Elefante nella stanza tra i tavoli rovesciati di una sala da pranzo

Elefante nella stanza: da dove nasce (davvero) questo modo di dire

C’è un problema evidente, che tutti vedono ma che nessuno ha il coraggio di nominare. Se ne parlassero apertamente, forse si risolverebbe anche il resto. Ma nessuno lo fa: c’è un “elefante nella stanza”, e tutti fingono di non vederlo.

L’immagine è talmente efficace che sembra esistere da sempre. E invece la sua storia è più recente e più stratificata di quanto si potrebbe pensare, e affonda le radici in un terreno inaspettato: la filosofia accademica dei primi del Novecento.

Un elefante nella stanza dei filosofi

Il primo utilizzo documentato dell’espressione risale al 1935, in un saggio del filosofo e psicologo americano Harry Todd Costello, un tempo assistente di Bertrand Russell. Nel testo, intitolato A Philosopher Among the Metaphysicians, Costello discuteva la differenza tra ciò che possiamo osservare direttamente e ciò che possiamo solo ipotizzare. Se vedo una sedia mentre la guardo, quella è scienza; ma affermare che la sedia resti lì anche quando distolgo lo sguardo è già un salto nella speculazione. Allo stesso modo, scriveva Costello, non possiamo nemmeno affermare con certezza che nella stanza non ci sia un elefante, semplicemente perché non stiamo osservando quello spazio in quel momento.

Il modo in cui Costello introduce l’esempio — quasi dando per scontato che il lettore lo conosca già — fa pensare che l’immagine circolasse informalmente tra filosofi e logici ben prima di quella pubblicazione.

Favole, racconti e battute prima della filosofia

Andando a ritroso si trovano tracce ancora più antiche. Già nei primi anni del Novecento gli elefanti comparivano in barzellette costruite proprio sulla loro mole imponente, impossibile da non notare. Anche un racconto di Mark Twain del 1882, Il furto dell’elefante bianco, contribuì probabilmente a consolidare l’idea dell’elefante come simbolo di qualcosa troppo grande per passare inosservato.

Ma la testimonianza più remota arriva dalla Russia, da una favola di Ivan Krylov del 1814 intitolata L’uomo curioso. Il protagonista racconta con entusiasmo tutte le minuzie che ha ammirato al museo — mosche, farfalle, insetti piccolissimi — ma quando gli si chiede cosa ne pensi dell’imponente elefante esposto proprio lì, risponde candidamente di non essersene accorto.

Molto prima che Costello portasse l’elefante nella stanza tra i dibattiti filosofici, insomma, favole e barzellette avevano già trasformato l’animale in un simbolo. Qualcosa di così enorme ed evidente che ignorarlo — o non riuscire a vederlo — risultava semplicemente assurdo.

Dalla filosofia al linguaggio comune

Per gran parte del Novecento l’espressione restò confinata agli ambienti accademici, con un significato piuttosto tecnico legato all’osservabile e al non osservabile. Fu solo negli anni Ottanta che il modo di dire uscì da quel recinto per assumere il senso più ampio e colloquiale che conosciamo oggi.

Un contributo decisivo arrivò da un libro del 1984, An Elephant in the Living Room, dedicato ai figli di genitori alcolisti e al peso del non detto in famiglia. Fu probabilmente questo successo editoriale a consacrare l’espressione nel linguaggio comune, trasformando l’elefante nella stanza nel modo più immediato per indicare tutto ciò che è evidente a tutti, ma che nessuno osa affrontare.

Oggi la usiamo per una lite in famiglia mai risolta, per una crisi aziendale di cui nessuno parla in riunione, per un argomento scomodo che si continua a evitare. E forse il motivo per cui l’immagine funziona ancora così bene, quasi un secolo dopo Costello, è proprio questo: un elefante, per quanto lo si voglia ignorare, resta sempre lì.

Via | Mentalfloss
Foto | DepositPhotos

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Roberto Russo

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