Personaggio forse poco conosciuto, ma sicuramente interessante, Carlo Botta (1766-1837), fu sostenitore della politica francese della prima ora e favorevole addirittura all’annessione del suo Piemonte – era nativo di San Giorgio Canavese – alla Francia. Poi divenne bonapartista, infine fautore dell’indipendenza italiana e della sua unità nazionale. Un voltagabbana, direbbero i detrattori.
Carlo Botta, il medico, il politico, lo storico
Il nostro Carlo Botta fu autore di moltissime pagine che costituiscono, al di là delle numerose critiche di parzialità che si possono facilmente immaginare, un vero e proprio monumento alla storia di un’epoca. Come tale ha, quindi, diritto di essere conosciuta.
Un precettore sovversivo
Laureato ad appena vent’anni in Medicina, Carlo Botta segue l’educazione di Luigi, il giovane rampollo di una famiglia sua compaesana, i Rigoletti. Con lui condivideva i medesimi ideali politici. Il rapporto tra i due diviene immediatamente molto stretto. E ancora infatti il Botta finisce in carcere a causa della sua personalità antisabauda, filofrancese e repubblicana – in una parola “sovversiva” – nel 1794.
Scarcerato un anno più tardi, ripara prima in Francia e poi in Svizzera. Da qui continua comunque a seguire il suo discepolo riuscendo, in qualità di medico militare, a tornare in Italia. Si stabilì dapprima a Susa, poi a Milano e infine a Pavia.
Nel 1796 partecipa al concorso storico-letterario indetto dall’Amministrazione generale della Lombardia sul tema di quale sarebbe stato il miglior governo per l’Italia, con un saggio intitolato Proposizione ai Lombardi di una maniera di governo libero, pubblicato per la prima volta nel 1797. In queste pagine l’autore definisce nel dettaglio la divisione della Lombardia in municipi. Auspica, inoltre, per questa terra una libertà vera, e non una “servile imitazione” di quella che pochi anni prima era stata l’esperienza della rivoluzione francese.
Da Corfù agli Stati Uniti d’America
Siamo ancora nel 1797 quando Carlo Botta, come medico militare, viene inserito dal Bonaparte in una spedizione nell’isola di Corfù che allora era ancora sotto la sovranità della Repubblica veneta. Al suo rientro, scriverà Storia naturale e medica dell’isola di Corfù, data alle stampe a Milano nell’anno successivo.
Entrato nel Corpo legislativo francese, incarico per il quale si trasferisce a Parigi, si avvicina e appassiona alle vicende storiche d’oltreoceano. Il frutto di questo interesse sarà, nel 1809, la Storia della Guerra d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. L’opera ebbe successo nel nuovo continente grazie alle diverse traduzioni in inglese e francese che si susseguirono.
Filo conduttore di quest’opera monumentale è certamente l’amore per la libertà connaturato nella società americana fin dall’epoca dei padri pellegrini e passando per la morte delle colonie. Incarnazione di tale sentimento così americano, secondo Botta è il personaggio del presidente George Washington. L’autore lo contrappone a Napoleone e non esita a mettere a confronto le due rivoluzioni, francese e americana.
… e finalmente la Storia d’Italia di Carlo Botta
La Storia d’Italia dal 1789 al 1814 rappresenta certamente l’opera maggiormente impegnativa per il Botta. Naturalmente, è anche quella più divisiva dal punto di vista dei critici. Bene o male purché se ne parli direbbe Oscar Wilde.
E infatti Carlo Botta, incoraggiato, diede alle stampe anche Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789, oggi diremmo un prequel, che rappresenta anche la sua ultima fatica, ultimata nel 1830. Si tratta di una narrazione molto particolareggiata e realistica di ciò che accadde in un intervallo di tempo compreso tra la morte di Papa Clemente VII e l’ascesa di Paolo III e poi giù fino al 1789. Divisa in 50 libri, il suo amore per il dettaglio non riesce, tuttavia, a cancellare l’approssimazione degli eventi narrati e soprattutto l’inattendibilità delle fonti adoperate. In queste due opere però il Botta, pur scrivendo dell’Italia dalla sua vita in Francia, torna su un ideale patriottico d’annata, guardando con favore all’riformismo illuminato dei Lorena nel Granducato di Toscana e criticando l’utopismo dei giacobini dai quali, in vecchiaia, si sente evidentemente del tutto distaccato.
Foto | Niccolò Fontani, Public domain, da Wikimedia Commons
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