Giorgio Manganelli (1922-1990)
Giorgio Manganelli (1922-1990)

Giorgio Manganelli, re della parola e del suono

Metti un verso, togli la rima, lascia le parole che suonano bene tra loro con giochi di allitterazioni, poi svuota tutto di senso; se, invece, è prosa, allora accosta una scena alla spiegazione della stessa, e reinventa la metaletteratura… Tutto questo è neoavanguardia, tutto questo è l’opera, neppure così prolifica in verità, di Giorgio Manganelli, letterato, intellettuale, “scrivente” più che scrittore da non oltre tremila copie vendute, roba che se vivesse al giorno d’oggi sarebbe poco più che un morto di fame perché ormai, si sa, la cultura non paga.

Giorgio Manganelli, pagine di vita vissuta

Nato a Milano in una famiglia in cui con la poesia ci si dilettava, Giorgio Manganelli si laurea in Scienze Politiche e si avvia alla carriera d’insegnamento della lingua inglese, attività in cui si radicano le sue innumerevoli traduzioni successive di autori classici e contemporanei.

Iscritto al Partito Comunista, durante la guerra partecipa alla Resistenza e nel 1945 viene condannato a morte: a salvarlo saranno solo gli scrupoli di coscienza del suo nemico.

Trasferitosi a Roma negli anni Cinquanta, inizia a collaborare con la Rai di allora, in cui lavoravano Umberto Eco, Italo Calvino e Vittorio Sermonti, tra gli altri, ma soprattutto aderisce a Gruppo 63, nuova formazione di avanguardia letteraria.

Nelle sue molte vite sarà anche consulente di diverse case editrici come l’Adelphi, di cui vedrà da molto vicino la fondazione.

L’avanguardia come stile di vita e di scrittura

È un’impresa impossibile imbrigliare in un genere le opere di Giorgio Manganelli, e non solo perché si è cimentato in tutte le forme di letteratura, creandone anche una del tutto personale di cui è rimasto, poi, l’unico esponente: il racconto-visione, stile di scrittura che ha prediletto alternandolo al trattato.

Particolare e personale anche la sua visione della letteratura tutta: una sorta di magia capace di trasformare la realtà in menzogna, riducendola a un puro gioco di forme quali sono, appunto, i suoni delle parole stesse.

Nelle sue opere, che spaziano dalla riscrittura e rilettura dei classici fino ai componimenti poetici di nonsense, parodia e sarcasmo si esercitano in forme letterarie raffinate: logico, dunque, che per l’autore la forma conti sempre più del contenuto e che l’essere scrittori sia un’attività da buffoni che soltanto s’illudono – quando non mistificano – di essere portatori di messaggi per l’umanità.

Infine, non meno cinica è la visione che Manganelli ha dell’essere umano: poco più che un ammasso fortunato di cellule misteriosamente legate insieme a cui non è dovuto alcun sentimentalismo.

I tormenti privati e la morte

Che Giorgio Manganelli fosse un uomo tormentato, lo si capisce dopo aver letto due righe di una sua qualsiasi fatica letteraria. E la sua vita privata non fu da meno.

Sposatosi nel 1946 con la poetessa Fausta Chiaruttini con la quale avrà la figlia Lietta, dopo pochissimo tempo intesserà una relazione non solo professionale con una giovanissima Alda Merini di cui di fatto ha il merito di essere lo scopritore. Proprio a lui, infatti, la poetessa dedicherà la sua prima raccolta data alle stampe.

Nel 1959 una profonda crisi psicologica gli farà intraprendere un percorso di psicanalisi della scuola junghiana dal quale non uscirà mai più. Ridotto a una vita più che solitaria e affetto da una grave forma di miastenia che lo aveva reso fotofobico, Manganelli smette di avere voglia di vivere alla notizia della scomparsa della prima e adorata moglie Fausta. Due mesi dopo, infatti, il 28 maggio 1990, muore anche lui nella sua ultima, adorata, casa di Roma in via Chinotto numero 8 interno 8, ormai diventata una specie di prigione. A trovarlo sarà la governante: la morte è sopraggiunta mentre stava tentando di infilarsi un calzino, proprio lui che in un’intervista aveva dichiarato di essere diventato scrittore perché non aveva mai imparato ad allacciarsi le scarpe. Ironia della sorte, si direbbe…

Foto | WikiCommons

Roberta Barbi

Roberta Barbi

Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente è autrice e conduttrice de “I Cellanti”, un programma di approfondimento sul mondo del carcere in onda su Radio Vaticana Italia. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.

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