Per quelli come me, affetti dalla mania del controllo, capisco che possa essere frustrante, eppure sembra davvero che leggere senza capire tutto abbia comunque una qualche utilità. Perciò, per una sorta di autoterapia, mi sono detta: approfondiamo l’argomento.
Ebbene: la realtà è che leggere fa bene comunque perché non è da considerarsi un esame, la lettura, bensì un’attività piacevole, legata al benessere e alla riduzione dello stress, e un’esperienza e di espansione cognitiva.
L’approccio del “so di non sapere”
Ho voluto chiamare, dandoci una botta di cultura, in questo modo il presente approfondimento sulle motivazioni per le quali leggere fa bene comunque e ho trovato le seguenti che vorrei sottoporvi.
Innanzitutto pare che la lettura sia un potente antistress (altro che meditazione e oggetti da stringere in mano) e addirittura dedicarsi a un libro almeno mezz’ora al giorno sarebbe utile ad abbassare la pressione sanguigna e a stare meglio almeno nel 68% dei casi.
Anche concentrarsi sulla piacevolezza del testo – lo stile e le suggestioni che evoca – piuttosto che sul contenuto, sembrerebbe avere un effetto benefico sul cervello, che risulterebbe così stimolato nella concentrazione e nel vocabolario, tanto da migliorare sensibilmente il linguaggio.
Leggere, infine, allontana la monotonia, sviluppa l’immaginazione, dona un apprendimento più o meno implicito ed è, in definitiva, un modo per prendersi cura di sé.
Pensa alla salute
Insomma: la lettura in quanto tale, dunque, è un’attività altamente benefica sia per la salute intellettiva – com’è intuitivo – sia per quella fisica, in quanto, per esempio, dedicarsi alle pagine di un libro prima di dormire faciliterebbe il sonno e alla lunga farebbe vivere di più, dal momento che è utile a tenere allenata la memoria anche in età avanzata, contrastando, così, alcune patologie che potrebbero insorgere, come la demenza senile.
Immergersi completamente in un altro contesto, pur se immaginario, inoltre, favorirebbe la concentrazione su una questione per volta, allentando quell’andazzo multitasking cui ormai siamo tutti più o meno assuefatti e diminuirebbe la dipendenza da social con un effetto tipo detox.
Tsundoko e F.O.M.O.
Ora, se è vero che leggere fa bene a prescindere, per dovere di cronaca e di completezza, non posso non trascurare questi due “effetti collaterali” piuttosto negativi e in verità anche abbastanza curiosi, che ho trovato girovagando in rete.
Innanzitutto la dipendenza dall’acquisto di libri, a prescindere dal fatto che poi si leggano davvero o no, in Giappone è nota con il termine tsundoko che viene dalla radice tsunde che significa accumulare cose, e oku, che vuol dire lasciare qualcosa per dopo. Questo termine apparve per la prima volta durante l’era Meiji, quando il Giappone iniziò per così dire a occidentalizzarsi (e non sarà un caso).
In alcuni casi, quindi, leggere può determinare ansia: per questo fenomeno è stato coniato l’acronimo f.o.m.o. che sta per fear missing out, cioè il pensiero ossessivo di partecipare alle attività svolte da altri, che porterebbe chi ne è affetto addirittura a leggere un libro solo per poterne parlare con gli altri, perché è di moda ecc., non per il puro piacere di farlo. Vi sembra una malattia sconosciuta?
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