New World Bordel, la biblioteca multilingue di Amsterdam: scaffali con libri in undici lingue, poltrone e il cartello "Friends Only"

New World Bordel: la biblioteca italiana di Amsterdam nata dal bisogno di stare, non di consumare

È una sera di dicembre ad Amsterdam. Un evento techno organizzata da una label berlinese. In mezzo alla musica, un ragazzo di nome Simone che vive a Utrecht e non era mai stato lì prima si avvicina alla fondatrice del posto e le dice una cosa semplice: che era da molto tempo che non si sentiva così a suo agio tra sconosciuti. Francesca Marrella non ha più dimenticato quelle parole. Sono, in fondo, la ragione per cui esiste New World Bordel.

Da Manduria ad Amsterdam: cosa resta di noi quando cambiamo lingua

Francesca Marrella, fondatrice di New World Bordel, la biblioteca multilingue italiana di Amsterdam
Francesca Marrella, fondatrice di New World Bordel. Originaria di Manduria, vive ad Amsterdam dal 2015.

Francesca è originaria di Manduria, in provincia di Taranto. È arrivata nei Paesi Bassi nel 2015 con una laurea in Giurisprudenza e un master in Criminologia, ed è passata — come molti italiani all’estero — per quella fase che nei racconti romantici sull’emigrazione non compare quasi mai: anni di piatti lavati, turni in magazzino, la rete da costruire da zero.

“Non lo racconto con risentimento”, precisa. “È stato piuttosto un modo molto concreto per capire cosa significa davvero vivere tra paesi diversi”.

La difficoltà più profonda, però, è arrivata dopo, quando le cose pratiche si erano già sistemate. È giunta sotto forma di lutto — la morte improvvisa del padre — e di una frattura che quel dolore ha reso impossibile ignorare: la vita era lì, ma una parte essenziale di lei non apparteneva a quel posto, e non avrebbe mai voluto che fosse altrimenti. “Ho sentito una frattura netta. È lì che ho capito davvero cosa vuol dire stare in mezzo, tra due mondi”.

Nel tempo, racconta, una parte di te va in secondo piano. Impari a esprimerti in un’altra lingua, a pensare in modo diverso. Ma manca la fluidità, manca la naturalezza. Manca il potersi permettere il dialetto, le sfumature, tutto ciò che ti appartiene davvero. “È un processo reversibile, sì, ma non in automatico. Per ritrovare quella parte serve contesto: devi sentirti capita, al sicuro, libera di esprimerti senza filtri”.

New World Bordel: un nome, un manifesto

Il nome è volutamente provocatorio, e Francesca lo sa. Non è provocazione fine a sé stessa — “quello ormai è diventato un genere molto inflazionato” — ma la dichiarazione di un rifiuto. “Io in questo Nuovo Ordine Mondiale proprio non ci sto dentro. Volevo per il mio progetto un nome che esprimesse un concetto diametralmente opposto”.

Il “nuovo ordine” che non la rappresenta è quello che misura tutto in termini di produttività, performance, rendimento. Quello in cui il benessere collettivo non è mai davvero l’obiettivo. Rivendicare la confusione, la contraddizione, il disordine diventa allora “quasi un gesto necessario: è lì che le persone tornano a essere umane, non ottimizzate, non perfette, non sempre efficienti”.

La scelta della forma-biblioteca, invece della libreria o del circolo culturale, è coerente con questa logica. “La biblioteca mi sembrava quella più coerente: un luogo che esiste prima di tutto per essere attraversato, condiviso, vissuto, non per vendere o per selezionare chi può permetterselo”. Nella realtà, qualche libro straniero è in vendita — il progetto è autofinanziato e non ancora del tutto autosufficiente — ma l’idea è che sia una fase di transizione. Quando la comunità riuscirà a sostenere lo spazio attraverso le membership, quei libri torneranno a essere semplicemente disponibili per tutti.

Un’infrastruttura sociale: cosa significa poter stare senza dover consumare

Lo spazio di New World Bordel ad Amsterdam: poltrone, postazioni di coworking e l'insegna al neon con il nome della biblioteca
L’insegna al neon e le poltrone di New World Bordel: uno spazio pensato per stare, leggere, lavorare — senza l’obbligo di consumare.

“Significa, prima di tutto, dare alle persone la possibilità di essere se stesse, senza la pressione di interpretare un ruolo”.

Nella pratica: uno spazio accessibile in cui non è richiesto consumare per avere diritto a restare, e dove il tempo non è misurato in termini di produttività. Due postazioni di co-working per chi lavora da remoto ma non vuole trascorrere la giornata parlando solo con il proprio computer. Libri, silenzi, conversazioni che convivono nello stesso ambiente.

New World Bordel si trova all’interno di un grande hub creativo di Amsterdam, condiviso con designer, artigiani, ceramisti, un tatuatore. Le contaminazioni, racconta Francesca, sono naturali e frequenti: “Qualcuno viene solo per dare un’occhiata alla biblioteca, si innamora della vibrazione del posto, e poi scopre che al primo piano c’è uno studio di tatuaggio. Non c’è competizione: tutte queste realtà convivono”.

Il background accademico in criminologia ha contribuito a formare questa visione. Studiando come la società costruisce e stigmatizza la devianza e l’esclusione, Francesca ha capito quanto gli ambienti sociali contino nel determinare il benessere delle persone. “Per questo considero la biblioteca non soltanto uno spazio culturale, ma una vera infrastruttura sociale: un luogo che non classifica, non giudica, non interpreta, ma lascia semplicemente spazio alle persone”.

Tremila libri in undici lingue — e una lista scritta al liceo

La collezione di New World Bordel conta oggi oltre tremila titoli in undici lingue diverse. Ma tutto è cominciato da molto prima, e in modo che Francesca stessa descrive con una certa autoironia: “Ho ritrovato due quaderni del liceo — e lì devo ammettere che c’è un livello di malattia mentale non indifferente — dove avevo scritto la lista di tutti i libri che volevo leggere nella vita.”

Da quei quaderni è partito il “delirio”: incrociare quei titoli, procurarseli in lingue diverse, ricevere donazioni dalla gente del posto. “Piano piano, tanti expat che vivono qui si sono innamorati di questa idea, e hanno voluto contribuire anche loro. È diventato un po’ il progetto di tutti”.

C’è anche una filosofia precisa nel modo in cui vengono selezionati i libri. Francesca non si orienta verso i bestseller — “spesso quelli più spinti dal mercato sono quelli che mi interessano meno“ — ma verso i libri dimenticati, scartati, destinati al macero. “C’è una forma di dignità in questi libri, e anche una libertà: non devono dimostrare niente a nessuno. E forse è proprio questo che li rende così vivi quando trovano una nuova casa e nuovi lettori”.

Chi frequenta il Bordel — e cosa cerca davvero

Se si dovesse disegnare il frequentatore tipo di New World Bordel, Francesca lo definisce senza esitazioni: un outsider. “Anche perché la selezione dei libri è piuttosto radicale, poco allineata al mainstream, e questo già crea una certa affinità”.

È una persona tra i 30 e i 45 anni, che vive ad Amsterdam da diversi anni — spesso almeno quattro — e che ha attraversato una fase di disillusione rispetto all’idea un po’ idealizzata del vivere all’estero. Ha conosciuto la disconnessione, le aspettative che non si sono realizzate. Non si riconosce nella deriva patinata e omologata che sta prendendo la città. “La mia generazione è piena di persone lucide, sensibili, fuori dagli schemi, che però spesso si sentono fuori posto, o addirittura fallite, perché inserite in un sistema che non le rappresenta”.

Ed è qui che torna Simone, il ragazzo della serata techno di dicembre. Non era venuto per la biblioteca, ma per la musica. Eppure ha trovato qualcosa che non si aspettava: la sensazione di essere a proprio agio tra sconosciuti. “Quelle parole non le ho più dimenticate”, dice Francesca.

Sostenibilità e futuro: restare vivi fuori dalla logica del mercato

La difficoltà più concreta di un progetto come questo è quella economica. Francesca lavora in un atelier di venti metri quadri: è ciò che riesce a sostenere. Aprire in centro ad Amsterdam significherebbe affitti tra i 2.500 e i 6.000 euro al mese per il solo locale. “Non è tanto una questione di mancanza di interesse da parte delle persone. Il punto è che ci si scontra con limiti strutturali molto concreti, che hanno a che fare con i costi e con l’accesso agli spazi, più che con la volontà o il valore del progetto”.

Su Instagram, nel frattempo, Francesca cerca di costruire un linguaggio che, pur passando attraverso uno schermo, restituisca qualcosa di tangibile. “Uso le parole dei testi che leggo per trasmettere un’idea semplice ma necessaria: non siamo soli”.

Tra cinque anni, vorrebbe aver generato una “confusione” positiva nel panorama culturale di Amsterdam: aver messo in discussione certi schemi rigidi, mescolato linguaggi, persone e sensibilità diverse, reso meno nette le distanze tra chi crea e chi partecipa. “Se tutto questo avrà generato movimento, incontri, relazioni inaspettate… allora quella confusione sarà esattamente ciò che desideravo”.

Il nome, alla fine, era già una promessa.

Roberto Russo

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