L’Indice dei libri proibiti (o, in latino: Index librorum prohibitorum) della Chiesa è un lungo elenco di pubblicazioni che era vietato leggere, riprodurre e diffondere per diversi motivi – in primis quando i contenuti erano considerati contrari alla religione cattolica – pena la scomunica, che rimase in vigore ininterrottamente dal 1559 al 1966. Il controllo sulla stampa e la cultura da parte della Santa Inquisizione e i pubblici roghi delle copie clandestine che venivano scoperte, fu imitato da diversi regimi totalitari in molte parti del mondo.
Index librorum prohibitorum: un po’ di storia…
La Chiesa, fin dalle origini nella sua lotta contro le eresie, esercitò un controllo più o meno minuzioso sulla libera circolazione di libri e documenti, che venivano opportunamente censurati prima di essere consegnati agli amanuensi per la riproduzione. Ovviamente con l’avvento della stampa a caratteri mobili inventata da Gutenberg, si rese necessaria una censura ancora più stringente, così furono stabilite alcune regole che restarono in vigore praticamente fino al Concilio Vaticano II e cioè l’esame preventivo di ogni testo; la concessione del permesso di stampa – il famoso imprimatur – pene pecuniarie o spirituali a quanti contravvenivano queste direttive. Nel 1542, inoltre, Paolo III istituì la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione e si cominciarono a stilare elenchi di opere e titoli tacciati di eresia, tra cui i teologi protestanti e valdesi.
L’Indice di Paolo IV
Risale però al 1559 e al Pontificato di Paolo IV il primo Index librorum prohibitorum emanato dalla Chiesa e che prevedeva la scomunica per i disertori. L’elenco dei libri nel decreto era diviso in tre parti: alcuni libri considerati eretici, tutti i libri di autori non cattolici, alcuni libri anonimi considerati non conformi alla dottrina. A questi si aggiungevano molte traduzioni della Bibbia in lingua volgare. Nello stesso anno, il cardinale Carafa, presidente della Santa Inquisizione, accentrò a Roma tutte le funzioni di controllo e censura che fino ad allora erano state attribuite ai vescovi, ognuno dei quali godeva di una certa autonomia all’interno della propria diocesi.
Opere famose all’Indice
E fu così che vennero messe all’indice – il modo di dire deriva proprio da questo contesto storico – molte opere che oggi consideriamo fondamentali per la cultura universale di tutti i tempi. Penso al Principe di Machiavelli, ma anche al Decameron di Boccaccio o al De Monarchia di Dante, solo per citare i contemporanei all’Index di Paolo IV che vietava anche la diffusione del Talmud, ma in seguito la censura bandirà pure i trattati astronomici di Niccolò Copernico come le opere di Torquato Tasso. Via via iniziò, da parte degli autori, anche la pratica dell’autodenuncia, mentre la professione dei librai divenne pressoché impossibile da esercitare. Da queste attività scaturirono anche storici processi come quello a Giordano Bruno, conclusosi con la sua condanna a morte nel 1600, o quello a Galileo Galilei che nel 1633 fu costretto all’abiura.
Le briglie si allentano
Bisognerà aspettare il 1917 e l’abolizione da parte di Benedetto XV della Congregazione dell’Indice, per cambiare un po’ le cose. In quell’anno le competenze in materia censoria tornano al Sant’Uffizio, fino alla completa soppressione dell’Indice nel 1966 ad opera di Paolo VI attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede nel clima di rinnovamento che aveva permeato la Chiesa conducendola al Concilio Vaticano II.
Il testimone raccolto dal Fascismo
La Chiesa, comunque, non fu l’unica istituzione a voler controllare strettamente il pensiero e a dare alle fiamme le opere che le erano sgradite: storico resta il 10 maggio 1933, quando i nazisti bruciarono decine e decine di libri di autori ebrei, scrittori scomodi e pacifisti in diverse città della Germania.
Durante il Ventennio fascista, Mussolini non fu da meno, anche se si concentrò soprattutto sulla stampa a partire dal 1925 quando vennero promulgate le cosiddette “leggi fascistissime” che sottomettevano la stampa a un controllo sempre più stringente: tra i quotidiani furono chiusi L’Unità e L’Avanti dove proprio Mussolini si era formato. In seguito la censura assurse a baluardo di difesa della moralità e colpì anche saggi e libri scolastici; venne creata una commissione per la “bonifica libraria” e fu oggetto di epurazione perfino la lingua italiana, in cui si impose il “voi” sul “lei” e da cui vennero eliminati completamente i forestierismi. Anche nei nomi propri. Concludo con un aneddoto personale che lo dimostra: pensate che mia nonna – classe 1918 – all’anagrafe Annie, fu italianizzata in modo alquanto significativo con Eni. Manco Anna, per dire.
Foto | 1564 edition, printed in Venice, Public domain, da Wikimedia Commons







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