Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Le più belle poesie di Giuseppe Ungaretti

Le poesie brevi di Giuseppe Ungaretti sono sempre più amate. La loro brevità non vuol dire semplicità, ma senza dubbio rendono immediato il loro senso.

Chi è stato Giuseppe Ungaretti

Nato in una notte di gran burrasca ad Alessandria d’Egitto, crogiolo incantato e polveroso di razze e tradizioni ormai millenarie, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) crebbe lontano dall’Italia che vide per la prima volta solo nel 1912, quando era già ultraventenne.

Un fuggevole ma sentito contatto con la propria patria, prima di recarsi a Parigi, dove il giovane poeta entrò subito in contatto con nomi destinati a lasciare un segno profondissimo nel mondo dell’arte e della poesia, da Apollinaire a de Chirico, da Braque a Picasso.

Nella capitale francese, Ungaretti visse tappe importantissime della sua esistenza umana e poetica, a partire dagli studi alla Sorbona con personaggi di gran levatura come Henri Bergson e Joseph Bédier, fino ad arrivare al drammatico suicidio del caro amico di infanzia Moammed Sceab con cui condivideva la medesima stanza d’albergo in rue des Carmes. Una morte che segnò in modo indelebile una nuova, tragica data nella vita del poeta che ancora piccolo aveva perduto il padre in un incidente sul lavoro e che un giorno avrebbe perso anche il figlio di soli nove anni per un’appendicite mal curata in Sud America.

Del resto proprio la morte fu uno dei temi-cardine dell’opera di Ungaretti, fin dall’apparizione di quell’indimenticabile raccolta poetica che fu Il porto sepolto pubblicata per la prima volta nel 1917, mentre ancora in Europa infuriava la Grande Guerra.

Tuttavia la voce straziata del poeta che, nel Sentimento del Tempo aveva aperto la strada all’ermetismo, sembrò trovare a tratti una consolazione nella fusione armoniosa con il cosmo, in quella fratellanza nel dolore che unisce e ricompatta, lega e rinsalda l’intera umanità.

Le poesie più belle di Giuseppe Ungaretti

In una lettera a Giovanni Papini del 25 luglio 1916, Giuseppe Ungaretti scriveva:

Amo le mie ore di allucinazione […] Anche le mie ore di randagio, d’immaginario perseguitato in esodo verso una terra promessa.

Forse questo suo spirito “di randagio” ha fatto breccia nel cuore di molti di noi e le sue poesie sanno esprimere – spesso in pochissime parole – un intero mondo.

Scorriamo, allora, alcune poesie di Giuseppe Ungaretti per muoverci anche in noi “verso una terra promessa”.

Mandolinata

In Mandolinata (1915) scrive:

Mi levigo
come un marmo
di passione

Tramonto e Pellegrinaggio

Dell’anno dopo sono due poesie molto intense: la prima ha per titolo Tramonto:

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore.

La seconda è Pellegrinaggio e il poeta trasforma il suo nome in un verso del componimento:

In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba

Ungaretti
uomo di pena
ti basta l’illusione
per farti coraggio.

Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia

Allegria di naufragi

L’andar sempre randagi può portare un po’ di tristezza, ma è pur vero che c’è una sorta di Allegria di naufragi, come recita il titolo di una poesia di Giuseppe Ungaretti del 1917 (la raccolta, dal titolo omonimo, vide la luce nel 1919):

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Mattina

Nello stesso anno e nella stessa raccolta è contenuta anche la poesia più breve di Giuseppe Ungaretti, che tutti noi conosciamo. Il titolo è Mattina:

M’illumino
d’immenso

Per usare le parole di Marisa Carlà: “È la poesia più breve di Ungaretti: due parole, tra di loro unite da fitti richiami sonori. Nell’illuminazione del cielo al mattino, da cui nasce la lirica, il poeta riesce a intuire e cogliere l’immensità”.

Soldati

Nella stessa raccolta Allegria di naufragi viene pubblicato anche il componimento Soldati:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Babele e Colomba

Brevissima, ed efficacissima, l’immagine di Babele che il poeta verga nel 1919

Uno sciame si copula nel sangue.

E che dire di Una colomba (1925)?

D’altri diluvi una colomba ascolto

La madre

Nel 1933 Giuseppe Ungaretti pubblica Sentimento del tempo, una raccolta che è ispirata a misure di neoclassica compostezza, nutrita di profonde riletture di Petrarca e Leopardi.

Tra le poesie di Sentimento del tempo spicca la lirica La madre:

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti terrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

12 settembre 1966

Impossibile, poi, non perdersi dietro a quel vestito rosso che è fuoco “che consuma e accende” di cui parla Ungaretti nella poesia 12 Settembre 1966.

Sei comparsa al portone
in un vestito rosso
per dirmi che sei fuoco
che consuma e riaccende.

Una spina mi ha punto
delle tue rose rosse
perché succhiassi al dito,
come già tuo, il mio sangue.

Percorremmo la strada
che lacera il rigoglio
della selvaggia altura,
ma già da molto tempo
sapevo che soffrendo con temeraria fede,
l’età per vincere non conta.

Era di lunedì,
per stringerci le mani

E parlare felici
non si trovò rifugio
che in un giardino triste
della città convulsa.

Sirene

Concludiamo questo rapido excursus sulla poesia di Giuseppe Ungaretti (excursus che per forza di cose è parziale e soggettivo), con Sirene, una poesia attraversata da una straordinaria saggezza: in essa il poeta descrive l’esperienza amorosa come un’eterna illusione, l’ingannevole miraggio di un’isola, l’eco enigmatica d’un canto sottomarino, a cui tuttavia siamo incapaci di resistere.

Funesto spirito
che accendi e turbi amore,
affine io torni senza requie all’alto
con impazienza le apparenze muti,
e già, prima ch’io giunga a qualche meta,
non ancora deluso
m’avvinci ad altro sogno.

uguale a un mare che irrequieto e blando
da lungi porga e celi
un’isola fatale,
con varietà d’inganni
accompagni chi non dispera, a morte.

Foto | WikiCommons

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Giorgio Podestà

Giorgio Podestà

Nato in Emilia si occupa di moda, traduzioni e interpretariato. Dopo la laurea in Lettere Moderne e un diploma presso un famoso istituto di moda e design, ha intrapreso la carriera di fashion blogger, interprete simultaneo e traduttore (tra gli scrittori tradotti in lingua inglese anche il premio Strega Ferdinando Camon).

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