Il poeta Sandro Sinigaglia definì la poesia di Silvana Lattmann essenziale, anzi per essere precisi il più possibile, frugale, con un’orchestrazione che gli ricordava la musica per ocarina. Un parere che molti, leggendo quelle Quindici poesie per l’Almanacco dello specchio apparse nel 1978, si sentono di condividere.
È vissuta a lungo, Silvana Lattmann: ha raggiunto il traguardo dei 105 anni (1918-2023). Oltre un secolo di vita che le ha permesso di vedere e sentire, registrare e raccontare gli eventi di buona parte del Novecento.
Nata il 1918
A questo proposito non possiamo non ricordare la sua autobiografia Nata il 1918, pubblicata dalle Edizioni Casagrande per il centesimo compleanno della poetessa. Un libro in cui la poetessa italiana, ma naturalizzata svizzera fin dal 1954 (anno del suo matrimonio con Charles Lattmann), ci conduce per i sentieri lunghi e mossi della sua esistenza, usando sempre la terza persona.
Non mancano episodi privati e dolorosi come la morte del suo primo marito. Un ufficiale di marina, che nel dicembre del 1942, perse la vita a bordo di un sommergibile silurato dal nemico.
Tappe che segnarono profondamente Silvana Lattmann (non per nulla l’autobiografia si arresta proprio con quella enorme tragedia che sembrò segnare un vero e proprio spartiacque nel suo percorso individuale) che, dopo una laurea in biologia, si dedicò attivamente alla ricerca e all’insegnamento, prima di approdare alla poesia, a raccolte come Fessura che nel 1984 le fruttò il prestigioso premio Schiller (un riconoscimento del resto che le verrà fatto ben due altre volte).
Una poesia di Silvana Lattmann
Il dono di una sua poesia che vola alta sulle ali del ricordo è un ottimo modo per avvicinarsi ai suoi testi.
Mia zia Rita la ricordo
per il riso scrosciante
sul lungo filo delle perle al collo.
Oppure in fuga per corridoi lunghi,
nel suo palazzo, a mani alzate
chiudersi in camera per sue paure,
oppure
al centro del salotto
seduta nel gran divano a parlare,
la famiglia attorno.
In certi pomeriggi di pioggia
per me apriva ante di vecchi armadi
pesanti di noce, odorosi di canfora,
tirava fuori avanzi di abiti da ballo,
tulle, lamé, velluto;
le “pezze” da cucire i vestiti alle bambole.
Un piccolo ditale,
l’ago che stenta a entrare
l’odore di polvere. Pomeriggi di pace.
(1977)
Foto | Emilio Speciale [CC BY-SA 4.0 ], from Wikimedia Commons
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