Manfredo di Porcìa e la sua app Agorapp

Agorapp, l’agenda culturale che vuole restituirti la piazza

Manfredo di Porcìa ha trentasei anni, una laurea in fisica alla Sapienza, un dottorato in ecologia computazionale all’Università di Ghent e — per sua stessa ammissione — una vita divisa tra il settore agricolo e lo sviluppo di una piattaforma digitale per eventi culturali. Non è un profilo che si incontra spesso. Eppure è esattamente questa traiettoria obliqua, fatta di scienze dure poi abbandonate per la saggistica, la filosofia e la politica, a rendere Agorapp qualcosa di più di una semplice agenda.

L’idea nasce in Belgio, verso la fine del dottorato, ma si materializza solo nel 2024. La svolta, racconta Manfredo, è quasi banale nella sua concretezza. “Un giorno mi accorgo che quella conferenza che stavo guardando in rete si era tenuta proprio a Ghent, dove vivevo in quel periodo. L’autore, uno scrittore inglese, era venuto in Belgio il mese prima e, pur seguendolo sui canali social, non ne avevo saputo nulla”. Da questa lacuna — un evento perso, un’occasione mancata, una connessione che non si è formata — prende forma la sensazione che manchi uno strumento capace di creare un canale diretto tra autore e pubblico.

L’idea nata da un’assenza

Manfredo è diventato, in quegli anni gantesi, “un avido consumatore di YouTube, ascoltando conferenze e dibattiti sui temi più disparati”. La parola parlata, osserva, ha ripreso centralità nelle piattaforme di streaming anche a causa del diradarsi dei rapporti personali. Ma quella centralità è paradossale. Una conferenza tenuta a pochi chilometri da casa resta invisibile se non si trova il modo di segnalarla a chi potrebbe volerci andare.

Che lo stesso strumento potesse rispondere anche al problema speculare — quello dell’organizzatore che fatica a raggiungere efficacemente il proprio pubblico — è una possibilità emersa, dice, “in modo naturale durante lo sviluppo della piattaforma”. Non era nel progetto iniziale. Era nella logica delle cose.

Il nome stesso del progetto rimanda a questa ambizione: l’agorà greca come spazio pubblico di incontro, sottratto all’algoritmo e restituito alla prossimità geografica e intellettuale. Nel primo periodo di indecisione sul nome, Manfredo  aveva acquistato il dominio agora.wiki, già rivelatore di un’altra influenza: Wikipedia, e la sua scommessa sulla conoscenza condivisa e collettivamente mantenuta.

Un paradosso produttivo: meno schermo, più piazza

Il payoff di Agorapp — “meno tempo sullo schermo, più tempo fuori” — è uno di quei paradossi che funzionano proprio perché non cercano di nascondersi. Come si costruisce una piattaforma digitale il cui scopo esplicito è far sì che le persone smettano di usarla il prima possibile?

La risposta di Manfredo di Porcìa è filosofica prima che imprenditoriale, e porta in scena un interlocutore insolito. “C’è una bella intervista di Pasolini — comincia — dove un signore del pubblico chiede al poeta perché si presti all’utilizzo del mezzo cinematografico pur contestandone la natura verticale e autoritaria. Pasolini risponde che per vivere si deve fare con le odierne strutture, in un continuo braccio di ferro con la realtà per come ci è presentata.» Un ritorno allo spazio pubblico, ragiona Manfredo, non può che passare per il digitale, proprio perché il digitale è così organicamente intessuto nelle nostre vite. “La dinamica è così potente perché la realtà, i rapporti economici e sociali, sono decisi e comunicati in quello spazio e questo rende il digitale più reale a tratti della stessa realtà fisica”.

Agorapp nasce dunque come sottrazione mirata: “la sezione eventi di Facebook, ma senza tutto il resto”. Un’idea che il nostro definisce “a tratti banale ma comunque enormemente ambiziosa”. Sul modello di sostenibilità economica, la visione è lucida e paziente. Le grandi piattaforme nascono come idee, non come business plan, e il tempo per capire come farle camminare con le proprie gambe si prende — necessariamente — in corso d’opera. Le strade individuate sono tre: la possibilità di sponsorizzare gli eventi, le commissioni sulla vendita di biglietti non gratuiti, e un profilo a pagamento per i grandi organizzatori che necessitano di strumenti avanzati. La pubblicità, invece, è fuori dal perimetro. “Non siamo una piattaforma di contenuto ma un servizio”, sottolinea Manfredo, “e crediamo che questo renda la scelta praticabile come avviene per servizi comparabili”.

Come funziona concretamente Agorapp: pagine, widget, notifiche

La meccanica di Agorapp si regge su un concetto centrale: le pagine. Non le pagine di un social network generico, ma qualcosa di più specifico. “Le pagine possono essere intitolate a un autore contemporaneo o del passato, a un’attività come una casa editrice, a un luogo o a un tema: qualunque cosa possa avere una community sottostante merita una pagina che parli a chi è interessato”.

Il meccanismo di comunicazione degli eventi è, in questo senso, moltiplicativo. Chi organizza può taggare tutte le pagine pertinenti al proprio evento, moltiplicando così i canali attraverso cui quell’evento viene comunicato. Manfredo fa un esempio preciso, e vale la pena seguirlo: Paolo Nori presenta il suo ultimo saggio su Dostoevskij, edito da Mondadori, a un Festival di cultura russa. Le pagine coinvolte sarebbero almeno sei — Paolo Nori, Dostoevskij, Mondadori, il festival, la sede dell’evento, una pagina tematica sulla letteratura russa — ciascuna con una community parzialmente diversa dalle altre. “Lo stesso evento raggiunge così pubblici che arrivano da interessi distinti”.

Dal punto di vista dell’utente finale, l’esperienza è pensata per essere passiva nel senso migliore del termine. “Una volta impostata la propria zona di interesse e seguite le pagine che ci interessano, è la piattaforma a segnalare gli eventi vicini, senza che ci si debba ricordare di andarli a cercare”. È questa la risposta al problema del “non lo sapevo”: non un obbligo di consultazione, ma una notifica che arriva nel momento giusto.

Per chi organizza, Agorapp ha costruito anche un widget che permette di importare la propria agenda direttamente su un sito esterno: una volta inserito, l’evento finisce sia nel sito dell’organizzatore sia nelle notifiche di chi segue le pagine coinvolte. “Le sezioni eventi che popolano i siti culturali sono in genere mute”, osserva Manfredo: “Ci sono, ma le legge solo chi passa di lì per altri motivi. Quella che si ottiene con Agorapp è invece un’agenda funzionalizzata”.

Per Agorapp la provincia non è uno svantaggio

Su questo punto Manfredo ribalta un luogo comune. I piccoli organizzatori — il libraio di provincia, il festival di una città media — tendono a percepire la propria dimensione come un limite rispetto ai grandi centri culturali. La piattaforma propone una lettura diversa.

“Dove il grande festival ha più risorse, il piccolo organizzatore ha più conoscenza”, dice. Conoscenza fine del proprio pubblico, dei suoi interessi, delle pagine giuste da coinvolgere. È esattamente questa conoscenza — non il budget, non la notorietà — a determinare la qualità della comunicazione su Agorapp. Un sistema basato sulla moltiplicazione delle pagine pertinenti premia chi sa leggere la propria community, non chi ha più soldi per i social. Il che, per l’editoria indipendente in particolare, non è un dettaglio trascurabile.

Una piattaforma che si fida degli utenti (ma non troppo)

Agorapp è aperta: chiunque può inserire eventi. Come si gestisce l’equilibrio tra questa apertura e la necessità di fornire informazioni verificate?

La risposta del fondatore chiama in causa due modelli apparentemente distanti. Il primo è Wikipedia, con la sua scommessa sulla conoscenza collettivamente mantenuta — tanto radicata che, come già detto, il dominio agora.wiki fu tra i primi acquistati. Il secondo è StackOverflow, la community di risoluzione di problemi informatici che per anni ha funzionato grazie a meccanismi di reputazione progressiva e contribuzione gamificata. “Con l’avvento delle intelligenze artificiali StackOverflow ha subito un rapido declino”, osserva di Porcìa, “ma quei meccanismi, in apparenza puramente meccanici, che garantivano il buon funzionamento di Stack, potrebbero essere traslati su un progetto che è per sua natura più al riparo dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale”.

Il principio è quello della fiducia progressiva. Più spazio a chi ha contribuito positivamente alla piattaforma, più cautela per gli account appena iscritti che vogliono operare su pagine o eventi di interesse collettivo. “Non vogliamo limitare le contribuzioni degli utenti, quanto costruire un sistema di fiducia progressiva per operare sulle varie community coinvolte”. Parte di questo lavoro è già assistita da un sistema di intelligenza artificiale che verifica l’attendibilità delle informazioni, demandando a una verifica umana i casi ambigui.

Ivan Illich e la domanda che sta sotto tutto

All’ultima domanda dell’intervista — quale libro rappresenta lo spirito di connessione umana dietro il progetto — Manfredo di Porcìa non esita. Sceglie Ivan Illich, e la scelta dice molto.

Illich, sacerdote ordinato nel 1951 con una formazione da cristallografo, è uno dei critici più acuti e meno frequentati della modernità tecnologica. La sua analisi centrale ruota attorno al concetto di controproduttività: gli strumenti e le istituzioni della modernità, passata una certa soglia di intensità, producano conseguenze contrarie al loro scopo iniziale. La scuola che distrugge il desiderio di imparare. La medicina che produce iatrogenesi. I trasporti che divorano il tempo che dovrebbero risparmiare.

Facebook, in questo schema, è il caso più recente e più eclatante. Prometteva di facilitare le connessioni umane e ha prodotto, più di chiunque altro, “la generazione più solitaria che si ricordi”. Il libro scelto da Manfredo è il secondo volume delle opere di Illich, uscito da poco per Neri Pozza: La società conviviale e i suoi nemici. La distinzione che fa Illich è, nelle sue parole, “chiara: uno strumento è conviviale quando serve chi lo utilizza, e cessa di esserlo quando comincia a servirsi di lui. Non è una questione di sofisticazione tecnica — una bicicletta moderna può essere più complessa di un’automobile — ma di chi, fra utilizzatore e strumento, detta le condizioni del rapporto”.

È la domanda che Agorapp cerca di non smettere di porsi. Scegliere pezzo per pezzo cosa tenere e cosa lasciare dell’infrastruttura digitale non è secessione dal web — è il tentativo di recuperare spazi di autonomia rispetto all’ambiente in cui viviamo. Partendo, magari, dalla conferenza che stava per perdersi a Ghent.

Roberto Russo

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