Luca Ceriotti, Cose che fanno miracoli. Il potere degli oggetti nell'immaginario benedettino della prima età moderna, Olschki 2025

L’intreccio tra sacro e magico: “Cose che fanno miracoli” di Luca Ceriotti

C’è una scena, nel libro di Luca Ceriotti, che vale da sola il prezzo del biglietto. Un teologo del Seicento, tale Costantino de Notari, redige uno scritto sulle proprietà delle acque mescolando osservazioni quasi scientifiche a credenze su fiumi capaci di far impazzire gli animali o di cambiare il colore del vello delle pecore. Un uomo di cultura, evidentemente. Senza dubbio, un uomo di fede. Un uomo che non vedeva contraddizione alcuna tra le due cose — e che, a guardarci bene, aveva forse meno torto di quanto siamo disposti ad ammettere.

È questo il cuore di Cose che fanno miracoli. Il potere degli oggetti nell’immaginario benedettino della prima età moderna (Olschki, collana “Biblioteca di Lares”). Un saggio storico che indaga come i monaci benedettini cassinesi, tra il XVI e il XVIII secolo, coltivassero una fede profondamente materiale — fatta di oggetti, liquidi, tocchi, segni — pur mantenendo pubblicamente quella che Ceriotti definisce con lieve ironia una “asciutta razionalità”.

Il paradosso è il motore del libro. E l’autore lo manovra con la mano ferma di chi conosce la storia religiosa e l’antropologia del sacro senza sentire il bisogno di scegliere tra le due.

Cose che fanno miracoli

Il catalogo dei “tramiti del miracolo” che Ceriotti ricostruisce è insieme erudito e, a tratti, perturbante.

Ci sono le acque prodigiose — come quella scaturita dal sepolcro di san Placido a Messina nel 1588 — e “l’olio di Badia” prodotto a Firenze, un preparato medicamentoso contro i vermi intestinali dei bambini che i fedeli trattavano come una panacea universale. Troviamo le “segnature” della monaca Maria Caterina Brugora, che operava guarigioni attraverso il segno della croce e oggetti personali destinati, dopo la sua morte, a trasformarla in reliquia vivente — e poi in reliquia tout court.

E poi c’è il fenomeno del répit, forse la pagina più toccante del libro. Nel santuario di Tirano (Sondrio), gestito dai cassinesi, si credeva che la preghiera potesse concedere ai bambini nati morti — o morti senza battesimo — un “attimo di respiro” sufficiente per ricevere il sacramento e ottenere la sepoltura in terra consacrata. Un gesto di misericordia popolare verso le anime più indifese, che dice molto sulla distanza tra la teologia ufficiale e il modo in cui la gente comune abitava il sacro.

Certo, oggi non è più così. Davvero?

Ma il momento più straniante — e più onesto — del libro è altrove. Ceriotti, nel parlare delle acque miracolose, si ferma un istante e ci guarda dritti negli occhi:

Tanto per essere chiari: anche oggi si dà per certo che sussista uno stretto rapporto tra acqua e salute, ragion per cui tuttora si passano le acque, poniamo, a Salsomaggiore, Montecatini, Boario e così via. Tre quarti dei giovani italiani hanno trascorso l’infanzia subendo quotidiani lavaggi nasali a base di un’acqua pescata nel Mar Ligure. Le più costose acque minerali “facilitano la diuresi”, sono “amiche dei reni”, “depurano il fegato”… Bisognerebbe sempre pensarci due volte, prima di tacciare di credulità soltanto le generazioni che ci hanno preceduto e dire della nostra che ormai siamo perfettamente smaliziati.

È la chiave di lettura dell’intero volume. Non la distanza condiscendente dello storico che osserva i cosiddetti secoli bui, ma la curiosità di chi riconosce nelle credenze altrui qualcosa di familiare, qualcosa che non se n’è mai davvero andato. Noi non preghiamo sul sepolcro di san Placido — ma scriviamo “depura il fegato” sulle etichette dell’acqua minerale, e ci sentiamo scientificamente a posto.

Non mancano, nel libro, le scene più difficili da digerire per la sensibilità contemporanea. Come la nascita miracolosa di san Giovanni da Parma, estratto vivo dal ventre della madre già morta e deposta nella tomba. Ceriotti la racconta con quella capacità rara di tenere insieme due sguardi simultanei: la gioia del miracolo per chi lo vive come tale, e il disagio — quasi un “alone di necrofilia”, scrive — per chi non riesce a togliersi di mente la lama e il corpo ancora caldo. Nessuno dei due sguardi viene screditato. Entrambi ci appartengono.

Cose che fanno miracoli è un libro dotto, nel senso migliore del termine: la dottrina non opprime, accompagna. È un libro che parla di monaci del Seicento e finisce per parlarci di noi — della nostra ostinata tendenza a cercare conforto nella materia, nella forma, nel gesto ripetuto. Una tendenza che non è superstizione né fede, o forse è entrambe le cose insieme, e che nessuna modernità ha mai davvero dissolto.

Il libro

Luca Ceriotti
Cose che fanno miracoli. Il potere degli oggetti nell’immaginario benedettino della prima età moderna
Olschki, 2025

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Roberto Russo

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