Ngugi wa Thiong'o (1938-2025)

Kwaheri Ngugi, l’estremo saluto nella tua lingua

Lo ricorderemo come uno dei più grandi esponenti delle letterature africane. Lo osanniamo già per le sue docenze, prima all’università di Nairobi, poi a Yale e New York, negli Stati Uniti, dove si rifugiò nel 1982, a un anno dall’uscita di Detained, il libro in cui raccontò la sua prigionia e che valse anche diverse minacce alla sua famiglia. Lui è Ngugi wa Thiong’o, autore kenyota più volte sfiorato dal Nobel, nella cui vita esisteva un confine molto netto tra un prima e un dopo. È morto all’età di 87 anni.

Chi è stato Ngugi wa Thiong’o

Prima era noto come James Ngugi (per rendere pronunciabile il suo nome in Occidente). Originario di Kiambu, era cristiano praticante con diversi lutti in famiglia subiti durante la famigerata rivolta dei Mau-Mau.

Mosse i primi passi nella letteratura approcciando il testo teatrale. Esplose quando, nel 1964, appena un anno dopo la laurea, raccontò la terribile e ben nota esperienza della guerra fratricida in Se ne andranno le nuvole devastatrici.

Lontano dal Kenya, nella piovosa Inghilterra, seppe forse mettere a fuoco alcuni elementi del suo Paese che fino ad allora gli erano sfuggiti e li fissò sulla carta delle pagine di Un chicco di grano, edito nel 1967, in cui, tra le altre cose, difese il principio della proprietà collettiva della terra, considerato come unico strumento per il riscatto del suo popolo.

Alcuni suoi libri

Queste posizioni, naturalmente, le pagò care, ed ecco che si arriva al “dopo”, nella sua vita.

Rinnegata la fede cristiana, da quel momento respinse anche la lingua inglese (e con questa il suo nome, tornando a quello originale). Iniziò a scrivere dapprima in swahili e poi addirittura in gikuyu (o kikuyo), il dialetto della sua etnia, teorizzando che uno scrittore potesse esprimersi al meglio solo scrivendo nella sua lingua madre. Non era tanto il come lo scriveva, ma proprio quello che scriveva a creargli nemici nel suo Paese. Al punto che venne imprigionato e durante il carcere diede vita, su rotoli di carta igienica, al suo primo romanzo in gikuyu, dall’evocativo titolo Diavolo in croce.

Dall’esilio forzato negli USA, invece, nel 1986 diede alle stampe Decolonizzare la mente: la politica della lingua nella letteratura africana. In questo libro riorganizzò tutte le teorie linguistiche maturate negli ultimi tempi. Di quasi venti anni dopo, invece, è la sua ultima fatica, Il mago dei corvi. È curioso, infine, che quello che viene considerato il suo masterpiece, sia un’opera satirica tratta da una fiaba gikuyu tramandata oralmente e intitolata Matigari.

Foto | Sixoone, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons

Roberta Barbi

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