titolo 24 dicembre 1971.

Siamo tutti a Natale, un po’ Re Magi.
Negli empori, fanghiglia e affollamento.
La gente, carica di mucchi di pacchetti,
mette un bancone sotto accerchiamento
per un po’ di croccante al gusto di caffè
così ciascuno è cammello e insieme re.
Reticelle, sacchetti, borse della spesa,
colbacchi e cravatte che vanno di traverso.
Effluvi di vodka, odori di pino e baccalà
e di cannella, mandarini e mele.
Marea di volti, e per via del vento misto a neve
il sentiero verso Betlemme non si vede.
Quelli che portano i modesti doni
saltano sui mezzi, sfondano i portoni,
spariscono negli abissi dei cortili,
eppure sanno che la grotta è vuota:
niente greppia, né un bue con l’asinello,
o Colei che circonfusa è da un aureo anello.
Il vuoto. Ma basta immaginarlo con la mente,
e dal nulla, di colpo un guizzo luminoso.
Deve saperlo Erode che quanto più è potente,
tanto più certo, ineludibile è il prodigioso evento.
La costanza di tale affinità è il meccanismo fondante della Natività
E adesso ovunque festeggiano
il Suo avvento, mettendo tutti i tavoli vicino.
Ancora non serve la stella nel turchino,
ma già si può vedere da lontano
la buona volontà di ogni figlio d’Adamo,
mentre i pastori attizzano i falò
Fiocca la neve: non fumano i comignoli
sui tetti, squillano invece. I volti come macchie.
Erode beve. Le donne nascondono i piccini.
Chi sta giungendo – non si sa mai:
ignoriamo i presagi, e il cuore sull’istante
potrebbe non ravvisar un forestiero nel viandante.
Ma quando, nel gelo della porta spalancata,
una figura avvolta nello scialle emerge
dalla foschia fitta della notte,
senti esistere in te senza vergogna
il Bambino e lo Spirito Santo;
poi guardi il cielo ed eccola – la Stella.

Foto | Viggo Johansen [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

Roberto Russo

Roberto Russo

Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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