Il mercato del libro è in affanno? Secondo gli ultimi dati AIE, il mercato del libro torna a restringersi: vendite in calo sia per numero di copie vendute che per valore complessivo, con una flessione che riguarda l’intero settore ma che sembrerebbe colpire maggiormente editori piccoli e medi, mentre i grandi gruppi riuscirebbero a contenere l’urto.
Non è un dettaglio tecnico: è la fotografia di un sistema che si sta polarizzando sempre di più, dove la sopravvivenza dipende dalla dimensione e non dalla qualità del lavoro editoriale.
Una gara di resistenza
È qui che il dato smette di essere neutro. Perché se i grandi resistono è anche grazie a logiche industriali che privilegiano pochi titoli ad alta rotazione, autori iper-esposti, libri pensati per durare lo spazio di una stagione. I piccoli e medi editori, quelli che tengono in vita il catalogo, la scoperta, la letteratura meno addomesticabile, sono invece i primi a pagare il prezzo della contrazione. Eppure la piccola editoria tenta di difendersi strenuamente, armata di passione e rispetto per i lettori.
Non è solo un problema di mercato
Sarebbe troppo facile ridurre tutto a una questione di mercato. Il calo delle vendite racconta un impoverimento più profondo: della scuola, che non forma più lettori forti; delle politiche culturali, che trattano il libro come un ornamento; del discorso pubblico, sempre più semplificato, urlato, refrattario alla complessità. In questo contesto il libro non è più uno strumento necessario, ma un consumo opzionale, facilmente sacrificabile.
Il paradosso della sovrapproduzione
C’è poi un paradosso evidente: si pubblicano più titoli, ma si legge meno. Una sovrapproduzione che non crea lettori, li stanca. I libri “durano” pochissimo sugli scaffali, vengono spinti, dimenticati, sostituiti. E in questo turnover accelerato non si costruisce un rapporto, non si forma un’abitudine, non si educa uno sguardo.
La “funzione” del libro
Il problema, allora, non è solo che si vendono meno libri. È che si sta restringendo l’idea stessa di cosa servano i libri. Un Paese che legge meno è un Paese che accetta spiegazioni più povere, narrazioni più rozze, decisioni più miopi. E il fatto che a soffrirne di più siano proprio gli editori che investono nel tempo lungo non è un caso: è il sintomo di una cultura che ha sempre meno pazienza con il pensiero.
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