Bibliodiversità di facciata: riflessioni su libri che non si leggono

Quando un libro non è un libro: note sulla bibliodiversità di facciata

In questi anni si parla spesso – e giustamente – di bibliodiversità. Un termine elegante per esprimere una realtà fondamentale: l’importanza che convivano molte forme diverse di editoria, dai grandi gruppi ai piccoli editori indipendenti, dalle pubblicazioni ultra-specialistiche ai libri illustrati per bambini, dai romanzi di genere alle sperimentazioni letterarie.

La bibliodiversità di facciata

La diversità editoriale è il segno di un sistema culturale vivo. Ma come ogni parola di successo, anche bibliodiversità rischia di trasformarsi in un’etichetta, e come tale può essere usata anche da chi, in realtà, contribuisce a un sistema che ha poco a che fare con i lettori.

Parliamo di un fenomeno poco discusso, ma sempre più presente: quello della bibliodiversità di facciata.

Libri stampati per non essere letti

Ci sono editori che pubblicano libri di grande eleganza grafica, talvolta con apparati filologici impeccabili, ma che non si trovano in libreria, non sono distribuiti né promossi, e non vengono letti. Non perché siano difficili o “di nicchia”, ma perché non esistono canali reali di comunicazione tra quei libri e i lettori.

Si tratta spesso di operazioni editoriali sostenute da chi ha altre fonti di reddito, e può permettersi di pubblicare volumi come si potrebbe collezionare bottiglie pregiate o auto d’epoca. Il libro diventa un oggetto da possedere, da far recensire magari su qualche testata amica, ma non da far vivere nel tempo e nello spazio della lettura.

Non è un male in sé – ognuno investe come vuole. Ma resta una domanda di fondo: quando un libro è davvero un libro? Basta stamparlo? O è libro solo quando arriva a un lettore, quando accade qualcosa nel passaggio da una voce a un’altra?

Gli autori grafomani: pubblicare per pubblicare

Un fenomeno parallelo è quello degli autori grafomani, spesso in buona fede, che producono senza sosta testi, saggi, traduzioni, raccolte, memoriali, convinti che la pubblicazione in sé sia già un traguardo. Anche in questi casi, il libro rischia di diventare mero veicolo di presenza sociale (accademica, culturale, talvolta narcisistica), e non un ponte verso il lettore.

Ci sono studiosi che pubblicano per accumulo, con editori disposti ad assecondare questo ritmo, purché non si parli di vendite o di lettori veri. Ma pubblicare non è catalogare. E soprattutto: non tutto ciò che si scrive deve essere pubblicato. Il rigore di un buon editore sta anche nel saper dire di no, nel filtrare, nel scegliere i titoli che hanno un senso per i lettori, non solo per chi li firma.

Fare editoria è un’altra cosa rispetto alla bibliodiversità di facciata

Un’ultima precisazione: qui non si parla dell’editoria d’arte o bibliofila, che lavora con microtirature per scelta, destinata a collezionisti o a chi riconosce il valore estetico e materiale del libro. In quel caso, il patto con il lettore – per quanto selezionato – è chiaro e coerente. Diverso è pubblicare pochi libri senza dirlo, fingendo una circolazione che non c’è.

Per noi di Graphe.it edizioni, la bibliodiversità non è una parola da esibire ma un principio operativo.

Crediamo in una editoria che comunica, che si prende cura dei testi e che cerca lettori veri, anche pochi, ma veri. Ogni libro che pubblichiamo passa attraverso una selezione, una lavorazione editoriale seria, un lavoro sulla grafica e una riflessione sul pubblico.

Non pubblichiamo per dovere o per abitudine, né per fare curriculum.

Pubblichiamo per dialogare.

Perché per noi un libro, prima di tutto, è una voce che cerca risposta.

Foto | Depositphotos

Roberto Russo

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