Nella letteratura moderna, per autofiction si intende un genere letterario che mescola autobiografia e finzione narrativa. Ovvero un racconto scritto in prima persona, in cui il protagonista è l’autore che scrive in soggettiva, narrando, però, non per forza fatti veri o realmente accaduti. O meglio, mischiando questi con dettagli romanzati, creando alla fine non un genere dedito alla verità, quanto più alla “verosimiglianza”.
Per la prima volta il termine, rispondente a questa definizione, appare nel 1977 dallo scrittore francese Serge Doubrovsky per definire la sua ultima opera Fils. Non è un caso che, poi, infatti, questo tipo di romanzi si sia diffuso soprattutto in Francia. Almeno fino al 2010, quando l’autofiction ha iniziato a tramontare per lasciare, invece, spazio, all’esofiction, in cui a essere romanzata è la biografia di un personaggio reale, ma diverso dall’autore.
Autofiction: caratteristiche ed esempi di un genere originale
Come sempre accade, poi, man mano che vengono indagati, i generi letterari si consolidano e si riconoscono per alcune caratteristiche specifiche, utili a classificarli come tali.
Nel caso dell’autofiction, per esempio, abbiamo innanzitutto l’ibridazione, cioè la suddetta mescolanza tra elementi reali ed elementi fittizi. Poi l’io narrante, cioè si scrive in prima persona, anche se l’io letterario non coincide perfettamente con quello dell’autore. Il patto di fiducia con il lettore, in cui l’autore lo invita a dubitare sempre di quanto leggerà. Quindi la metaletterarietà, cioè la frequente presenza di riflessioni sul ruolo della scrittura o sulla relazione proprio tra vita e fiction.
Dal momento che per un romanzo appartenente all’autofiction, la cosa più importante non è la veridicità dei fatti, bensì l’esplorazione di un io narrante, alcuni includono in questo genere addirittura Alla ricerca del tempo perduto di Proust, dove maggior valore viene attribuito ai ricordi personali dell’autore, più che allo svolgimento effettivo dei fatti ai quali quei ricordi si riferiscono.
Tanti libri, un solo genere
Per chi, a questo punto, fosse incuriosito dall’autofiction e volesse approfondire leggendo qualcuno di questi romanzi, ecco alcuni tra i titoli più esemplificativi.
Limonov di Emmanuel Carrère, pubblicato nel 2011, in cui si narra la vita del poeta senzatetto newyorkese il cui cognome costituisce il titolo, sottolineandone le affinità con l’autore. Oppure Tempo d’estate. Scene di vita di provincia (2010), del Premio Nobel sudafricano John Maxwell Coetzee in cui racconta la propria morte avvenuta per mano di un giovane accademico inglese.
Altro fulgido esempio di autofiction è la trilogia italiana di Walter Siti che comprende Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi. Sono testi che raccontano di come un certo docente universitario di nome Walter si fosse stancato delle convenzioni sociali e della buona educazione per diventare completamente se stesso…
Con altre forme, ma nello stesso genere possiamo inquadrare anche Vacche amiche, monologo interiore di Aldo Busi in cui si affronta il tema delle occasioni mancate. Leggenda privata di Michele Mari, che strizza l’occhio all’horror e al grottesco, e Italia De Profundis di Giuseppe Genna, opera dal fortissimo impatto emotivo.
Dal patto autobiografico al patto romanzesco
Vediamo ora, brevemente, come si è arrivati storicamente all’autofiction. Partiamo dall’Umanesimo, periodo in cui – letterariamente parlando – il prodotto autobiografico conosce una grande fortuna e diventa quasi un passaggio obbligatorio per i nomi illustri, per poi arrivare al Romanticismo con la sua carica emotiva e lirica incline a esprimere i sentimenti dell’animo umano che nel Novecento saranno tutti elementi utili a scrivere il romanzo contemporaneo.
Si passa così dal patto autobiografico per così dire purista, in cui l’identità nominale è la stessa del protagonista e l’impegno dell’autore è quello di comunicare esclusivamente verità, al patto romanzesco in cui, invece, vengono inseriti nella narrazione elementi magici, utopici o addirittura allegorici. Si arriva, cioè, a un momento in cui al lettore non basta, per essere soddisfatto, la piena comprensione di un fatto accaduto nella realtà, ma vuole un’esperienza soggettiva coinvolgente e appassionante di cui essere testimone, a prescindere che sia realmente accaduta o meno. Queste neonate necessità spingeranno a mischiare ancora di più le carte, unendo addirittura inchieste giornalistiche e diari di viaggio in un unicum legato solo dall’io.
La degenerazione (perché crea disagio) dell’autofiction
Ovviamente quanto più si pratica un genere, tanto più lo si porta all’estremo. Si veda il caso dello scrittore norvegese Knausgard, che ha prodotto un’autobiografia in sei volumi con confessioni intime non solo su se stesso, ma anche sulle persone della sua famiglia, su amici e conoscenti. Ecco dove s’innesca il disagio. Ed ecco perché, dopo aver creato non pochi problemi ad alcuni autori, l’autofiction ha iniziato a essere criticata da alcuni scrittori, nonostante l’avvento dei social e del fenomeno, tutto nuovo, degli influencer.
Perché dico questo? Pensateci un attimo. In fondo non è questo che fa l’influencer, portare in video dettagli sempre più intimi e personali di sé e della propria famiglia? Solo che vengono implicitamente spacciati, o comunque percepiti, per realtà, mentre sarebbe più corretto e serio incasellarli nella categoria dell’autofiction.
Un’altra argomentazione portata dai detrattori di questo genere è che l’autofiction (proprio come gli influencer sui social) generano giudizi netti e poco argomentati (like o dislike). La letteratura, invece, dovrebbe proprio soffermarsi sulle sfumature, suscitare riflessioni e far andare in profondità. E questo senza scomodare il concetto di privacy, altrimenti ci vorrebbero altre sei pagine per parlarne.
Comunque, al di là di come la pensiate, al di là del fatto che usiate o meno i social, secondo me aveva ragione Paul Valéry quando affermava che c’è solo un genere letterario inaccettabile: quello della noia.
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