Qualcuno l’ha definita la più grande dimenticata della storia della letteratura, alludendo sia alla straordinarietà del suo talento di scrittrice che all’oblio a cui sembra invariabilmente condannata. Eppure Djuna Barnes (1892 -1982) è una figura centrale del modernismo.
La foresta della notte, pubblicato senza grosso successo nel 1936, è senza dubbio una pietra miliare della letteratura del Novecento. Centro e fulcro di un nuovo modo di intendere la letteratura. Di raccontare il dramma dell’esistenza. Di affrontare il mare periglioso della scrittura.
Del resto la vita stessa della Barnes procedeva fin dall’infanzia a tentoni, svincolata in un modo o nell’altro da ogni forma di falso moralismo, da quelle costrizioni sociali subito pronte a mettere le manette al cuore. A ingabbiare ciecamente ogni più piccolo desiderio.
Chi era Djuna Barnes: una biografia controcorrente
Nata in una famiglia libertaria e sui generis, Djuna Barnes si era resa presto autonoma, iniziando a scrivere (e illustrare) per riviste e giornali, diventando in poco tempo la punta di diamante delle più note testate giornalistiche di New York. Fu proprio per una di queste, il mensile McCall’s allora molto in voga tra le donne à la page d’oltreoceano, che la Barnes lasciò il Greenwich village per trasferirsi a Parigi e intervistare gli scrittori emergenti di cui la città pullulava.
Nella capitale francese, avvolta nel suo mantello nero, divenne in men che non si dica una figura di spicco dell’ambiente bohémien.
La sua lingua caustica, quel suo primo racconto A Night Among the Horses apparso sul The Little Review come un fulmine a ciel sereno ne alimentavano irresistibilmente la fama. Il fascino da maliarda con la penna sempre in mano. D’altronde il trionfo di Ryder in America sembrava ormai garantirle un futuro radioso.
Ma non è mai tutto oro quello che luccica, così ecco che il successo del romanzo si inceppa all’improvviso. Un disguido dell’editore ne rallenta le vendite e il libro dopo poche settimane cade nel dimenticatoio.
Anche il suo amore per Thelma Wood, un’artista che vorrebbe scolpire, ma che dietro consiglio della Barnes si dedica invece al disegno a punta d’argento, si arena.
Tra oblio e memoria: la sua eredità
Il talento della scrittrice continua, tuttavia, ad avere i suoi estimatori. Peggy Guggenheim, una miliardaria con il pallino per l’arte, l’aiuta economicamente, così l’amica Emily Coleman che, tra mille difficoltà, le invia un assegno ogni mese. La stagione d’oro della scrittrice sembra svaporare però sotto i suoi stessi occhi.
Lasciata Parigi, rientrata di nuovo a New York, si aprono per la scrittrice anni bui. Alcolismo e misantropia le impediscono infatti di scrivere. Di pubblicare articoli. Di guadagnare.
Djuna Barnes alza barriere sempre più alte tra sé e gli altri.
Morirà poi novantenne e quasi dimenticata in un vecchio appartamento del Greenwich village.
Quarant’anni lontani dallo sguardo invadente del mondo, dai falsi fragori dei ritrovi letterari, durante i quali pubblicherà soltanto una commedia in versi, una raccolta di racconti e infine, pochi mesi prima della morte, Creatures in an Alphabet, la silloge poetica in cui, anno dopo anno, aveva riversato, senza risparmiarsi, tutta la sua anima.
Foto | SconosciutoUnknown author, Public domain, da Wikimedia Commons







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